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Il ciclismo e la dura vita del gregario, tra doping e fatica

Il ciclismo e la dura vita del gregario, tra doping e faticaMagnifici perdenti (Bollati Borighieri, 2019 – traduzione di Daniela Guglielmino) è l'interessante esordio narrativo di Joe Mungo Reed, giovane autore inglese nato a Londra e residente a Edimburgo.

Protagonista è una giovane coppia inglese: Solomon detto Sol è un ciclista professionista, mentre Liz è una biologa, che lavora in un laboratorio compiendo ricerche di genetica. Insieme hanno un bimbo di due anni, Barry, e si barcamenano cercando di far quadrare le differenti esigenze professionali, dato che Sol è spesso assente per partecipare alle gare con la sua squadra. Katherine, la madre di Liz, non ha una grande stima di Sol perché non è un vincitore, ma svolge con professionalità il suo ruolo di gregario all'interno della squadra capitanata da Fabrice, a cui spetta il compito di cercare di vincere.

Sol racconta, con molto humor, quello che succede all'interno di una grande corsa a tappe come il Tour: la routine quotidiana, le abitudini dei ciclisti, l'organizzazione delle squadre e le tattiche che vengono adottate durante la corsa. Tutto fila liscio fino al momento in cui Rafael, il cinico direttore della squadra, decide di utilizzare qualche trucchetto di doping, come l'autotrasfusione di sangue degli atleti (pratica da tempo vietata) e coinvolge Liz nell'attuazione del suo progetto. Questo non mancherà di avere conseguenze sia sull'andamento della gara, sia su Sol, sul suo modo di vivere la grande passione per il ciclismo che nutre da sempre, pur essendo consapevole del fatto di non poter ambire al ruolo di fuoriclasse, e sul suo rapporto con la moglie.

 

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Un romanzo, dunque, rivolto soprattutto agli amanti del ciclismo, che potranno senz'altro apprezzare il racconto "dall'interno" di una corsa tanto seguita come il Tour de France.

Joe Mungo Reed è venuto a Milano per presentare l'edizione italiana del romanzo e ha risposto alle domande di giornalisti e blogger.

 

Perchè come protagonista del romanzo ha scelto un gregario e non un campione?

Penso che di solito i campioni siano ben noti: se ne possono leggere biografie, autobiografie, e c'è sempre molto materiale su di loro. Invece i gregari sono dei personaggi più interessanti, tutti possono comprendere chiaramente perché i campioni fanno quello che fanno, nel senso che lo fanno per la vittoria e i relativi premi, ma è ben più difficile capire perché i gregari facciano lo stesso tipo di lavoro, con la stessa fatica, ma per essere meno premiati.

Il ciclismo e la dura vita del gregario, tra doping e fatica

Perché il ciclismo è una sua passione?

È diventato un mio interesse per caso, ma volevo scrivere di ciclismo perché ritengo che sia uno sport avvincente e interessante, per l'ossessione che genera e anche per il rapporto rischi-benefici. E poi, diciamo la verità, dal punto di vista letterario non è che il ciclismo sia molto presente come protagonista di romanzi.

 

Lei è inglese e ci sono stati diversi ciclisti inglesi abbastanza famosi. Ma come mai in Inghilterra non si sono mai organizzate importanti corse ciclistiche, come un giro del Paese a tappe?

Da poco tempo esiste un giro a tappe della Gran Bretagna, ma prima non si potevano organizzare le corse sulle strade perché era molto difficile ottenere la loro chiusura per farlo. Si organizzavano più che altro gare a cronometro, ed è per questo motivo che in Inghilterra ci sono stati molti cronometristi famosi.

 

A proposito di Sol e di sua moglie Liz: tutti e due lavorano in squadra e si sacrificano per la squadra, ma il loro sacrificio diventa complicità in una frode. Esiste una differenza tra collaboratori e complici?

È un po' il caso che decide se si finisce a fare qualcosa di buono o qualcosa di illecito. Nello sport e in altre situazioni come questa, quando è necessario un percorso molto lungo per arrivare in fondo e capire se ciò che si fa è giusto o sbagliato, quando si è già fatta tanta strada, si arriva a un punto in cui la posta è così alta che si è disposti anche a diventare complici.

 

Sol a un certo punto del libro dice che lo scopo finale non è la vittoria: ma allora qual è il traguardo da raggiungere?

Per lui l'obiettivo durante la corsa è quello di aiutare gli altri, di lasciar perdere la propria ambizione a favore di quella altrui. La lotta che deve combattere è nello scontro tra dover essere un gregario e il fatto che nessuno lo capisce. La persona comune non comprende l'importanza del suo lavoro e lo giudica solo uno che non vince.

Il ciclismo e la dura vita del gregario, tra doping e fatica

Forse Sol non è del tutto onesto quando dice che il suo scopo è quello di far vincere gli altri, e per me questa è una delle tensioni del romanzo. Per Liz è la stessa cosa, dal momento che lavora in una squadra di scienziati e non avrà mai la prima pagina di un giornale per le sue scoperte. La dinamica della coppia è molto simile a quella di Revolutionary Road di Richard Yates, con la differenza che qui finisce quasi bene.

Ho scelto questo finale perché volevo lasciare aperta la possibilità di scrivere un seguito, un'altra storia. Non che lo voglia davvero scrivere, ma volevo lasciare l'idea che una relazione è una sorta di percorso a tappe, proprio come il Tour: questa è solo la fine di una tappa, a cui se ne potrebbe aggiungere un'altra. Ho voluto essere generoso con i miei protagonisti, nonostante gli errori che commettono, e dando loro un'altra possibilità.

 

Ma qual è allora la verità? Sol vuole essere solo un gregario oppure ogni tanto vorrebbe essere anche un eroe?

Il problema di questo tipo di vita sta nel doversi dichiarare soddisfatti di un lavoro invisibile, che nessuno conosce: tante persone si trovano a dover svolgere lavori di cui nessuno comprende le difficoltà e i sacrifici. Anche quello dello scrittore in fondo fa parte di questo genere di lavori, come quello dell'interprete che è qui con noi.

 

Come mai, nonostante squalifiche e carriere interrotte, il doping è ancora tanto diffuso, soprattutto nel ciclismo?

Non sono assolutamente un esperto di doping però, come osservatore lo trovo molto simile ai reati finanziari: noi come società siamo disposti a chiudere un occhio perché alla fine ci va bene così. Magari il budget per l'antidoping è anche inferiore a quanto viene pagato da televisioni o altro, per cui resta il dilemma: da un lato vorremmo avere uno sport pulito, dall'altra c'interessa lo spettacolo, e la spettacolarizzazione richiede prestazioni sempre più alte, però le due cose sono incompatibili.

Il titolo originale è We begin our ascent che vuol dire "cominciamo la nostra ascesa": cos'è l'ascent?L'ascesa al successo, o quella che fa Sol scalando montagne?

Il titolo in realtà è stato scelto dal mio editor americano e non da me, che ne avevo proposti altri che sono stati bocciati. Questo comunque mi è piaciuto perché è molto aperto e si presta a diverse interpretazioni. L'ascesa può riferirsi al matrimonio di Sol e Liz, all'inizio di una carriera, ecc.

 

Il doping qui è trattato in maniera molto dissacrante e ironica, anche se nella realtà è un dramma. Pensando ai grandi che sono stati coinvolti in questa cosa, da Armstrong a Pantani, c'è stato un episodio di doping famoso che l'ha ispirata?

Ho letto diverse cose sul doping nel ciclismo nelle varie epoche. Quando ho iniziato a scrivere il libro stava venendo allo scoperto il caso di Armstrong e mi avevano colpito i dettagli un po' strani, anche comici, sul fatto che questa droga che prendevano, l'EPO, l'avevano soprannominata EAP, da Edgar Allan Poe, un nickname che era facilmente identificabile. C'era un curioso elemento di gioco che per me umanizzava il doping.

Il ciclismo e la dura vita del gregario, tra doping e fatica

Sol dice che l'importante non è fare qualcosa di straordinario ma fare abbastanza. È questa la via per combattere il doping?

Sì, se vogliamo che lo sport sia pulito dobbiamo imparare ad accettare dei limiti.

 

Ciò che rende piacevole la lettura del libro è l'intrecciarsi della storia del ciclista con quella del marito e padre, con in comune la difficoltà di fare entrambe le cose.Per lei quali sono i punti in comune tra lo sport agonistico e la vita normale?

Tutto sembra più facile di quanto non sia realmente, nella vita come nello sport. Se tu sei ambizioso e ottieni buoni risultati in un aspetto della tua vita, magari pensi di poter fare tutto benissimo, ma questo non sempre succede.

 

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Il romanzo è costruito con un io narrante e tanti flashback, per cui risulta molto stratificato, quasi con un doppio finale. Come l'ha scritto?

Quando ho iniziato a scriverlo sentivo la tensione di dover fare un romanzo che parlasse di sport, perché il pericolo era quello di concentrarmi solo sul grande evento sportivo e sui risultati della gara. Volevo evitare questo, per cui ho creato una struttura complessa proprio per spingere ai margini quest'idea della grande gara. Dopotutto, se qualcuno vuole qualcosa di strettamente sportivo, sceglie la non fiction oppure si guarda direttamente un evento in tv.

 

Ha parlato direttamente con dei corridori professionisti, ascoltando le loro impressioni, prima di scrivere il romanzo?

No, perché volevo che fosse un'opera di immaginazione e di fantasia, per cui l'ho scritto a New York durante il mio master, ben lontano dal mondo del ciclismo professionista, perché non volevo che diventasse un reportage e cercavo uno spazio per lasciar andare a briglia sciolta la mia immaginazione. Adesso, però, sarebbe interessante sapere se sono riuscito a creare un ritratto accurato di questo mondo.

 

La scrittura è molto cinematografica e la storia potrebbe diventare una serie televisiva. Ha avuto questo pensiero nello scriverla in questa maniera?

Non mentre stavo scrivendo, perché sarebbe stata una distrazione, però se qualcuno si fa avanti per farne una serie televisiva non posso che dire "evviva!".

Sicuramente è stato importante l'elemento visivo, perché si tratta di un romanzo ad argomento sportivo. Io però mi sono concentrato sulle parole.

 

Il personaggio di Liz è fondamentale, ma nella realtà, quanto può essere difficile per un professionista dello sport mantenere un legame stabile?

Credo sia molto difficile mantenere delle relazioni stabili. Noi tendiamo a venerare gli sportivi e pensiamo che, poiché eccelllono nello sport, possano anche diventare dei modelli di vita per noi o per i nostri figli, ma in realtà è da pazzi pensare una cosa del genere, perché conducono delle vite troppo lontane da quelle normali.

 

Progetti futuri?

Sto scrivendo un romanzo sulle case d'aste a Londra e sugli oligarchi russi collegati, non ne so poi molto e quindi mi devo documentare, ma mi piace sempre scrivere quando devo fare ricerche.


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Per la prima foto, copyright: Victor Xok su Unsplash.

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