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Il carisma ai tempi di Facebook: autorevolezza di critici e recensori nel web 2.0

Web 2.0 recensoriTutto comincia con l’abbandono da parte di Alessandro Puglisi del romanzo di Veronica Tomassini, “Sangue di cane”, edito da Laurana Editore nel 2010. Puglisi lo molla a pag 36 e, senza troppo questionare (o argomentare, secondo alcuni), lo denigra (si badi: il romanzo, non l’autrice).

 

Puglisi torna a De Lillo mentre sul blog si apre il dibattito: concordo!, dicono alcuni!, Non si può recensire un romanzo dopo aver letto solo 36 pagine!, dicono altri. Entra in scena, di passaggio, Giuseppe Genna che si dice “indignato” e riporta la sua solidarietà a Gabriele Dadati di Laurana Editore, alla Tomassini e a Giulio Mozzi autore, pare, della quarta di copertina, anch’essa criticata da Puglisi, il quale Puglisi secondo Giuseppe Genna è architetto (e quindi incompetente). Subito dopo Genna sparisce. La polemica si sposta allora non sulle sole 36 pagine (insufficienti a valutare un romanzo), ma sulla competenza del recensore. Tra un “lei non sa chi sono io” e un “ma chi ti conosce, ma chi sei? Abbi il coraggio di firmarti!”, entrano in scena gli strumenti che un recensore deve possedere per esprimere un parere argomentato. Si comincia a contestare non più la recensione – pardon l’abbandono di Puglisi – ma Puglisi stesso, incompetente, ha pubblicato a pagamento e via dicendo. Puglisi replica pacato, mentre altri anonimi (e qualche firma più o meno umana) dicono la propria circa la facoltà di recensire un romanzo da parte di chicchessia. “No! Non tutti possono farlo!”, occorrono gli strumenti. Strumenti ripresi a più voci in altri post. Entra in scena Alessandro Bertante chiamato in causa da un altro anonimo secondo il quale “Nina dei lupi” sarebbe giunto allo Strega dietro spintarelle. Bertante esce di scena perché “non parla con anonimi”, mentre la Tomassini prova a parlare, a fatica, con una “mucca”. Nel marasma generale appare Giulio Mozzi, anch’egli nominato da una non meglio precisata consonante, peraltro tra le ultime dell’alfabeto. Mozzi, serenamente, e dall’alto della sua autorevolezza (lo scrivente gliela riconosce appieno), mette in chiaro un bel po’ di cose e, puntualmente, replica alle accuse di Mr. S.

La Tomassini non ne può più, si difende da accuse di “antipatia” e di “mafiosità”. Ne esce anche una recensione positiva, di Paolo Bianchi. Positiva, quindi autorevole? O autorevole e quindi positiva?  O positiva perché autorevole? Sono domande, le mie.

La discussione prosegue su più fronti perché nel frattempo su facebook la riprendono Sul Romanzo, la Tomassini, Bertante di striscio e Giulio Mozzi su Vibrisse. La parola fine non sembra voler arrivare e anzi arriva una segnalazione alla Polizia, stuzzicata dalla Sig.ra Patrizia Guarino la quale si sente offesa dalla Tomassini. Veronica Tomassini a sua volta accusa la Guarino di stalking. Il dibattito degenera su Sul Romanzo e si chiede la chiusura dei commenti.

Resta comunque la domanda: Puglisi o chi per lui, ha il diritto di scrivere che un romanzo non piace e abbandonarlo a pag 36 o può farlo solo chi ha certi strumenti? Dal canto mio, sull’abbandono e la conseguente critica, quoto pienamente un anonimo-omonimo: “Non ho né tempo né voglia di seguire le polemiche ma, a mio modo di vedere, bocciare così drasticamente un romanzo, avendo letto – per ammissione – solo 36 pagine, cioè non avendolo letto, (fermo restando che anche chi elogia romanzi banali piattissimi ma candidati allo Strega lo fa per "marketting puro" senza averli letti) è semplicemente presuntuoso. Dopo aver letto 36 pagine l'unica cosa che si può dire, per me, è: non mi ha preso. Ma la mia domanda è, invece: se Puglisi avesse osannato – o anche solo non bocciato – il romanzo della Tomassini, sarebbe fuoriuscito tutto questo Sangue (di cane)?”

 

La domanda dell’anonimo è sensata, ma va precisato che il primo a non definirla recensione è stato Puglisi stesso: I lettori più assidui avranno sicuramente notato che chi scrive ha propensione ad occuparsi, di mese in mese, di recensioni. Questo articolo non sarebbe stato un'eccezione. Ed invece lo è.

 

La questione recensione/abbandono la chiudo con la mia risposta all’anonimo: Se Puglisi avesse osannato – o anche solo non bocciato – il romanzo della Tomassini, sarebbe fuoriuscito tutto questo Sangue (di cane)? La risposta è no, almeno secondo me. E per capire perché è no, basta scorrere le recensioni passate di Puglisi.

 

Con quanto sopra, chiudo la questione e apro quella che maggiormente mi interessa, come da titolo. Prendo spunto da un post di Giulio Mozzi. “l'autorevolezza non viene decisa da uno, ma è il risultato di un grande numero di reazioni positive. Nel momento in cui Tizio dice che lo stracchino è buono, e in molti lo stanno a sentire e assaggiano lo stracchino, ed effettivamente trovano che lo stracchino sia buono, e si parlano tra loro condividendo il giudizio - allora Tizio diventa, senza che nessuno l'abbia deciso, autorevole. Se poi c'è - e c'è sicuramente - qualcuno a cui lo stracchino non piace, questo qualcuno potrà (a) pensare che Tizio è un cretino, un mafioso che sostiene lo stracchino solo perché ci ha degli interessi particolari, ecc., (b) considerare Tizio come una persona ritenuta autorevole e che tuttavia di tanto in tanto si sbaglia, (c) fregarsene di Tizio e mangiare caciotta a volontà, ecctera.”

 

L’autorevolezza di cui parla Mozzi è, a mio avviso, chiarissima. Ma chi la possiede, nel web 2.0? La possiede Giuseppe Genna? O la possiedono anche Gian Paolo Serino, Gilda Policastro e Aldo Nove? Se sì, chi altri? (Siccome nessuno li aveva chiamati in causa, lo faccio io per completare il quadro dei miei intellettuali di riferimento).

 

E come si conquista l’autorevolezza nel web? E gli strumenti di cui sopra? Per recensire un romanzo, ci vuole la Laurea in Lettere e una Tesi su Benedetto Croce o è sufficiente aver letto tanto-tantissimo? Io credo che cit. “non essere laureati o non aver conseguito un dottorato vuol dire inevitabilmente essere privi di certi strumenti di analisi critica che si acquisiscono solo attraverso una formazione che non può esaurirsi con la maturità liceale, né procedere autonomamente attraverso la sola lettura dei libri. La sola lettura di libri è sufficiente ad alzare il pollice o ad abbassarlo, non ad esprimersi criticamente”.

 

A voi.

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L’autore tiene a precisare che il cappello a questo articolo era necessario per aprire l’argomento ma che trattasi di sintesi riportata a fini semplificativi. I commenti citati (o quelli citati in parte) non hanno alcuno scopo se non quello di riassumere. Non c’è nessuna intenzione di strumentalizzarli. Se volete leggere l’intero scambio lo trovate qui e qui e su facebook (se avete tra gli amici i diretti interessati).

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Commenti

esistono ottimi ingegneri e pessimi ingegneri, ottimi avvocati e pessimi avvocati.
esistono ritenuti da chi giudica, cioè da quelli che hanno avuto a che fare con loro.
ottimi medici, medici mediocri.
è la fama: essi devono sapersi vendere.
"preferisci un medico che ti ignora mentre guarisci o uno che ti tiene la mano mentre muori?" (dr. house)
c'è parecchia narrazione nel loro modo di esporsi al giudizio del cliente, del famigliare del paziente, dell'accusato.
io ho avuto una degenza di 9 giorni per una colecisti. un altro chirurgo mi avrebbe dimesso dopo 3 giorni, o la mia colecisti era più brutta della media delle colecisti?

ma queste tre professioni necessitano di studi e di iscrizioni all'ordine: c'è una barriera all'ingresso. ci si fida di chi certifica l'abilitazione. dopo: la narrazione, il sapersi vendere, raccontare.
l'autorevolezza è la fama.

per fare l'imbianchino non occorre titolo: pennello e biacca, e giù di polso. chi giudica? il cliente, l'amico del cliente. passaparola. fatturato. altri dipendenti, pubblicità sul giornale locale. soldi alla squadra di calcio del tuo quartiere: il nome sulle maglie.
dopo qualche tempo, impresa f.lli coccozzello imbianchini dal 1984.
lavorano bene? sono bravi, autorevoli nel loro campo?

il recensore è simile all'imbianchino, ma ha clienti molto esigenti. clienti e utenti, cioè lettori, che hanno la tendenza, per l'assenza di regolamentazione, per l'assenza di grandezze misurabili - esame di stato, risultato di un calcolo sul cemento -, hanno l'umana tendenza a farsi influenzare dalla pubblicità/narrazione.

è il meccanismo televisivo: esisti quindi vali. se uno passa in televisione, diventa noto. quindi agli occhi e soprattutto alla mente di chi ascolta, valido. quindi autorevole.
alzi la mano chi di voi pensa che la visibilità sia qualità.
risposta: nessuno.
alzi la mano chi di voi si lascia influenzare dalla pubblicità.
risposta: nessuno.
il che è vero quando abbiamo attenzione attiva, quando siamo vigili. dopodiché quando operiamo invece le scelte, quell'attenzione nel 90% delle situazioni non l'abbiamo. che è il fattore vincente del meccanismo della propaganda pubblicitaria.

il recensore non ha titolo, non compie un'azione intellettuale misurabile matematicamente, quindi l'autorevolezza gliela dà in qualche misura un pubblico.
qui interviene il fattore moltiplicativo mediatico: se scrivo e lascio cento fotocopie al parco, se scrivo su un blog personale, se scrivo su un blog chiamato sulromanzo.it, se scrivo su r2 di repubblica, se scrivo su tuttolibri, se scrivo su alfabeta, il coefficiente base di lettori è molto diverso.
il punto è: a che titolo io scrivo su sulromanzo.it o su repubblica.it, di libri?
a che titolo edoardo raspelli fa l'inviato enogastronomico della Stampa e da più di vent'anni decreta la fortuna o la sventura di certi locali? sa tutto di olio d'oliva, sa tutto di ricette? è un cuoco?
può darsi le mie recensioni di ristoranti siano migliori, ma io faccio l'imbianchino, quindi non sono ritenuto degno di essere ascoltato.
recensioni m i g l i o r i : migliori cioè più buone più belle rispetto alla media delle recensioni di ristoranti operate da non professionisti, ma chi dà i parametri?
ci sono elementi imprescindibili: una recensione base deve indicare nome e indirizzo del locale, piatti scelti, menù in genere, caratteristiche specifiche, tipiche del locale.
da lì in là è gusto.
ma un libro? non credo esistano elementi imprescindibili.
quindi il giornale, la testata, il blog che si è creato una fama di autorevolezza dovrebbe sostituirsi in qualche modo all'omologo che certifica l'abilitazione degli avvocati, degli ingegneri, dei medici. la discriminante dovrebbe essere: sei pasolini e scrivi sul corriere della sera, sei la mucca e non scrivi da nessuna parte.
ma anche qui non ne usciamo: quanti quasi-pasolini, che valevano 9/10 di pasolini, non sono mai emersi? se devo scegliere chi assumere come critico televisivo e mi si presentano aldo grasso e la mucca, io faccio un colloquio e dico: toh, questo aldo grasso è u n p o ' più bravo di questo la mucca: pendo aldo grasso.
visibilità, fama, circolo virtuoso.
si dirà: se la mucca è u n p o' meno bravo di aldo grasso, andrà magari al messaggero.
è possibile, ma quante occasioni si perdono uno dentro uno fuori, chi è dentro vince tutto chi è fuori prende zero?

dove arrivi a scrivere, questo è un criterio - per il pubblico: specifico: per il pubblico - di autorevolezza.

io sono la mucca apposta per non cadere nel tranello psicologico dell'abilitazione a parlare.
chi dice: non-parlo-con-anonimi-utilizza il vecchissimo giochetto retorico per sfuggire la sostanza dell'argomentazione. mi chiamo giuseppe rossi, ho 40 anni e faccio l'idraulico a gallarate.
lo scrittore di turno, appena si sentirà colpito, dirà: lei torni ad aggiustare i tubi.
avrà suscitato il riso dei lettori, in tv sarebbe stato applauso, magari a blob il giorno dopo, primo piano su giuseppe rossi alterato o abbattuto. show, spettacolo. arte retorica.

la discussione era molto interessante. è stata portata in vacca da chi si è sentito punto sul personale.
il che non è comprensibile.
a mio avviso lo scrittore dovrebbe scrivere e poi tacere. oppure partecipare sotto pseudonimo.
non siamo, qui sopra, amici o confidenti. non siamo nemmeno persone a prescindere in conflitto, per quanto mi riguarda non lo sono con nessuno, figuriamoci.
eppure la tendenza è questa: fare rumore, allungare i toni per non parlare della sostanza.

l'autorevolezza, purtroppo, sconta fattori non dipendenti dalla qualità tecnica, molto semplicemente perché non parliamo di grandezze misurabili matematicamente.

La mucca: devo dire che ho seguito tutto d'un fiato le tue riflessioni, condividendone gran parte. Sono per esempio perplesso quando parli di matematizzazione delle grandezze - alla fine -, siamo così sicuri che serva scomodare il concetto di ordini professionali e scientificità in ambiti che da sempre viaggiano lontani da ciò? Mi spiego. Non è il giudizio in sé verso l'autorevolezza di qualcuno in discussione, nel contenuto intendo, ma se la formulazione del giudizio di autorevolezza nel metodo non appartiene magari a campi che non possono essere matematizzati? Perché le variabili in gioco non sono soltanto non codificabili nella loro interezza, ma perché esplorarne la sostanza concerne una NON standardizzazione che appare evidente, altrimenti il rischio è di valutare tutto il non matematico come grossolano. No, non posso accettare questa modalità. Non serve sconfinare nel paradosso Godel e forse aveva ragione Lakatos, se vogliamo applicare al giudizio di autorevolezza un percorso di chiarificazione crescente da parte di un gruppo che ne decifri i limiti e le zone d'ombra. La rete è un esempio di come i confronti, anche serrati, si guardi in questo caso, possono nuocere ai rapporti personali, o complicarli a volte, eppure hanno il pregio di risvegliare idee collettive che abbisognano di *relazione* per emergere nella loro forma migliore. La rete potenzia le relazioni, le disperde, le rende violente, le rende interessanti, ma le muta, ecco, il *mutamento* a me interessa, lontano da logiche standardizzate o matematizzate.

da sempre il politico ha in odio certi giornalisti, alberto tomba lancia la coppa in vetro addosso al cronista reo di cosa chissà, l'autore dichiara guerra al critico.
la differenza è che adesso il popolo di potenziali critici è infinito. un blog, un sito, facebook: il passaparola.
un conto è però, come dice giulio, sentire la parola che passa tra due che camminano in una libreria, un conto è la parola che rimane, a disposizione quasi imperitura dei motori di ricerca.
probabilmente è questo che fa inviperire gli autori che bannano, emettono note, si sentono stalkerati.
prima da chi aveva visibilità, cioè gli inviati dei giornali, delle riviste di settore, da chi scriveva su pubblicazioni accademiche.
adesso da chi ha visibilità, cioè anche uno con 1.094 contatti facebook.
è il passaparola 2.0, che regala un po' di autorevolezza a tutti.
io non intendo dire che ciò che non è matematico è grossolano.
intendo dire che vi era a priori una certificazione - ad esempio quella di una testata giornalistica, di una rivista - che assolve, mi figuro, il ruolo di chi rilascia l'iscrizione a un albo.
(mi sono poi soffermato sui criteri del tutto soggettivi di questa scelta, ma siccome si tratta qui di percezione-di-autorevolezza, lascio correre).
se su internet siamo teoricamente tutti uguali all'ingresso cioè l'account facebook lo otteniamo compiendo le medesime azioni, ciò che pensiamo di quelli con cui interagiamo è molto soggettivo.
c'è chi pensa preventivamente che tutti siano dei coglioni e chi tutti dei geni. dipende molto dall'autostima. c'è chi lascia le porte al dubbio, sempre. boh.
fatto è che quando leggiamo un commento o una nota su un libro stiamo leggendo un commento o una nota di uno sconosciuto, cosa che - se proprio il commento o la nota non sono sgrammaticati o illeggibili in maniera manifesta - di fatto azzera il pre-giudizio o lo riporta al pre-giudizio soggettivo del tutti coglioni o tutti geni.
la cosa la trovo bellissima.
quello che trovo imbarazzante è che giuseppe genna metta in google il nome di un tizio che fa la recensione: è emblematico.
genna di fatto comunica: tu-chi-cazzo-sei-che-scrivi-cose-così.
può darsi che genna pensasse ben prima di googlare puglisi che puglisi è un emerito idiota, può darsi che no: non importa, importa la necessità di informarsi sull'interlocutore, se abbia titolo per parlare in questo passaparola 2.0.

Ti rispondo domani con calma, ma sì, hai proprio ragione. O meglio, ora ho capito bene il tuo pensiero a riguardo.
Il *chi è* di Genna è dispiaciuto anche a me, come se la domanda fosse: hai scritto una cazzata Puglisi? Non conti nulla cercando su Google, era evidente che tu scrivessi cazzate... questo è fastidioso. O così l'ho percepita io.
Ma forse Genna dirà la sua, lo spero, è una persona intelligente, magari ha pisciato fuori dal vaso, capita a tutti a volte, o magari argomenterà le sue ragioni, che sarei curioso di sapere.
A presto.

Mi piace quando scrivi:

"se su internet siamo teoricamente tutti uguali all'ingresso cioè l'account facebook lo otteniamo compiendo le medesime azioni, ciò che pensiamo di quelli con cui interagiamo è molto soggettivo.
c'è chi pensa preventivamente che tutti siano dei coglioni e chi tutti dei geni. dipende molto dall'autostima. c'è chi lascia le porte al dubbio, sempre."

Sì. Verissimo. Autostima.

Be', io non sono laureato.

Ciò detto, cerco di spostare la questione Propongo un ragionamento: l'autorevolezza - finché non si arriva ai livelli dei Claudio Magris, per dire - appartiene non tanto alla singola "firma" quanto al "mezzo" che la ospita. Io compero tutti i giorni due quotidiani ("Corriere della sera" e "il manifesto") e li considero entrambi, e in diversi modi e con diversi limiti, autorevoli. Certo: un articolo di Claudio Magris sarà più autorevole di un articolo di un nome a me sconosciuto; e una delle ragioni per le quali compero "il manifesto" (io, che sono un democristiano genetico) è che ci trovo gli articoli di Marco D'Eramo, che considero molto autorevole. Ma sospetto che, in generale, l'autorevolezza complessiva del "mezzo" prevalga sull'autorevolezza individuale. (Vedi, ma è un caso estremo benché frequente, la suocera che dice: "L'hanno detto in televisione": il soggetto che ha parlato è sparito, rimane solo il mezzo).

Puglisi non ha fatto niente di male, a dire che il romanzo di Veronica Tomassini gli è sembrato così insostenibile da non riuscire ad andare oltre pagina 36. Tuttavia Puglisi non ha pubblicato questa nota di lettura (evito la parola "recensione", che non ci sta) in un blog personale, tra il resoconto della grigliata di sabato sera e una sparata contro le ferrovie che non funzionano. No. Puglisi ha pubblicato la sua nota nel blog di "Sul romanzo". En passant, "Sul romanzo" è non solo un blog ma anche un'agenzia di servizi editoriali. Per "Sul romanzo" l'autorevolezza è vitale: solo per mezzo della propria autorevolezza - o, se si vuole una parola un po' meno ingombrante, della propria credibilità - "Sul romanzo" può riuscire a fare ciò che vuol fare, cioè svolgere un'attività professionale con determinate caratteristiche.

Ora, la domanda è: questa nota di lettura di Puglisi, più umorale che analitica, più risentita che argomentata, è il tipo di cose che "Sul romanzo" può ospitare nel proprio blog senza perdere, o magari acquistando, autorevolezza? (credibilità).

In altro modo: ha senso (non parlo di diritto, sia chiaro; parlo di senso) pubblicare una qualunque cosa in un qualunque luogo? A me pare che ci siano luoghi nei quali ha senso fare certi discorsi o parlare di certe cose, e luoghi nei quali ha senso fare altri discorsi o parlare di altre cose; ci sono luoghi nei quali certi modi dell'espressione vanno benissimo, e luoghi dove gli stessi modi sono inopportuni.

Aneddoto. 1996. E' appena uscito un libro mio. Sono nella cinquina dello Strega. Passo in Feltrinelli, come al solito, a vedere le novità; mi fermo a chiacchierare un una libraia curiosa delle glorie e delle nefandezze dei premi letterari. Il libro mio è in bella vista sul banco, alle mie spalle.
Arrivano due ragazzi.
Uno dice: "Vedi? Questo libro qui l'ha scritto il figlio di una collega di mia mamma".
La libraia sussurra: "De te fabula narratur".
L'altro ragazzo. "E tu l'hai letto?".
"Sì".
"E com'è?".
"Ah, di quelle seghe mentali!...".
La libraia e io, ovviamente, abbiamo riso alle lacrime.

Ma se quello stesso giudizio, in quei medesimi termini, fosse apparso con qualunque firma nel "Corriere della sera", non avrei riso. Avrei trovata la cosa inopportuna.

Giulio scrivi: "Puglisi non ha fatto niente di male, a dire che il romanzo di Veronica Tomassini gli è sembrato così insostenibile da non riuscire ad andare oltre pagina 36. Tuttavia Puglisi non ha pubblicato questa nota di lettura (evito la parola "recensione", che non ci sta) in un blog personale, tra il resoconto della grigliata di sabato sera e una sparata contro le ferrovie che non funzionano. No. Puglisi ha pubblicato la sua nota nel blog di "Sul romanzo". En passant, "Sul romanzo" è non solo un blog ma anche un'agenzia di servizi editoriali. Per "Sul romanzo" l'autorevolezza è vitale: solo per mezzo della propria autorevolezza - o, se si vuole una parola un po' meno ingombrante, della propria credibilità - "Sul romanzo" può riuscire a fare ciò che vuol fare, cioè svolgere un'attività professionale con determinate caratteristiche.

Ora, la domanda è: questa nota di lettura di Puglisi, più umorale che analitica, più risentita che argomentata, è il tipo di cose che "Sul romanzo" può ospitare nel proprio blog senza perdere, o magari acquistando, autorevolezza? (credibilità)."

Esatto, Puglisi non ha fatto nulla di male, gli intenti erano chiari fin dall'inizio fra me e lui, e con Veronica in privato ho spiegato, ma anche nel mio primo commento dell'altro post ero stato chiaro.
Sull'autorevolezza vitale sto sperimentando che cosa sia giusto o sbagliato, non voglio pensare che vi siano leggi consolidate opportune o meno opportune per la libertà di espressione nelle discussioni online di un blog, voglio invece reputare sensato rendere il blog dinamico con scelte più o meno azzardate, dov'è l'equilibrio? Ma capisco, da buon democristiano quale dichiari di essere, permettimi la battuta, che forse il concetto di equilibrio fra bene e male - perfino in un semplice blog che parla di libri - possa essere diverso fra noi. Forse, dico. Laddove tu ti fermi, io vado avanti, magari sbagliando. Ricordo quando ai tempi partecipavo a gare di downhill con la mountain-bike e invidiavo il coraggio di alcuni fortissimi in gara, dove io frenavo, loro ancora pedalavano; a volte ne uscivano con le ossa rotte, altre volte (in questo stava l'invidia) vincevano con tempi incredibili.
In una discussione online ognuno decide se pedalare o frenare, da tempo ho deciso di pedalare, col rischio di errori (commessi tanti) e critiche negative (tantissime). Si può cambiare, forse un giorno mi stancherò di pedalare e frenerò con Sul Romanzo, qualsiasi cosa comporti la frenata, perfino la chiusura dell'agenzia e/o del blog.
Perciò non posso sapere se il post di Puglisi possa avere donato o tolto credibilità a Sul Romanzo, posso però essere certo di avere pensato alla pedalata soprattutto, spingendo sulla sperimentazione, sul tentativo di lasciare la responsabilità al collaboratore di lottare dialetticamente per le sue idee, per quanto discutibili.
I *luoghi* non sono statici online (molto più statico un quotidiano, la rete è altra cosa, con leggi diverse), seguono flussi imprevedibili e trovo che sia fondamentale, anche per conquistare credibilità, dimostrare giorno per giorno che si ha il desiderio di infrangere muri, voglia di svecchiare vecchie modalità di espressione e di scoprire nuovi sentieri di relazione.
Sul Romanzo cerca di fare questo, gli sbagli sono sempre dietro l'angolo, ogni giorno. Solo il tempo dirà.
E, non ultimo, cosa altrettanto importante, scrivi: "ci sono luoghi nei quali certi modi dell'espressione vanno benissimo, e luoghi dove gli stessi modi sono inopportuni". Chi è l'arbitro online? Chi lo sceglie? Esiste l'arbitro quando si parla di libri online, sia essa una recensione o una nota di lettura o qualsiasi altra cosa? Chiedo.

Morgan, tu ti interroghi sull' "equilibrio fra bene e male", su ciò che è "giusto" e ciò che è "sbagliato": e secondo me questo è un buon modo per non venire a capo della questione. Poi ti domandi: "Chi è l'arbitro online? Chi lo sceglie?", eccetera: e secondo me questo è un altro buon modo per non venire a capo della questione.

Suggerisco di ragionare in termini di opportunità e inopportunità: due parole-guida abbastanza deboli, credo, da permettere di navigare a vista. E di piantarla con le interrogazioni attorno a un arbitro che - a me pare evidente - non c'è. Piuttosto che a un'etica dei principii e delle regole (etica che ha bisogno di un arbitro, di un giudice), proporrei di pensare a un'etica delle virtù.

Nella discussione precedente suggerivo che l'autorevolezza è cosa che si produce lentamente, per somma di riscontri e di consensi, per effetto del continuo interagire delle persone. La virtù necessaria per conseguire l'autorevolezza non è il coraggio "esplosivo" di chi compete in una gara, ma il coraggio "lento" - potremmo dire: la costanza - di chi sa che il risultato ambito arriva per la somma di tanti risultati minori.

Lo so che i "luoghi" in rete non sono statici. E questa mi pare un'ottima ragione per non ragionare in termini "statici" come bene/male, giusto/sbagliato, arbitro, e così via.

Bene, dal tuo punto di vista, sono due modalità per non venire a capo della questione, scartiamole. Non sono convinto, ma provo a seguirti.

Termini di opportunità e inopportunità, per navigare a vista. Cerchiamo di essere precisi, per intenderci senza ambiguità, o almeno si prova.
Dal dizionario Devoto Oli, opportunità: "La presenza di una o più circostanze e condizioni appropriate o favorevoli al concretarsi di un'azione (con un senso che può andare da una necessità attenuata a una notevole convenienza)".
Mentre inopportunità: "Sgradita o sfavorevole intempestività".
Parli di etica delle virtù.
Perplesso. Cioè perplesso perché il mio dubbio è se si possa, kantianamente, confluire tutti in un'etica delle virtù se non esclusivamente attraverso la legge, intendo proprio una legge scritta, con delle pene, chi sbaglia, paga.
Non siamo in questa situazione, si incontrano modi e abitudini contrastanti di continuo online, come mansuefare la *violenza* o gli *attacchi* trovando un percorso sereno costruttivo?
Non è che invece si ritorna al bene e al male? Non è che si ritorna al giusto e sbagliato? Intendo non è che là sia il nodo (bene/male e giusto/sbagliato) dove si incontrano di continuo le anime (o i mondi interiori) delle persone, quindi, in realtà in una discussione online si delinea l'essere della persona?
Sembro pessimista, sì, lo sono. Quanto più si apre alla massa, tanto più la massa impone purtroppo o per fortuna modi poco opportuni, bensì legati all'istinto, poco meditato, con conseguenze non di rado inopportune.
Il punto è accettare che sia così, accettarlo davvero, altrimenti ciao democrazia, torniamo a forme di elitismo in rete (sezioniamo la rete in base a quali parametri?).

Scrivi: "Nella discussione precedente suggerivo che l'autorevolezza è cosa che si produce lentamente, per somma di riscontri e di consensi, per effetto del continuo interagire delle persone."
Giusto, lo condivido, ma siamo così convinti che la lentezza nei termini in cui tu la declini sia l'unica modalità di lentezza appunto? Uhm. E se invece il coraggio esplosivo possa incedere con lentezza, come un fiume carsico, a fasi alternate di lentezza lenta e lentezza meno lenta?
Voglio dire, un risultato (quello ambito di cui tu parli) magari può essere ottenuto anche con qualche azione a volte fuori dalle righe, meno ortodossa, una lentezza diversa da quella che tu indichi.

Mi è capitato di riflettere sul senso del "festina lente", e mi venivano alla mente le parole del nobel Gao Xingjian, tratto da La montagna dell'anima:
"Mi tornano in mente i racconti degli ultimi giorni su gente morta in montagna e mi attanaglia il panico. Sembro un pesce impigliato nella rete della paura e trafitto da un gigantesco arpione. Mi dibatto sapendo che non potrò fare nulla per cambiare la mia sorte, a meno di un miracolo. Ma che altro ho fatto finora nella vita se non attendere miracoli?".

(ci si legge domani, quando rivedrò la discussione).

Morgan, scrivi: "il mio dubbio è se si possa, kantianamente, confluire tutti in un'etica delle virtù se non esclusivamente attraverso la legge".
Rispondo: lascia perdere i "tutti". La questione è, per me, come agisco io; per te, come tu agisci.

Chi propugna la legge, deve aver ragione. Chi auspica la virtù, può solo praticarla.

Scrivi anche: "Quanto più si apre alla massa, tanto più la massa impone purtroppo o per fortuna modi poco opportuni, bensì legati all'istinto, poco meditato, con conseguenze non di rado inopportune".
Mi pare che qui ci sia un giudizio sulla "massa".
Le domande sono, secondo me: sono io in grado di gestire un mezzo di comunicazione in modo tale da incoraggiare comportamenti meditati, non istintuali, eccetera?

Proviamo ad assumere questa massima: "In ogni luogo la discussione si svolge secondo il temperamento del padrone di casa".

Giulio, scrivi: "Chi propugna la legge, deve aver ragione. Chi auspica la virtù, può solo praticarla."

Esatto. Tuttavia mi chiedo i confini della virtù di cui si sta parlando, che fra le persone sono differenti: vi sono intersezioni e lontananze sui quali è davvero difficile accordarsi.

Il mio giudizio sulla massa c'è, pesante pure. La massa sovente non mi piace, quando incontro una persona o poco più alla volta mi sento a mio agio, nel gruppo, nella folla manzoniana, provo disagio, perché spesso vedo modi che mi feriscono o mi indignano. Stesse dinamiche nella rete. Consapevole che è un problema mio.

Scrivi: "Le domande sono, secondo me: sono io in grado di gestire un mezzo di comunicazione in modo tale da incoraggiare comportamenti meditati, non istintuali, eccetera?"

Questa è una bella domanda.

La tua massima finale non mi convince per nulla. Non solo il temperamento del padrone di casa può essere alterno, a seconda dei momenti, ma siamo sicuri che sia la cartina di tornasole dello svolgimento della discussione?

Giulio, perdonami il ritardo nella replica.
La mia chiosa sulla laurea è una provocazione bella e buona. Sapevo da tempo tu non ne possedessi una e nonostante questo ho scritto chiaramente che, secondo me, sei una voce estremamente autorevole. Conosco altre voci che reputo tali, e so per certo non possiedono una laurea. (Magari interessa poco, ma non la possiedo nemmeno io).
La citazione finale è di un critico letterario che stimo molto (anche se la pensa così) ma io condivido molto più volentieri, quest'altra:
«L'autorevolezza, che sia in rete o sul corriere della sera, l’autorevolezza è soltanto quella dell’argomentazione. Punto. Se un quindicenne riesce a produrre su un libro argomenti più persuasivi di quelli, che so, del prof. Ferroni, allora gli darò volentieri ragione. Ma la tendenza dominante è quella di una critica estemporanea, esclamativa, esibizionistica, incapace di argomentare, indipendentemente dal possedere saperi specialistici o strumenti retorici.»

L'abbandono di Alessandro Puglisi è a mio avviso criticabile perché privo di argomentazioni convincenti (non privo di argomentazioni: privo di argomentazioni convincenti - per il sottoscritto).

«Alfonso Berardinelli stroncò "Il pendolo di Foucault" dopo averne letto una sola pagina: era deontologicamente molto discutibile, ma altrettanto convincente.»

Come al solito tutto è molto (troppo?) relativo. Però l'autorevolezza di un libero pensatore sul web può essere anche superiore a quello odierno di molte testate giornalistiche e soprattutto televisive assai parziali, condizionate e condizionabili, da markette quando non da poteri politici. Non so se è sempre autorevole, ma se non altro perlomeno il giudizio dato dai recensori 2.0 è sempre più libero e indipendente.

Cannibal, puoi fare l'esempio di un "libero pensatore sul web" che sia considerato (non da te, ovviamente, ma da un congruo numero di persone) più autorevole di "molte testate giornalistiche e soprattutto televisive"?
(Secondo me non vale l'esempio di Beppe Grillo, che ha fondato la propria autorevolezza proprio grazie alla televisione).

Nota. L'autore (cioè lo scrivente) ha chiesto la cancellazione di un rigo dell'articolo, il quale avrebbe potuto innescare inutili polemiche che non servono ai fini argomentativi dello stesso.

Io credo che chiunque possa dire, scrivere, disegnare quello che vuole. Possa manifestare le sue opinioni su un libro, cinque pagine, trentasei o sulle prime righe per esempio. Mica lo vieta qualche regolamento. Il punto credo sia chiedersi quanto può essere "utile" al fruitore del sito letterario. Quelle cose non sono state scritte sul diario personale del signor Puglisi (al termine di questa discussione, se un termine ci sarà, temo che scopriremo chi ha ucciso Sarah Scazzi), ma su un forum letterario molto rispettato e seguito, punto di riferimento per gli appassionati della lettura come me. A parer mio leggere dieci righe infamanti e non argomentanti sul libro, sul linguaggio, sulla quarta di copertina che dicono solo "schifo schifo schifo!", senza spiegare i motivi, non serve. Almeno a me leggere quell'articolo non ha dato né lasciato niente. Cosa che ovviamente non mi aspetto quando intraprendo la lettura di un articolo. Al contrario, mi auguro sempre di capire, arricchirmi, informarmi. Fosse stata l'opinione fine a se stessa di una voce nota poteva anche incuriosirmi, ammesso di voler perdere tempo dietro alla curiosità, ma non conoscendo questo signor (architetto? Che poi che c'entra se è architetto oppure no?) Puglisi, non riscontro nessuna utilità nel suo articolo. Ho iniziato 'Sangue di cane', sono a pagina 50 e non ho affatto intenzione di fermarmi.

Rientro in questo stanco e vacuo discorso perché si parla di libertà, che difenderei pure nelle bettole.

<< Io credo che cit. “non essere laureati o non aver conseguito un dottorato vuol dire inevitabilmente essere privi di certi strumenti di analisi critica che si acquisiscono solo attraverso una formazione che non può esaurirsi con la maturità liceale, né procedere autonomamente attraverso la sola lettura dei libri. La sola lettura di libri è sufficiente ad alzare il pollice o ad abbassarlo, non ad esprimersi criticamente”. >>

Questa, a mio modesto parere, è un'affermazione suscettibile della stessa accusa che si muove ad Alessandro Puglisi. È un'affermazione non argomentata.

Se lo fosse, si arriverebbe presto a parlare di quanti, pur non essendo laureati, sfornano "bei" libri, "valide" recensioni, "geniali" brevetti industriali, o "virtuosistiche" interpretazioni musicali. Metto le virgolette perché, come giustamente fa notare la mucca, non stiamo parlando di qualità oggettivamente misurabili, ma di qualità relative. Se non altro, diacronicamente relative.

Dimostrazione per assurdo.
Penso: la letteratura è tanto più preziosa quanto più supera i paradigmi e gli stereotipi culturali, mordendo il reale al di là di essi.
Rifletto: se gli unici autorizzati a recensire sono i detentori di un titolo (qualunque esso sia), abbiamo il paradosso per cui la cultura del momento cerca di cogliere la novità di qualcosa che si colloca per definizione al di là di essa.
Se portiamo il discorso alle sue estreme conseguenze, allora diventa legittimo persino affermare, ben al contrario, che la cultura non è legittimata a giudicare la letteratura - quantomeno la buona letteratura.
In ogni caso non si esce dall'aporia di una cultura che pretende di spiegare, con categorie e mezzi interni, un'operazione che si configura già a monte come ad essa esterna.

Preciso che sono allorizzata, masterizzata e dotto-reificata e pubblico in tre lingue, e non ne vado fiera; e che mi si può tranquillamente insultare per il fatto che scrivo sotto nick, non me la prendo. E che non saprete mai se tutto questo è vero.

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Riflessione generale. Finché la scimmia si beerà del proprio ammaestramento, resterà quel che è: una scimmia. Ma questo, sembra, è un problema mio.

Può un lettore non laureato esprimere il proprio parere (giudizio mi pare troppo) su un libro di narrativa?
No, è stato detto: non dispone degli strumenti. Ma, ricorrendo il caso, non andrebbe multato il libraio che vende libri a chi non dispone degli strumenti idonei ad esprimerne un parere?
Io penso che scrivendo e PUIBBLICANDO ci si rivolge a un pubblico, per l'appunto e che tutti, pagatone il prezzo di copertina, abbiano lo stesso diritto a parlarne, sparlarne, esprimere pareri. Sarà l'autore a vagliare e distinguere il giudizio, mettiamo, di Benedetto Croce da quello della vecchietta delle mele, diversi sul piano della autorevolezza, ma uguali su quello del diritto.
P:S: Avere letto molti libri deve pur valere qualcosa, non dico la laurea in lettere, quella no, ma mettere insieme una certa confidenza che ci mette in condizioni di dare del tu al Manzoni e chiamare "collega" Baudelaire.

Mi intrometto per rispondere a un solo punto di questo articolo arioso e intelligente, ovvero quando ci si chiede "Se Puglisi avesse osannato – o anche solo non bocciato – il romanzo della Tomassini, sarebbe fuoriuscito tutto questo Sangue (di cane)?".
la mia risposta è ovviamente no, ma in questo non ci vedo niente di strano, anzi, la vedo come una cosa così naturale, che quasi la considero irrilevante ai fini delle discussioni che sono scaturite.
lo scritto di Pugliesi è, a mio avviso, scorretto perchè oltre che essere frettoloso e non-critico (e quindi sterile, dato il contesto in cui è inserito e dato il pubblico a cui si propone), è anche negativo. la commistione delle due cose, reca un danno gratuito per il quale un autore ha tutto il diritto di indignarsi.
se il parere di Puglisi fosse stato invece positivo, il suo scritto sarebbe stato ugualmente frettoloso e non-critico (e quindi sterile, dato il contesto in cui è inserito e dato il pubblico a cui si propone), ma non sarebbe stato (passatemi il termine) lesivo nei confronti dell'autore.
a me sembra la differenza tra "dannoso" e "inutile" sia cristallina.

altro punto fondamentale, per me, è che in entrambi i suddetti casi (e qui aggiugiamoci anche le "recensioni di favore") si fa uguale danno ai lettori, che scelgono di comprare (o meno) un libro, sulla scorta di una valutazione incompleta.

Aperitivo al Bar: una signora lagnosissima che litiga col tipo che è con lei. Tavolo accanto al mio. Io e la mia amica ridiamo nell'assistere alla scena: la signora si dimena e gesticola così tanto che "tra poco gli cava gli occhi" - pensiamo -, lui in silenzio, guarda il giardinetto con le altalene e sorride ai bimbi. Serafico, non sta succedendo niente. Lei si lamenta perché lui la sera prima l'ha combinata grossa - dice lei - visto che si è permessa di rimproverare suo padre dicendogli "fatti i cazzi tuoi", a suo padre, uomo perbene. Cafone e maleducato a iosa...
Lui, dopo circa mezz'ora di monologo di lei (che ha sentito tutta siracusa), risponde secco, deciso, calmissimo: "maleducato? e perché? l'ho solo richiamato al suo dovere".

In quel momento ho pensato a voi (ok, prima ho riso da morire e poi ho pensato a voi).

Dove sta il punto?
Quel "fatti i cazzi tuoi" dello sconosciuto del bar, per quanto richiamasse al dovere (effettivo, per carità) del padre di star fuori da questioni e problemi che non lo riguardano, e di evitare soprattutto di entrare nel merito di questioni e problemi che riguardano a maggior ragione qualcuno che non lo vuole tra i piedi, è stato vissuto dalla tipa isterica seduta davanti a me come una cafonata allucinante, gravissima, imperdonabile, e grida e gestacci etc etc. Perché? Perché il padre è anziano e la legge del rispetto gerarchico vuole che l'adulto di 30 anni più grande può mandarti a fanculo, ma tu al massimo puoi dirgli "a presto". Quel "fatti i cazzi tuoi" è grave per la ragazza, perché secondo lei non è tollerato dal comune senso della buona educazione come ammissibile nel preciso contesto in cui è avvenuto.
Ha ragione? Forse sì, ma io sono l'ultima persona che può parlare perché formule come "fatti i cazzi tuoi" anche nelle varianti "fatti i fattacci tuoi", "non ti impicciare", "che cazzo c'entri tu" - talvolta persino col mantenimento del lei - etc etc, in effetti sono state da me usate più d'una volta in corso d'anni anche con persone più grandi di me che però di fatto mi hanno fatto girare i coglioni parecchio, intromettendosi in situazioni di grande tensione: un incidente in auto, una maestra che si permette di stampare sul viso di mia sorella una cinquina, la cassiera del supermercato che sostiene che le ho dato 20 quando le ho dato 50...
E sono pronta a scommettere che quella simpatica e isterica tipa così attenta a dimenarsi per cazziare il povero malcapitato, come non si è posta problemi a intavolare lo spettacolo per mezza siracusa, non si sarà posta problemi altre volte quando allo scattare del verde parte il "vaffanculo coglione, muoviti!" alla macchina davanti. E se alla guida c'è un dolcissimo 70enne che ha bisogno del suo tempo? :-)

Allora perché?

Perché è suo padre. Tutto qui. E lui non parlava e non rispondeva e non batteva ciglio in quella ridicola lite,e si limitava a dirle con calma ogni 10 minuti "l'ho solo richiamato al suo dovere", perché? Perché è suo padre. Sanno entrambi che stanno discutendo su una questione di 'principio', sulla regola, infranta poi da chiunque e per ciò stesso fallace, ma in realtà lei non si è arrabbiata per la regola, si è arrabbiata perché è suo padre.

Ho letto molti post qui sul romanzo da quando si è aperta la discussione, sono andata a curiosare per capire l'autorevolezza del sito e con essa la domanda di Mozzi. Ci sono pezzi carini e pezzi banalissimi, con argomentazioni quasi adolescenziali. A volte solo tramette di poco conto. Forse ha ragione Marco qui su: se è positiva ma debole è solo inutile, se è negativa è innanzitutto dannosa. Dannosa...
Ma non ce li vedo Mozzi e Genna a intervenire o porsi problemi di autorevolezza su questo blog per un ipotetico post della sottoscritta in cui si legge anche solo un "le poesie di Alessandro Puglisi fanno cagare" (ovviamente non lo penso, è un esempio che mi permetto con ale perché in quanto amico mi fa stare tranquilla da eventuali polemiche e strumentalizzazioni).

Allora perché?
:-)

Non se ne cava nulla, credo, da un dialogo tra due persone di cui una parla di suo padre e l'altra discute la regola. Non si capiranno mai...

Mi duole dirlo così, ma ero io a postare, solo che ho dimenticato di inserire il nome. :-)

Abbastanza casualmente son qui, e ho seguito la vicenda Puglisi - Tomassini. Casualmente: sono un architetto, non un letterato. Dichiaro prima, si faccia la tara.
Mi pare un banale problema di legittimazione. Mi pare che "la mucca" lo affronti in modo troppo ristretto. La questione è sempre esistita: i mezzi di comunicazione di massa, la rete, certamente determinano una alterazione della questione "legittimità - autorevolezza".
Propongo di affrontare la questione come se fosse il tronco di un albero. Al centro, gli anni più antichi dell'albero, abbiamo la legittimazione accademica, cioè di quella che viene riconosciuta come "comunità scientifica". Se insegno letteratura alla Normale, avrò più autorità nella materia di un professore di materie letterarie della scuola media. Questo nocciolo di legittimità ha rilevanza non tanto e soltanto di per sè, quanto elemento che fornisce legittimità ad altre cose. Ad es. un giovane delinquente con la scuola media in carcere, che scrive una storia interessante in modo interessante potrebbe essere legittimato come scrittore dalla comunità scientifica e poi per gradi divenire a sua volta autorevole fonte di legittimità per altri. La legittimità è per gruppi, spesso reciproca. E'assolutamente corretto che Bertante venga candidato allo Strega grazie alle segnalazioni di persone con legittimità già acquisita. Non solo non si tratta di "spintarella", ma è proprio la modalità prevista di legittimazione.
Lo scontro di idee avviene riducendo la legittimità di idee a noi avverse, dimostrandone la fallacità. Ma, se in campo scientifico la cosa ha aspetti lineari, in campo artistico e letterario la cosa assume aspetti discrezionali: per cui la autorità e legittimità pregressa ha una rilevanza maggiore. E, se l'onestà e la statura intellettuale degli accreditati viene meno, è facile piombare in una perdita credibilità generale, in un senso di arbitrarietà delle scelte.
Senza farla troppo lunga (credo che sia una questione che potrebbe fare una vita di studio di un filosofo), nel caso specifico abbiamo un giovane critico (Puglisi) privo di legittimazione se non quella di essere ospitato da una rivista on line (la quale a sua volta ha una autorità non mi pare indiscutibile, ma non la seguo, e non me ne intendo), che stronca in modo molto netto una autrice anch'essa di legittimità non consolidata.
Se la cosa è fatta per aprire un dibattito serrato sulle idee, sul modo di fare un romanzo oggi, sul contestare un certo approccio (ad esempio, a me pare, un certo "maledettismo" di maniera), allora evviva! Ma se la cosa si riduce ad essere una guerra fra poveri, piccoli io narcisistici, allora davvero la cosa è poco interessante.

Interessante il tuo appunto, Guido. Ma scusa cosa ti fa pensare che l'autrice abbia una legittimità non consolidata? Sappiamo chi l'ha seguita, Giulio Mozzi non uno così. Sul suo blog c'è tutto. Ho letto in rete le recensioni, questo libro lo hanno presentato a Milano con Marco Travaglio, leggo che hanno scritto di lei i maggiori critici italiani che hanno salutato il romanzo come uno dei migliori, non so Guido dimmi tu se questa non è legittimità. Che poi ci sta pure bene che a qualcuno il romanzo non sia piaciuto, ho seguito i commenti, personalmente mi aspettavo di leggere perché questo romanzo non sia piaciuto, se proprio si vuole fare il critico. Lasciamo stare chi l'ha offesa, veramente penoso.

Il fatto che io, che non mi occupo di letteratura di mestiere e sono solo un lettore amatoriale, ho sottovalutato la fama di questa autrice, dimostra forse che la sua "legittimità" non sia consolidata. Voglio dire: a me, ad esempio, Saviano non piace affatto. Soprattutto sul piano letterario. Però è evidente che abbia una "legittimità autoriale" piuttosto consolidata. (il caso Saviano potrebbe far entrare in gioco la "legittimità per fama televisiva", ma non è del tutto vero: Saviano è andato in televisione, mi pare, dopo che come autore si è affermato).
Se Puglisi avesse stroncato allo stesso modo Saviano, le conseguenze sarebbero state diverse: da un lato non sarebbe risaltato, ma sarebbe stato uno dei tanti che non parlano bene di Saviano in rete, con scarso vantaggio personale; dall'altro non avrebbe scalfito Saviano. Invece è riuscito a scalfire la Tomassini: si è scomposta.
Ricordo come Citati, con la sua autorità, scalfì Baricco. Ricordo anche che quest'ultimo si lamentò del fatto non di essere criticato in sè, ma di non esserlo puntualmente, di esserlo solo con una "alzata di sopracciglio" e quindi, senza essere degnato (lesa legittimità autoriale ... allorché egli invocò la "legittimità di fatto" del successo di pubblico).
In fondo, mutatis mutandis e celebrità degli autori, un caso tutto sommato simile a quello Puglisi-Tomassini.

aridaje con l'offesa personale.
chi l'ha offesa?
io ho scritto che la tomassini non brilla per simpatia.
se uno non accetta critiche, quali esse possano essere, alla propria opera - e non alla propria persona, la butta sul personale, passa due giorni a lamentarsi come fosse vittima del mondo, lo confermo: non brilla per simpatia.
ma la discussione è stata prima sulla facoltà di (non) recensire e adesso sull'autorevolezZa dei recensori.

La mucca: "se uno non accetta critiche, quali esse possano essere alla propria opera - e non alla propria persona, la butta sul personale, passa due giorni a lamentarsi come fosse vittima del mondo" eccetera. Non brilla per simpatia, dici e concludi. Questa è una critica alla sua opera? A mio avviso non credo proprio. Tu conosci la Tomassini, da cosa deduci che non brilla per simpatia? Cosa c'entra col suo romanzo? Mi par di capire che chi la butta sul personale sei proprio tu La mucca.

Guido fai paragoni con Saviano. Non so, mi lasci sempre più perplesso. La legittimità di un autore, ti do ragione, non si misura nel numero di copie vendute, nel battage o nei salotti televisivi frequentati. Saviano è un autore prima di tutto questo, e qui siamo d'accordo. La Tomassini nondimeno è un'autrice riconosciuta, da quel che si scrive di lei, e spero che non sia una cattiva notizia per te.

Ha esordito ora e già è scrittrice riconosciuta? Basta una dignitosa rassegna stampa per essere autori riconosciuti? Quando si diventa riconosciuti? E riconosciuti da chi, soprattutto? E per aver scritto cosa? Che differenza c'è tra uno Scrittore e una persona che scrive?

Rosario, non è che se fra conventicole di scrittori sei conosciuto, hai scritto un libro per la Laurana editore (che non è un editore di primaria importanza) sei un autore importante. Al massimo, sei un autore di belle speranze. Come dire, l'autorità di autore ancora te la devi conquistare. E non è facile, non è facile: devi avere tanta fortuna e bravura, perché tante saranno le critiche. Tipo quella stroncatura.

Quello che invece mi pare molto presuntuoso - da parte delle "conventicole" - è ritenere che se sei amico di Genna, di Bertante e Giulio Mozzi sei già legittimato come grande autore.
Non è così. Questo è un giretto piccolo.

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