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Il carisma ai tempi di Facebook: autorevolezza di critici e recensori nel web 2.0

Web 2.0 recensoriTutto comincia con l’abbandono da parte di Alessandro Puglisi del romanzo di Veronica Tomassini, “Sangue di cane”, edito da Laurana Editore nel 2010. Puglisi lo molla a pag 36 e, senza troppo questionare (o argomentare, secondo alcuni), lo denigra (si badi: il romanzo, non l’autrice).

 

Puglisi torna a De Lillo mentre sul blog si apre il dibattito: concordo!, dicono alcuni!, Non si può recensire un romanzo dopo aver letto solo 36 pagine!, dicono altri. Entra in scena, di passaggio, Giuseppe Genna che si dice “indignato” e riporta la sua solidarietà a Gabriele Dadati di Laurana Editore, alla Tomassini e a Giulio Mozzi autore, pare, della quarta di copertina, anch’essa criticata da Puglisi, il quale Puglisi secondo Giuseppe Genna è architetto (e quindi incompetente). Subito dopo Genna sparisce. La polemica si sposta allora non sulle sole 36 pagine (insufficienti a valutare un romanzo), ma sulla competenza del recensore. Tra un “lei non sa chi sono io” e un “ma chi ti conosce, ma chi sei? Abbi il coraggio di firmarti!”, entrano in scena gli strumenti che un recensore deve possedere per esprimere un parere argomentato. Si comincia a contestare non più la recensione – pardon l’abbandono di Puglisi – ma Puglisi stesso, incompetente, ha pubblicato a pagamento e via dicendo. Puglisi replica pacato, mentre altri anonimi (e qualche firma più o meno umana) dicono la propria circa la facoltà di recensire un romanzo da parte di chicchessia. “No! Non tutti possono farlo!”, occorrono gli strumenti. Strumenti ripresi a più voci in altri post. Entra in scena Alessandro Bertante chiamato in causa da un altro anonimo secondo il quale “Nina dei lupi” sarebbe giunto allo Strega dietro spintarelle. Bertante esce di scena perché “non parla con anonimi”, mentre la Tomassini prova a parlare, a fatica, con una “mucca”. Nel marasma generale appare Giulio Mozzi, anch’egli nominato da una non meglio precisata consonante, peraltro tra le ultime dell’alfabeto. Mozzi, serenamente, e dall’alto della sua autorevolezza (lo scrivente gliela riconosce appieno), mette in chiaro un bel po’ di cose e, puntualmente, replica alle accuse di Mr. S.

La Tomassini non ne può più, si difende da accuse di “antipatia” e di “mafiosità”. Ne esce anche una recensione positiva, di Paolo Bianchi. Positiva, quindi autorevole? O autorevole e quindi positiva?  O positiva perché autorevole? Sono domande, le mie.

La discussione prosegue su più fronti perché nel frattempo su facebook la riprendono Sul Romanzo, la Tomassini, Bertante di striscio e Giulio Mozzi su Vibrisse. La parola fine non sembra voler arrivare e anzi arriva una segnalazione alla Polizia, stuzzicata dalla Sig.ra Patrizia Guarino la quale si sente offesa dalla Tomassini. Veronica Tomassini a sua volta accusa la Guarino di stalking. Il dibattito degenera su Sul Romanzo e si chiede la chiusura dei commenti.

Resta comunque la domanda: Puglisi o chi per lui, ha il diritto di scrivere che un romanzo non piace e abbandonarlo a pag 36 o può farlo solo chi ha certi strumenti? Dal canto mio, sull’abbandono e la conseguente critica, quoto pienamente un anonimo-omonimo: “Non ho né tempo né voglia di seguire le polemiche ma, a mio modo di vedere, bocciare così drasticamente un romanzo, avendo letto – per ammissione – solo 36 pagine, cioè non avendolo letto, (fermo restando che anche chi elogia romanzi banali piattissimi ma candidati allo Strega lo fa per "marketting puro" senza averli letti) è semplicemente presuntuoso. Dopo aver letto 36 pagine l'unica cosa che si può dire, per me, è: non mi ha preso. Ma la mia domanda è, invece: se Puglisi avesse osannato – o anche solo non bocciato – il romanzo della Tomassini, sarebbe fuoriuscito tutto questo Sangue (di cane)?”

 

La domanda dell’anonimo è sensata, ma va precisato che il primo a non definirla recensione è stato Puglisi stesso: I lettori più assidui avranno sicuramente notato che chi scrive ha propensione ad occuparsi, di mese in mese, di recensioni. Questo articolo non sarebbe stato un'eccezione. Ed invece lo è.

 

La questione recensione/abbandono la chiudo con la mia risposta all’anonimo: Se Puglisi avesse osannato – o anche solo non bocciato – il romanzo della Tomassini, sarebbe fuoriuscito tutto questo Sangue (di cane)? La risposta è no, almeno secondo me. E per capire perché è no, basta scorrere le recensioni passate di Puglisi.

 

Con quanto sopra, chiudo la questione e apro quella che maggiormente mi interessa, come da titolo. Prendo spunto da un post di Giulio Mozzi. “l'autorevolezza non viene decisa da uno, ma è il risultato di un grande numero di reazioni positive. Nel momento in cui Tizio dice che lo stracchino è buono, e in molti lo stanno a sentire e assaggiano lo stracchino, ed effettivamente trovano che lo stracchino sia buono, e si parlano tra loro condividendo il giudizio - allora Tizio diventa, senza che nessuno l'abbia deciso, autorevole. Se poi c'è - e c'è sicuramente - qualcuno a cui lo stracchino non piace, questo qualcuno potrà (a) pensare che Tizio è un cretino, un mafioso che sostiene lo stracchino solo perché ci ha degli interessi particolari, ecc., (b) considerare Tizio come una persona ritenuta autorevole e che tuttavia di tanto in tanto si sbaglia, (c) fregarsene di Tizio e mangiare caciotta a volontà, ecctera.”

 

L’autorevolezza di cui parla Mozzi è, a mio avviso, chiarissima. Ma chi la possiede, nel web 2.0? La possiede Giuseppe Genna? O la possiedono anche Gian Paolo Serino, Gilda Policastro e Aldo Nove? Se sì, chi altri? (Siccome nessuno li aveva chiamati in causa, lo faccio io per completare il quadro dei miei intellettuali di riferimento).

 

E come si conquista l’autorevolezza nel web? E gli strumenti di cui sopra? Per recensire un romanzo, ci vuole la Laurea in Lettere e una Tesi su Benedetto Croce o è sufficiente aver letto tanto-tantissimo? Io credo che cit. “non essere laureati o non aver conseguito un dottorato vuol dire inevitabilmente essere privi di certi strumenti di analisi critica che si acquisiscono solo attraverso una formazione che non può esaurirsi con la maturità liceale, né procedere autonomamente attraverso la sola lettura dei libri. La sola lettura di libri è sufficiente ad alzare il pollice o ad abbassarlo, non ad esprimersi criticamente”.

 

A voi.

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L’autore tiene a precisare che il cappello a questo articolo era necessario per aprire l’argomento ma che trattasi di sintesi riportata a fini semplificativi. I commenti citati (o quelli citati in parte) non hanno alcuno scopo se non quello di riassumere. Non c’è nessuna intenzione di strumentalizzarli. Se volete leggere l’intero scambio lo trovate qui e qui e su facebook (se avete tra gli amici i diretti interessati).

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Commenti

Domande interessanti anche queste, al tuo scetticismo saprà rispondere sicuramente chi ha ragione di farlo. Curioso che a te Stilo non basta nemmeno una "dignitosa rassegna stampa". Ma avrai le tue consapevolezze su chi veramente abbia diritto ad una legittimità e chi no. Buona serata a tutti.

Non è curioso, è normalissimo. Non credo basti una dignitosa rassegna stampa alla prima opera per essere scrittori riconosciuti (al più significa che l'ufficio stampa ha fatto al meglio il suo lavoro), innanzi tutto si deve dimostrare di aver scritto. E non credo che sia sufficiente un romanzo. Credo che uno scrittore sia tale solo dopo che abbia dimostrato di esserlo attraverso più prove di scrittura.

La chiudo qui, Guido. A me non piace chi parla alludendo senza certezze, non mi piace chi insinua. Giulio Mozzi è uno scopritore di talenti, dicono che sia tra i più bravi. Tu fai altri nomi, alludi non so a cosa, non mi piace discutere con chi allude.
Affermi: "Quello che invece mi pare molto presuntuoso - da parte delle "conventicole" - è ritenere che se sei amico di Genna, di Bertante e Giulio Mozzi sei già legittimato come grande autore". Chi lo dice questo? Lo dici tu mi pare, prenditi allora la responsabilità di quel che affermi. Sono insinuazioni a mio avviso, è molto triste. Per il resto, non vado avanti, perché dopo un po' le polemiche mi annoiano, soprattutto se impregnate di insinuazioni. Non abbiatene a male. Buona serata.

Rosario, dalle tue reazioni alle mie osservazioni (stai insinuando che io metta in dubbio falsamente la bravura di Giulio Mozzi; la realtà dei fatti è che io, essendo un lettore comune e non specializzato, come ho dichiarato all'inizio, non so nemmeno chi sia. Sono io che sono ignorante, non sto dicendo che lui è nessuno. Conosco solo quelli conosciuti ai più), dicevo, dalle tue reazioni, mi viene la pensare che forse la mucca poi non ha tutti i torti a fare certe critiche.

Io non sono nessuno. Lo dico subito, così potete regolarvi di conseguenza.
Dico anche che sono convinto che “massa” sia una semplificazione sociologica che sta sopravvivendo, di molto, alla propria effettiva utilità. Io vedo qui all'opera lo stesso meccanismo che ha già creato il panico in altri ambiti (cinematografico, musicale, giornalistico, ecc.). La massa si differenzia, diventa insieme di singolarità e approcci critici, diventa insieme di attori e questo spaventa. Gli attori di un “sistema culturale” (uso questa espressione senza alcuna accezione complottistica) hanno bisogno di una linea di demarcazione netta, una linea che separi chi fa e chi consuma, chi scrive e chi legge. Ne hanno talmente bisogno che varcarla è considerato il peccato massimo (“Ripassi dal via dopo avere studiato, e non architettura, signor Puglisi”). Avere la presunzione di essere qualcosa di più di un consumatore, di uno spettatore o, in questo caso, di un lettore mette in crisi un sistema altrimenti stabile e, per chi lo abita, perfettamente funzionale. Io autore ho il diritto di iscrivere te lettore nella massa, ma tu non hai il diritto di liquidare la mia opera o, se lo hai, abbi almeno la decenza di farlo nel tuo privato, di non condividerlo o, al limite, di condividerlo solo con altri tuoi pari (e quindi non al mio livello). Fallo pure sulla tua micragnosa fanzine, ma non sul Corriere.
Credo che questo sia un meccanismo protettivo, e credo nasca dalla paura.
Il sistema letterario è un sistema semplice, che prevede pochi attori che interagiscono secondo dinamiche lineari. È un sistema che si può comprendere nelle sue articolazioni e in cui si può imparare a muoversi (in fondo anche questo fa la differenza nella carriera di un autore). Quando nel sistema entrano nuovi attori, quando le dinamiche si fanno più complesse, chi aveva “trovato casa” (o sperava di poterla finalmente trovare) nel vecchio sistema si trova spiazzato, e a volte ha paura (in maniera inversamente proporzionale alla propria solidità all'interno di quel sistema: in questo senso non stupisce la scompostezza di alcune reazioni dell'autrice rispetto all'educato distacco di attori ben più solidi e radicati).
Se si toglie la paura dall'equazione non si capisce come mai a partire da una non-recensione di un signor nessuno (come suggerito da molti commenti) si scateni tale putiferio. Se Puglisi non è nessuno, la sua non è neppure una recensione, e chi commenta nella maggior parte dei casi non ha i numeri per farlo, perché discutere? Perché affannarsi? Perché non scrollare soltanto le spalle e passare oltre? Ipotizzo che questo accada anche perché Sul Romanzo è una realtà ibrida, e in questo senso potenzialmente destabilizzante (al di là dei suoi limiti). Perché, in fondo, è sia Corriere sia fanzine...
Questo affannarsi sull'autorevolezza, sulla legittimità o meno degli interventi dà – a me, che non sono nessuno – l'impressione del naufrago che annaspi verso la scialuppa. Fatemi capire, datemi riferimenti, spiegatemi come sarà il sistema di domani. Deve avere un ordine, una struttura, deve avere un senso... (altrimenti come potrei muovermici?). Certo, avrà tutte queste cose, ma non può averle oggi, adesso. Sarà un sistema in cui la linea di demarcazione fra autori e lettori sarà più sfumata e in cui, probabilmente, non esisterà più nessuno che possieda un timbro con su scritto “autore”. Sarà un sistema in cui l'autorevolezza di cui sopra non potrà più essere un dato acquisito una volta per tutte, ma sarà frutto di una negoziazione costante. O forse no. Ma ciò che è certo è che non saranno i partecipanti a questa discussione a determinare ordine e struttura del sistema di domani. Potranno solo riconoscerlo, e solo quando si sarà costruito autonomamente, solo ex post. Ritorna qui, come altrove, la paura, il vagheggiare di un futuro caos indifferenziato, della morte di ciò che di bello e funzionale oggi conosciamo (quanti post e interventi sulla morte della lingua italiana per colpa di Facebook? sull'inevitabile moltiplicarsi delle bufale per colpa dei blog, ecc.?), senza rendersi conto che questi sono solo passaggi e che “la massa” sa costruire il proprio ordine – o meglio, i propri ordini – in maniera completamente autonoma e con molto più acume e competenza degli attori titolati.
Faccio notare di sfuggita come non solo gli attori del sistema di cui sopra contestino l'autorevolezza degli interventi degli “anonimi” (fruitori), ma come valga anche l'inverso. Questo intendo quando parlo di venir meno di un sistema strutturato. Io scrittore ho sempre potuto godere di una distanza da te lettore, che tu non hai mai potuto contestare. Qui puoi. Qui hai il diritto di chiedermi conto di chi sono, del perché mi trovo dove mi trovo, di chi mi ha selezionato, in base a quali criteri. Sostenere che questo - qui, in Italia - non sia salubre è folle.
Personalmente credo che il sistema culturale italiano – tutto – abbia un disperato bisogno di rinnovarsi e di cambiare. Di accogliere non soltanto nuove voci, ma nuovi selezionatori di voci e nuovi recensori di voci. La critica – letteraria, ma anche cinematografica – è da decenni bloccata su paradigmi ormai polverosi, disperatamente conservatrice, elitaria (opinione strettamente personale ovviamente). Non credo in caste, oligarchie od occulti manovratori, ma credo nell'istinto di sopravvivenza, credo nel fatto che chi ha trovato posto faccia di tutto per mantenerlo, escludendo chi potrebbe sottrarglielo. Non credo che la Rete sia l'istanza salvifica definitiva, ma credo che possa essere un elemento di disturbo, e questa discussione me lo conferma. Nel corso degli anni – probabilmente per mia ignoranza – ho visto in azione sempre le stesse dinamiche, sempre la stessa tipologia di attori. Ho visto una generazione selezionare una generazione successiva completamente isomorfa a sé.
Fotografare la Rete oggi, disquisendo di cosa sia l'autorevolezza e cosa l'opportunità non ha alcun senso. La si paragona a media – o più correttamente a sistemi mediatici – ormai stabili, alla fine del loro percorso di crescita e maturazione. La Rete oggi è qualcosa di assolutamente fluido, ma che saprà trovare una sua stabilità – o più d'una – nel tempo. Cos'è l'autorevolezza in Rete? Secondo quali dinamiche si genera e si mantiene? Impossibile dirlo oggi, lo si capirà alla fine del processo. La Rete, il Web, i blog, Facebook, Twitter... sono passaggi, non punti di approdo.
Chiedo venia se ho cercato di astrarmi dallo specifico di questa discussione, ma trovo che questa sia una perfetta rappresentazione di un fenomeno più generale.

un articolo molto interessante sul carisma

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