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«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico QuiricoNel dibattito sul terrorismo islamico, insistente è la voce che lo vuole estraneo all'Islam eppure il jihad viene indicato come uno dei pilastridagli stessi musulmani, estremisti certo ma pur sempre islamici.

Il Califfato nasce e si sviluppa al di fuori del modo musulmano o ne rappresenta una parte? Per Domenico Quirico ammettere che quanto sta accadendo nasce da una cellula, crudele e deviata, dell'Islam rappresenta il punto di partenza per poter meglio comprendere il fenomeno jihadista di cui lui ha sentito parlare in anteprima proprio dagli artefici. Un piano, il loro, ben congegnato e preordinato che malinterpretato e sottovalutato ha portato e rischia ancora di portare conseguenze infauste. Centinaia di migliaia le vittime innocenti di questa guerra che si prospetta priva di vincitori con un forte desiderio di riscatto e di rivalsa a muovere una «sanguinaria e crudele epopea» destinata a durare ancora a lungo.

«Sì, l'avanzata dell'islamismo fa veramente paura il giorno in cui ti accorgi che ne respiri, tra ciucche parolaie, quasi inconsapevolmente e senza trasalire l'aria insulsa e sanguinosa».

Domenico Quirico, inviato de «La Stampa», è stato rapito in Libia nell'agosto del 2011 e in Siria nell'aprile del 2013.

«Credevo mi avrebbero ucciso, la Siria è in mano al demonio». Ha dichiarato dopo il rilascio, avvenuto l'8 settembre sempre del 2013. 152 giorni di prigionia raccontati ne Il grande Califfato (Neri Pozza, 2015), un libro che raccoglie la sua analisi di quanto sta accadendo in Siria, di quello successo in passato ma anche di ciò che ha rappresentato per l'autore vivere e subire gli accadimenti.

Processo inevitabile, a suo dire, per chi vuole svolgere il mestiere di scrivere con «onestà, umiltà e passione». Una visione molto avventurosa della professione, una grande voglia di vivere pienamente il suo giornalismo esplorativo, come lui stesso lo definisce.

«Una volta c'erano gli esploratori, anche agli inizi del Novecento... perché c'erano ancora delle cose da esplorare, degli spazi vuoti. Io credo che il giornalismo oggi sia in qualche misura una forma esplorativa dell'uomo, di come si è trasformato. Del resto bisogna addentrarsi in territori sconosciuti, non si può esplorare con il cannocchiale».

E Quirico di sicuro si è avventurato in posti se non sconosciuti dal punto di vista geografico ancora da conoscere da quello politico e sociale. Un giornalista-esploratore con un grande spirito di avventura, che non ha disdegnato di osare per curiosità di conoscenza, che ha vissuto e superato, per fortuna, esperienze dure come il sequestro in terra straniera e che ne parla come di un qualcosa che bisogna mettere in conto se si vuol fare il suo mestiere fino in fondo. Esperienze che lo hanno cambiato, rendendolo una persona diversa. 

Abbiamo cercato anche noi di conoscere e comprendere quanto più possibile delle sue “avventure” nell'intervista che, gentilmente, ci ha concesso.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

Il grande Califfato è il reportage giornalistico di quanto accaduto negli ultimi anni e non solo, ma è anche un racconto intimistico degli accadimenti della sua vita. È la narrazione di una guerra vista e vissuta attraverso i filtri del suo essere. Quanto l'ha segnata tutto questo?

Obbligatoriamente mi ha segnato. Credo in un giornalismo che è un mestiere, non una missione o altro. Una sorta di artigianato che per forza ti deve trasformare, non necessariamente migliorare. Si trasforma nel senso che la realtà lo plasma. Io sono molto diverso da quello che ero venti o dieci anni fa per ciò che ho vissuto e raccontato, che per me sono due cose coincidenti. Una trasformazione dovuta all'esperienza umana non solo professionale, cosa che accade a chiunque svolge questo mestiere con onestà, umiltà e passione. Credo sia questo uno dei problemi del giornalismo di oggi che non è più immerso e a volte sommerso nella realtà ma vive in una mediazione che l'ha reso freddo, indifferente, qualche volta cinico, altre bugiardo... esiste una forma di giornalismo totalmente bugiardo e paradossalmente è quello che forse utilizza di più gli strumenti che dovrebbero garantire l'aderenza perfetta alla realtà. Mentiamo proprio nel momento in cui utilizziamo gli strumenti più neutri dal punto di vista tecnico. Ciò merita senz'altro una riflessione.

 

La prigionia l'ha paradossalmente resa uguale agli uomini del jihad. Lei, l'infedele del gruppo, quando si è scoperto vicino ai combattenti della guerra santa? Una vicinanza legata al sequestro non alla causa.

Banalmente quando ho scoperto che, purtroppo, dovevo condividere il loro tempo che era anche il mio. Vivevo con loro e quindi ne ero, ahimè, legato in modo stretto e indissolubile fino a quando loro stessi non avessero deciso di liberarmi. La mia vita diventava in parte anche la loro vita. Io come prigioniero non pregavo, non combattevo... ma ero comunque unito in modo inscindibile al loro destino.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

Lei ha sentito parlare per la prima volta del Califfato mentre era prigioniero ad al-Quesser, in Siria. Prima di entrare nel merito di quanto sta accadendo oggi vorremmo facesse un passo indietro, per ritornare a quei giorni e raccontarci quanto provato.

Io, di mestiere, faccio l'inviato, sono stato sequestrato anche altre volte... è la normalità in quei posti quando uno vi si reca per raccontare quanto accade. In questa precisa occasione i problemi maggiori sono stati legati al lungo tempo trascorso con i miei sequestratori. Ora, a distanza di molto tempo e, ovviamente, data la conclusione fortunata di questa storia, ritengo sia stata una straordinaria occasione per capire, in anticipo rispetto agli eventi, quello che stava accadendo in quei luoghi e che la Siria che avevo conosciuto nei miei viaggi precedenti, tra il 2011 e il 2013, si stava trasformando da Paese rivoluzionario in qualcosa di completamente diverso.

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Lei ha cominciato a parlare del Califfato subito dopo il suo rilascio ma la notizia non ha avuto molta eco. Tante le critiche però. Perché?

Non ha avuto molta eco perché sembrava una storia un po' fantasiosa. Che lo scopo di questi gruppi islamisti fosse quello di ricostruire qualcosa che ha avuto il suo sviluppo storico nel Sei-Settecento dopo Cristo appariva a molti un qualcosa di bislacco e di impossibile. In realtà c'era, come mi era stato spiegato dai miei sequestratori, un progetto politico molto concreto, motivato e con dei mezzi e delle cadenze assai ben individuate. Le critiche non si riferivano tanto all'aver parlato di questo progetto di Califfato ma al fatto che io ho descritto un mondo in cui il Male aveva il suo totale e assoluto dominio. In tanti mesi di sequestro non ho mai incontrato, se non una volta, un gesto di umana pietà. E questo è stato mal interpretato, da persone tra l'altro che non avevano letto il libro che avevo scritto al ritorno. A questi le mie parole sono sembrate una condanna aprioristica e semplicistica del popolo siriano, cosa che era ed è totalmente fuori dalla mia idea. In realtà si trattava della constatazione che la brutalità e la violenza dell'esperienza storica che i siriani hanno vissuto e stanno vivendo ancora, purtroppo, ne veniva progressivamente modificando il carattere antropologico, obbligandoli a diventare violenti, feroci, insensibili al dolore degli altri perché ciò avrebbe rappresentato una debolezza che poteva costar loro la vita in uno scenario così estremo.

 

«Ecco: noi siamo musulmani non pecore, non dimenticarlo più, ci avete umiliato e sfruttato per secoli. È finita». Lei afferma che è sulla memoria e non sulla Storia che i popoli costruiscono il proprio passato. Qual è la memoria dei popoli musulmani? E quella degli occidentali?

La memoria dei popoli musulmani è la constatazione di una decadenza, di esser stati la civiltà del mondo, esattamente nei secoli in cui il Califfato era al suo apogeo mentre l'Occidente era povero e immerso nelle tenebre di un Medioevo e assai lontano dall'esplodere negli splendori del Rinascimento. Mentre il presente è umiliazione, povertà, divisione e debolezza. È sul ribaltamento di questa memoria collettiva di decadenza che il Califfato ha costruito la propria immagine, scegliendo di chiamarsi così non a caso.

La memoria degli occidentali è una visione rovesciata. Il passato non conta nulla e la concezione della Storia e della memoria è quella di un progresso continuo che, con il passare del tempo, ci rende più ricchi, più felici, più affaticati dalle debolezze della natura, dalla nostra condizione di uomini e ci porta, paradossalmente, verso una sorta di immortalità. Questo è speculare rispetto alla memoria dei popoli musulmani. Per loro, per quelli che condividono un certo Islam, è il passato il segreto della condizione umana e trovano il progresso nell'età dell'oro. Per noi invece questo è legato a una visione ottocentesca, ovvero come un qualcosa di inevitabile e immanente.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

«Ci illudevamo di sedurli: e invece è come se un mattino si fossero svegliati e di due mondi possibili ne fosse rimasto loro, di colpo, uno solo». Davvero l'Occidente ha creduto di poter continuare a esportare e imporre il proprio modello ovunque senza generare una reazione, come accade in Fisica, uguale e contraria?

Le rispondo di sì. Se legge i discorsi dei politici o degli intellettuali occidentali vedrà che buona parte riporta questa visione, tra l'altro con dei fondamenti. I nostri modelli, quelli che noi proponiamo e in qualche misura imponiamo solo parzialmente con la forza ma impiegando altri strumenti, che possono essere considerati indiretti o più subdoli, sono riconducibili tutti al concetto politico di democrazia, alla scienza, al progresso tecnologico, alla relatività di tutte le ideologie e anche addirittura di tutte le professioni religiose, l'indeterminatezza di una ragione prevalente. In altri invece c'è una sorta di auto-dichiarazione di colpevolezza o di debolezza.

 

Visto dall'Occidente, il Califfato è un'avanzata dell'islamismo che fa paura. Ma guardandolo dal mondo musulmano cos'è?

Ci sono molte sfaccettature. È difficile definire in maniera univoca il pensiero di oltre un milione di musulmani sparsi in diverse aree del pianeta anche se accomunati dalla stessa professione di fede. È, anche nella violenza e nel sangue, il ristabilimento di un equilibrio. Il capovolgimento di una storia ingiusta. Per molti musulmani il Califfato è anche questo. Al di là della retorica che si legge anche sui giornali e che afferma che l'Islam non è questo. Non è vero. L'Islam è anche questo.

Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam, ne è una parte. Quella oscura, il cuore nero. Se non partiamo da questa amara constatazione non capiremo mai. Il volerlo respingere in territori definibili neutri, come un qualcosa che non appartiene a niente ed è generato dalla follia di un gruppo di uomini è un modo per non capire. Il che non vuol dire che non sia una sanguinaria e criminale epopea. Lo è. Ma nasce all'interno dell'Islam. Al pari delle guerre di religione o della strage di San Bartolomeo. Una sanguinaria e crudele manifestazione del Cristianesimo.

«Il Califfato non è una falsificazione dell'Islam», intervista a Domenico Quirico

Cosa dobbiamo aspettarci nell'immediato futuro?

La continuazione del presente. Questa vicenda, purtroppo, durerà ancora molto tempo.


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