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“Il cacciatore del buio” di Donato Carrisi, e la sua grande capacità di narratore

Donato Carrisi, Il cacciatore del buioDonato Carrisi sa quello che sta facendo mentre ci racconta la storia de Il cacciatore del buio, edito da Longanesi. Sa, anzi ne sa una in più dei maestri americani del thriller. E non ha alcuna importanza se il lettore sia un appassionato del genere, letto l’incipit, non ti fermi più. Come lo spietato mostro, il killer nelle pagine di Carrisi, «non si fermerà, se non sarà fermato», così il lettore.

Un uomo ha perso la memoria ed è come se fosse rinato passando attraverso il fuoco purificatore della morte. Lo stesso corpo che, in qualche modo, custodisce reminiscenze essenziali e sbiadite, possiede una mente nuova di zecca, pronta a immagazzinare una nuova esistenza. Non è il caso di questo uomo, egli vuole conoscere la sua identità. Quel vecchio io, però, aveva fatto delle scelte ben precise; è un penitenziere.

Il penitenziere, Marcus, ha un dono segreto che rende segreta la sua stessa esistenza. Coglie il male, laddove il male è la norma e il bene l’eccezione. Agisce per conto della chiesa cattolica e, nella descrizione del Vaticano, Carrisi mette in mostra la sua grande capacità di narratore. Lo stato del Vaticano è, geograficamente, il più piccolo del mondo. Geograficamente. Visto da altre prospettive, questo piccolo Stato possiede guardie svizzere, una pista di atterraggio per gli elicotteri, beni artistici di valore inestimabile e tantissime altre ricchezze. Oltre a un penitenziere che allarga la sua giurisdizione fino a Roma, quando occorre.

Si consumano crimini a Roma. Perché «questa è Roma. Un posto dove ogni verità rivelata nasconde a sua volta un segreto». E, nella città eterna, si sprigionano energie negative grazie al sangue versato, quasi si ritornasse agli albori della storia, quando Romolo uccise Remo per autoproclamarsi re. Non solo, nella Roma di Carrisi ci sono centinaia di anime che si nutrono di queste energie tenebrose.

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Donato CarrisiSono tanti coloro che indagano attorno all’epicentro di questo terribile terremoto che interrompe le vite di innocenti. C’è Sandra, una poliziotta che ha appreso, ai tempi dell’università, come si fotografa il vuoto sulla scena di un crimine. E c’è Marcus, che si aggira e agisce come un fantasma, senza un volto, senza legami, senza un passato, ma con impulsi umani. Per meglio cogliere da quale parte si trova il penitenziere, occorre aggiungere che Marcus fa parte di quei noi ai quali non è dato chiedere e nemmeno sapere; ma solo ubbidire.

È un vortice il ritmo de Il cacciatore del buio, ti intrappola come in una gabbia con una sola via d’uscita: l’ultima pagina del romanzo. Un thriller degno di essere definito tale, e non solo, alcune riflessioni dell’autore sono pregnanti e oltrepassano la dimensione del genere. Afferma Carrisi, per esempio: «chi si dedica alle parole non può essere toccato dalle brutture del mondo». Un’asserzione che apre grandi squarci sull’arte, in generale, e sulla letteratura, in particolare, anzi sugli effetti del loro esercizio. Con altrettanta delicatezza, Carrisi si sofferma anche sulla questione sociale e le conseguenze prodotte dalla ripetizione in loop di alcune notizie di violenza. «Ogni volta che, per esempio, veniva resa nota una statistica sugli stupri, nei giorni successivi questi aumentavano esponenzialmente. Invece di creare indignazione, quel numero – specie se elevato – generava emulazione. Era come se anche stupratori in fieri, che fino ad allora erano riusciti a controllare le proprie pulsioni, improvvisamente si sentissero autorizzati a entrare in azione da un’anonima e solidale maggioranza. Il delitto è meno grave se la colpa è condivisa».

È così realistico nella descrizione dei personaggi Donato Carrisi da farti sorgere il dubbio che stia raccontando la ricostruzione di una vera storia de Il cacciatore del buio.

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