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Il bambino impaurito che c’è in noi. “Più grande la paura” di Beatrice Masini

Il bambino impaurito che c’è in noi. “Più grande la paura” di Beatrice MasiniC’è una bugia che ognuno di noi si racconta nel momento in cui acquista la consapevolezza di essere cresciuto: solo un bambino è impaurito dal buio, dagli eventi e dagli individui con cui si relaziona. Gli adulti ne sono immuni. O almeno, è ciò che credevamo quando immaginavamo che il diventare grandi significasse rivestirsi di una corazza indistruttibile, in grado di renderci coraggiosi e pronti a sfidare tutti i mostri. Quelli creati dalla nostra mente e quelli reali, generati dal mondo esterno.

E invece l’intera esistenza ci contraddice con le sue difficoltà e ci rivela che la paura non ha età. Semplicemente nasce nel momento stesso in cui due mani ci strappano al ventre materno e muore nel momento in cui il nostro cuore si ferma. Ci accompagna, fino all’ultimo respiro, come se fosse parte integrante del miracolo della vita: non esiste alcuna possibilità di scelta, è il tratto distintivo di qualsiasi essere vivente. Ma se negli animali si limita a essere primaria perché dettata dallo spirito di sopravvivenza e dalla necessità di proteggersi, nelle persone ha varie sfaccettature, diverse espressioni e diverse “madri”. Non solo: è un sentimento in continua trasformazione, cambia nel corso degli anni e a seconda delle personalità, del bagaglio di esperienze che ci si porta dietro, della maturità emotiva di ognuno. Ma c’è, sempre: prima o poi tutti ce la troviamo davanti, magari nelle circostanze più improbabili, e siamo costretti a farci i conti, in un modo o nell’altro. La differenza risiede nella reazione, nella capacità di gestirla o di accettarla, nella volontà o nella forza di affrontarla. Nel coraggio di accettare le nostre fragilità, anche da adulti, perché la nostra parte puerile, in fondo, non ci abbandona mai: piccoli frammenti di fanciullo restano attaccati ai nostri corpi cresciuti e vagano, dentro di noi, in attesa di trovare un luogo accogliente in cui dimorare.

«Il tempo del coraggio senza limiti è misurato, le sue piccole Moire sono lì che filano e affilano. Dopo, quando sarà scaduto, nostra sorella paura riprenderà il suo posto, si allargherà, sarà sempre con te, la gemella parassita capace di tarpare ogni tuo atto, ogni slancio, per impedirti di diventare quello che sei.»

 

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È su questo tema che si muove l’intero libro Più grande la paura di Beatrice Masini (Marsilio Editori, 2019), una raccolta di sette racconti e una novella che vede i bambini e le loro paure al centro della narrazione. Una scelta non casuale da parte dell’autrice, da sempre attenta al mondo dei più piccoli, che ci mostra quanto tutti gli episodi legati all’infanzia e all’adolescenza, anche quelli considerati insignificanti, attecchiscano sull’animo e la mente di chi si sta ancora affacciando sulla finestra della realtà. La varietà delle vicende descritte e dei protagonisti fa così traballare quella visione dell’universo fanciullesco come omogeneo ed esente dalle complessità di pensiero, ritenute prerogativa esclusiva dell’età matura.

«Se soltanto i grandi ne sapessero davvero di più. Invece ci danno case delle bambole, case di giochi in fondo al giardino, e sperano che ne restiamo prigionieri, che ci cresciamo dentro fino a non riuscire più a venir fuori, condannati alla salvezza miracolosa dell’infanzia.»

Il bambino impaurito che c’è in noi. “Più grande la paura” di Beatrice Masini

Le storie costruite dall’autrice milanese ci dicono il contrario. Infatti, seppur accomunate da scenari simili – legati all’estate, al mare, alle vacanze, ai ritorni in città – ci fanno conoscere personaggi diversi tra loro per età, carattere, estrazione sociale, ambiente familiare e perfino per il contesto storico: c’è Allegra, cinque anni, oggetto di una contesa – dal sapore più dell’esercizio del potere e della vendetta che dell’affetto – che ha come sfondo la città di Venezia e un convento nel 1822; ci sono Giulia e Ottavio, fratello e sorella, che trovano rifugio in una casa dei giochi per sfuggire al dolore di un lutto prematuro causato da una guerra; e poi ci sono i bambini che reagiscono ai soprusi perpetrati contro gli animali o alle ingiustizie contro i loro coetanei; troviamo Nina, profondamente turbata da quella cronaca nera degli anni Settanta, dominata dal resoconto di disgrazie o atti violenti che hanno come vittime proprio i più piccoli. C’è la figlioletta di genitori separati, che cerca rassicurazioni sul suo ruolo di principessa di fronte a un padre distratto dall’incontro con un amore giovanile, mentre in un altro racconto Masini ci presenta un figlio di otto anni e mezzo che compie i primi passi verso il distacco dalla figura materna, rifiutando i suoi gesti di affetto. Ma non sono solo i bambini a occupare l’impianto narrativo: incontriamo anche l’adolescente che sceglie l’isolamento come forma di ribellione alla fine di un’amicizia, che sa di prima cotta.

Ognuno di loro per sfuggire alla paura – della perdita, della mancanza, dei cambiamenti, della violenza –  tenta di aggrapparsi a un’àncora, rifugiandosi a volte nella fantasia, altre nei libri, altre ancora nella solitudine, rivelando spesso l’incapacità degli adulti di farsi carico delle fragilità infantili, in quanto distratti dai propri bisogni, problemi e dolori. Oppure, perché troppo intenti a sminuire la portata degli accadimenti che si trovano a vivere i bambini, ritenendo che non abbiano alcun peso sul loro percorso di crescita. Ciò che emerge dunque dalle pagine di Masini è il ritratto di un universo di individui maturi solo sulla carta, di genitori e familiari sordi alle voci, alle emozioni e alle richieste dei più piccoli, ma anche dimentichi di essere stati essi stessi segnati dalla loro infanzia e adolescenza.

Il bambino impaurito che c’è in noi. “Più grande la paura” di Beatrice Masini

La scelta di rendere protagonista il mondo dell’infanzia si riflette anche sul linguaggio utilizzato dalla scrittrice che, in nessun caso, ricorre a frasi complesse e articolate, pur riuscendo a dar vita a passaggi dal grande impatto emotivo, che lasciano il segno nella mente di chi legge.

«Questa è una bugia così chiara che urla, urla anche lei, urlerebbe se non ci fosse già la voce gonfia e rossa dell’uomo che continua con la sua catena di imprecazioni e per ogni momento, ogni insulto, ogni parola strappa al cane un male più grande. La bambina va alla finestra ma per fortuna non si vede niente, lo sapeva già che il dolore viene da più lontano…»

 

Un’altra caratteristica dell’opera di Masini è l’uso poco ortodosso della punteggiatura, che dà l’impressione di trovarsi realmente di fronte a una voce narrante infantile. Ciò che rende la lettura scorrevole e piacevole, malgrado si registri una prolissità eccessiva nella novella. In quest’ultima parte, le descrizioni e le riflessioni sono protratte troppo a lungo, spezzando un ritmo che fino a quel momento è alto e accattivante.

 

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Tuttavia, questa monotonia viene ricompensata dalle pagine finali, intrise di interrogativi e di tentativi di risposte, di considerazioni e di incoraggiamenti, tutto espresso con concetti talmente profondi da convincerci che sia valsa davvero la pena arrivare fino in fondo, grazie a quella stessa curiosità che avevamo da bambini, quando pensavamo di avere anche il monopolio della paura. Prima di riscoprirla invece, da adulti, dentro di noi. Anche se ci risulta difficile ammetterlo, per timore di sembrare puerili.


Per la prima foto, copyright: Jose A.Thompson su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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