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I “trapezi” amorosi in “La spartizione” e “La coscienza di Zeno”

I “trapezi” amorosi in “La spartizione” e “La coscienza di Zeno”Tra i tre litiganti il terzo gode

Emerenziano e Zeno

Ogni giorno Emerenziano Paronzini consuma i suoi pasti alla stessa ora, sempre al medesimo tavolo del Ristorante Elvezia. Sotto gli ippocastani della piazza centrale di Luino guarda partire i battelli che solcano il Lago Maggiore. Reduce di guerra, fuma fra le sette e le dieci sigarette Macedonia al giorno.
Zeno Cosini passeggia per Trieste struggendosi con un’eterna ultima sigaretta che ultima non è mai. Gioca in borsa, dapprima con suo suocero e poi per proteggere l’onore del suo defunto cognato, Guido. Si dice perennemente dolorante e chi lo circonda lo reputa un “malato immaginario”. Cos’hanno in comune il Primo Archivista Emerenziano Paronzini e l’analizzante Zeno Cosini? Certamente quest’ultimo gode di maggiore notorietà letteraria, seppur il Paronzini sia apparso sugli schermi con il volto di Ugo Tognazzi nel film, ispirato al romanzo di Chiara, Venga a prendere il caffè da noi (Alberto Lattuada, 1970). Iniziamo col ricordare che Paronzini esce dalle pagine deLa spartizione,di Piero Chiara, mentre Cosini si racconta in prima persona (essendo stato “pubblicato” per vendetta dal suo analista, il Dottor S.) ne La coscienza di Zeno, di Italo Svevo. Seppur entrambi di mezz’età, i due personaggi non sono contemporanei. Paronzini si muove nell’atmosfera sonnolenta e grottesca della Luino (il paesello totem di Chiara) anni Trenta, fra una piccola borghesia che strizza l’occhio al fascismo e la vita lenta e dilatata dei caffè. Al contrario, Cosini frequenta i salotti della Trieste dei primi del Novecento, fino allo scoppio della prima guerra mondiale, dividendo le sue giornate fra le letture nel suo studiolo e alcune fallimentari operazioni commerciali, avendo delegato a un fidato amministratore la gestione del suo ragguardevole patrimonio. Sono le loro scelte amorose ad accomunarli. Entrambi costruiscono liaison che coinvolgono sorelle e hanno come filo conduttore un certo inno alle donne “brutte”.

Amare tre sorelle

Fortunata, Tarsilla e Camilla sono le tre figlie del defunto patrocinatore legale Mansueto Tettamanzi. Fino alla sua morte il padre, vedovo, le tiene chiuse fra le alte mura che circondano la casa e il grande giardino in cui il capofamiglia si dedica alla cura maniacale dell’orto. Con “misteriose operazioni chimiche” agisce sul seme per creare ortaggi deformati: “zucchine a forma di una mano, melanzane che sembravano facce umane. . . pomidori con appendici e protuberanze abnormi, cetrioli che si vergognava di mostrare alle figlie a causa della forma sconcia che avevano preso”.Una mania, quella dei frutti mostruosi, che “dovette influire sulle sue proprie facoltà generative”. Le sorelle Tettamanzi sono, infatti, “brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare”: Fortunata sembra una zucca deforme, Tarsilla ha il colore e la forma di una delle peggiori melanzane e l’ultima, Camilla, sfoggia una testa a cetriolo. Così le sorelle sopprimono l’amore e si dedicarono ad attività intellettuali finché Mansueto muore e le tre incontrano Emerenziano Paronzini che le inizia ai piaceri del sesso. Nel giro di una stagione il Paronzini riesce a sposare la maggiore, Fortunata — quella che senza un’unione ufficiale gli sarebbe sfuggita — e diventa l’amante delle altre due. Ogni notte il Paronzini esce dalla sua stanza e visita, a turno, una delle sorelle senza mai saltare un giro, fino alla notte in cui muore dopo un tour de force in tutti e tre i letti. Sì, perché il Paronzini era stato folgorato dall’eccezionale “bellezza” di quelle tre creature, riconoscendo in loro il credo di Mansueto Tettamanzi: “tanto il bello quanto il brutto sono frutto di un uguale sforzo creativo e sono qualità raggiunte”.

Se le donne brutte risvegliano la carica erotica del Paronzini, Zeno Cosini scopre il riposo fra le acque calme e rassicuranti (che definisce “sane”) di sua moglie Augusta, sposata dopo aver mal incassato il rifiuto delle sue due belle sorelle. Cosini incontra Augusta la prima volta nel salotto del suo futuro suocero, Giovanni Malfenti, e rimane stordito dalla sua bruttezza: “Come avevano fatto a dirla bella? La prima cosa che in lei si osservava era lo strabismo tanto forte. . . aveva poi dei capelli non molto abbondanti, biondi, ma di un colore fosco, privo di luce e la figura intera non disgraziata, pure un po’ grossa per quell’età”.
Conosciute le altre due sorelle, Ada e Alberta (ce n’è una quarta che però ha soltanto otto anni), si rallegra convincendosi che Augusta servisse solo a dare rilievo alle altre. Si innamora perdutamente della bellissima Ada e comincia un lungo corteggiamento che, però, ha esito negativo. La stessa sera in cui la sua proposta di matrimonio viene rifiutata da Ada, Zeno tenta di tenere un piede in casa Malfenti chiedendo la mano della giovane Alberta, così somigliante ad Ada, ma anch’essa declina l’offerta. In preda al panico si dichiara ad Augusta, che egli sa essere innamorata di lui, con queste parole: “Io non amo che Ada e sposerei ora voi…”.
Nonostante le premesse catastrofiche sarà un lungo e invidiato matrimonio d’amore in cui Zeno, a suo modo e nonostante l’intrecciare di una lunga relazione con l’amante Carla, si sintonizzerà sulla dolce premura di sua moglie arrivando ad adorarla nella sua sana onestà. L’amore per Augusta spegnerà l’ardore per Ada ancor prima che essa perda tutta la sua bellezza a causa del morbo di Basedow: “La povera Ada s’era fatta ben brutta ed io non sapevo più desiderarla.”

Tra le tre litiganti il quarto gode…

Due triangoli (o meglio, trapezi) dai quali sembrano essere gli uomini ad uscire “vincenti”. Cosini, seppur tormentato da malattie immaginarie sintomatiche di un’infelicità esistenziale (impossibile ricordare le mille sfumature di questo romanzo nello spazio di un post), si culla in un matrimonio “perfetto”, appagato dall’affetto e dalla comprensione di sua moglie e soddisfatto di riuscire ad amare quell’Augusta, “col suo occhio sbilenco e l’aspetto da balia sana”. Augusta, dal canto suo, non sarà mai abbandonata dallo spettro che il marito seguiti nel suo amore per Ada. Quest’ultima è la più sfortunata: prima di essere colpita da “una malattia che le tolse ogni bellezza”, sposa un uomo che la tradisce per poi lasciarla vedova, vittima di un suicido “per errore” di cui la poverina si sentirà sempre in colpa.  Anche il Paronzini esce trionfante dal romanzo di Chiara che lo definisce “un topo nel formaggio”. Il suo cuore, già provato dalla Grande Guerra, non regge all’eccesso d’estasi del ménage con le sorelle. Dopo che il “loro” Emerenziano se ne va “bruciato come un razzo colorato in una notte di sagra”, le Tettamanzi, benché rifiorite nel corpo, si chiudono nel dolore della loro vedovanza “a tre”. Con le unghie si spartiscono il defunto che avevano condiviso in vita: “Ma l’Emerenziano viveva intero dentro ciascuna di loro e diviso in tre parti nei loro armadi”. Un tracollo amoroso che ricorda quello di altre “zitellone” d’autore: Teresa, Carolina e Giselda Materassi (Sorelle Materassi, Aldo Palazzeschi). Per amore del capriccioso nipote Remo (orfano della quarta sorella Materassi), dilapidano il patrimonio e la reputazione di raffinate ricamatrici per avere, ognuna per sé, la sua bramata attenzione. Ancora un’altra “spartizione” in famiglia dalla quale le figure femminili escono con le ossa rotte.

 

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