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I rischi dell’iperconnessione. Intervista ad Aldo Cazzullo

I rischi dell’iperconnessione. Intervista Aldo CazzulloIl giornalista Aldo Cazzullo è tornato in libreria con Metti via quel cellulare. Un papà. Due figli. Una rivoluzione edito da Mondadori (collana Strade Blu), nel quale lui si rivolge ai figli (e a tutti i ragazzi) nel tentativo di far capire loro quanto sia importante non confondere la vita virtuale con quella reale. Ossia a non farsi fagocitare dai videogame e dai social network scordandosi il piacere che dona la lettura di un libro o la visione di un film al cinema, il dialogo vero con un amico o ancora la musica di un concerto live.

Francesco e Rossana, i suoi figli, rispondono al padre e lo fanno spiegandogli la relazione della loro generazione con il telefonino e il web. Un rapporto non così negativo visto che permette di avere una vita più ricca, di conoscere persone nuove, di mettere lo studente al centro della scuola, di leggere i classici.

Il tutto è un parlare a tre voci, dove non mancano riflessioni attente su quelli che sono i pericoli di Internet: dalla cattiveria online, agli Youtuber, passando all’elogio dell’ignoranza, ai cyberbulli, agli idoli del web, per arrivare ai padroni delle anime da Facebook ad Amazon. Non solo, nel libro si trattano tanti altri temi come l’educazione sentimentale affidata a YouPorn, la distruzione dei posti di lavoro e della cultura tradizionale, l’emergere di nuovi politici che agiscono più in rete che nella vita reale e il fatto che, con le nuove tecnologie, anche i nonni imparano a usare le chat per parlare coi nipoti, mentre in altre parti del mondo si organizzano le rivolte contro le dittature. Un dialogo serrato che evidenzia somiglianze e differenze tra generazioni.

 

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Perché ha deciso di scrivere un libro come Metti via quel cellulare?

Ho scritto questo libro perché penso che l’invasione del web stia cambiando troppo le nostre vite. Tutti i settori della nostra vita, dalla famiglia, alla scuola, al lavoro, alla cultura sono influenzati dalla presenza costante dei cellulari e questo influisce sui rapporti con le persone. Il titolo è un frase che spesso ho detto e dico ai miei figli. A Francesco e Rossana, il cellulare lo abbiamo comprato quando erano piccoli, con l’intento di sapere dove fossero, volevamo renderli sempre reperibili ma, come spesso accade, i nostri figli non rispondono molto spesso alle chiamate e per loro il cellulare è diventato qualcosa d’altro. Una sorta di trampolino di lancio per il mondo della rete e in quello che essa offre, il rischio è che i ragazzi che la utilizzano e frequentano in modo assiduo si debbano confrontare con realtà virtuali molto più pericolose di quello che credono. Ed ecco allora il diffondersi di canali personali su YouTube, dove inconsciamente molti ragazzi confessano le loro paure, i timori e preoccupazioni senza rendersi conto che oltre alla comprensione, questo loro confidarsi potrebbe – e succede – scatenare la cattiveria e il fenomeno del bullismo, i quali si diffondono in modo rapido e virale raggiungendo un numero elevato di persone. Un tempo il bullismo era in classe, ora è nel web dove le persone rischiano l’isolamento e la solitudine. A questa mia affermazione, i miei figli – e lo racconto nel libro – hanno risposto che la rete non è così pericolosa, perché per esempio alcune persone, soprattutto adolescenti, vedono nel web un rifugio e altri, che magari non hanno contatti con il mondo esterno, trovano il coraggio di uscire per un contatto diretto con la realtà.

I rischi dell’iperconnessione. Intervista Aldo Cazzullo

Nel libro accanto a ogni suo paragrafo, compaiono le risposte dei suoi figli e graficamente sono impaginate come un messaggio di WhatsApp…

È vero i miei figli, come gli altri ragazzi, hanno un linguaggio tutto loro, ben diverso da quello che utilizzo io e di quello che hanno scritto non è stato modificato nulla. La scelta grafica di impaginare i loro scritti è stata voluta, anche perché molte delle risposte che ho ricevuto sono arrivate proprio sotto forma di messaggio tipico da chat, e per tale ragione è stato scelto di tenerle in quel formato, proprio per evidenziare la diversità tra la mia e la loro generazione.

 

Come è stato scambiarsi botta e risposta, padre-figli, su argomenti come il web e tutto ciò che esso contiene?

Durante la lettura si percepisce la nostra diversa età, nel senso che all’inizio io sembro un padre che controlla e che si pone come tale poi, però, quando parliamo di temi con il bullismo e le diverse forme di pericolo che si nascondono nel web, il nostro diventa un dialogo nel quale ognuno esprime il proprio pensiero e il proprio punto di vista dimostrando di avere anche modi di vedere le cose molto simili. Certo è che entrambi i miei figli dicono – e questo è vero – che il web abbatte le distanze, ti permette di metterti in contatto con chi sta dall’altra parte del mondo e di recuperare contatti anche con chi avevi perso di vista. Vero, ma in questo ultimo caso, credo che quando ci si perde di vista è perché manca quell’elemento che permetta a una relazione, un rapporto e un’amicizia di continuare. Se ci si era persi di vista credo è perché ci sia mancanza di interesse tra le parti.

I rischi dell’iperconnessione. Intervista Aldo Cazzullo

Come è stato per Francesco e Rossana partecipare alla scrittura del libro e cosa comporta l’essere dei Nativi digitali?

All’inizio i miei figli erano perplessi, poi si sono appassionati. Ammetto che Francesco è più simile a me, mentre Rossana è sempre connessa al web e questo la allontana da noi, tanto è vero che ne soffriamo un po’, però i miei figli sono giovani adulti, non sono dei veri e propri nativi digitali, perché sono cresciuti ancora in un periodo storico nel quale abbiamo giocato assieme e, prima di imparare a usare il cellulare, hanno imparato a leggere e scrivere. Il rischio di coloro che sono veri nativi digitali è che nel futuro potremmo ritrovarci nella società delle generazioni di ragazzi che, come prima cosa, hanno imparato a usare il web e solo dopo a leggere e scrivere.

 

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Lei afferma che il cellulare è uno specchio. Per quale motivo?

Affermo questo perché tutti guardiamo in modo ossessivo il nostro telefono, e questo guardarlo sempre e guardare i suoi contenuti rischia di degenerare in una forma di vero e proprio narcisismo. Il nostro telefono è uno specchio, perché riflette la nostra immagine, è una sorta di bisogno di guardare gli altri, per farsi guardare. Allora, se ci fate caso scatta il postare sui social foto di quello che si mangia, di quello che si beve, selfie su selfie con vestiti diversi, immagini dei posti che si visitano. Tutto questo per farsi guardare e se le risposte, ossia i Like non arrivano, ecco allora scatta la frustrazione, e se non si ottengono le risposte desiderate in molti casi si cerca di attirare l’attenzione anche con modalità non del tutto consone. Si arriva a offendere e a provocare, pur di essere “ascoltati” o visti da chi sta sui social.

 

Quanto incide sulla capacità di fantasticare delle nuove generazioni l’essere sempre connessi?

Premetto che non voglio dire che fosse meglio ai miei tempi, quando ero piccolo io avevamo il tempo per fantasticare, per giocare in strada e pure per annoiarci. I ragazzi di oggi invece assomigliano sempre più a dei criceti in gabbia che corrono, corrono nella loro ruota un vero e proprio spazio chiuso, senza via di uscita e sempre uguale. Una situazione che dimostra come ci sia il rischio non solo di non poter fantasticare, ma di non avere nemmeno memoria, perché ormai tutto si trova in internet, basta cercarlo anche se si deve stare attenti a quello che si fruisce nel web, perché non è sempre detto che sia vera cultura, anzi molto spesso si incappa in vere e proprie fake news che non portano vera informazione.

 

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L’essere sempre connessi può diventare una vera e propria ossessione?

Tutti siamo sempre connessi, adulti, ragazzi. C’è una sorta di bisogno di essere sempre in contatto con i social che usiamo e se la connessione viene a mancare, anche per poco, si scatena il panico, il bisogno di ristabilirla per avere il contatto – virtuale si intende – con gli altri. Il fatto è che l’iperconnessione è qualcosa che allontana sempre più le persone dal contatto con la realtà concreta, in funzione di un’immersione sempre maggiore nel mondo del web, tanto che si arriva a una situazione nella quale, come ha scritto Altan: «È record, ogni cellulare possiede un uomo». Ed è vero che io stesso ho sempre il cellulare in mano, e i miei figli me lo fanno notare, ma credo che sia qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Certo, la cosa migliore sarebbe riuscire a trovare il giusto equilibrio tra il mondo virtuale e la nostra vita reale.


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Per la prima fotografia, copyright: Clem Onojeghuo.

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