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I rischi dei fanatismi ideologici. “Ho sposato un comunista” di Philip Roth

I rischi dei fanatismi ideologici. “Ho sposato un comunista” di Philip RothHo sposato un comunista (1998, pubblicato in Italia da Einaudi nella traduzione di V. Mantovani) è il secondo romanzo della trilogia rothiana dedicata all’America del Novecento ed è depositario della sua componente politico-ideologica, che, insieme alla storia e alla letteratura trattate negli altri lavori, concorre a rappresentare le principali modalità espressive ed esperienziali del singolo nella società attiva, riconfermando l’intento e l’impegno dell’autore nel recupero di una memoria storica attraverso la letteratura: un valido antidoto all’oblio di preziosi insegnamenti.

Il romanzo è ambientato nel New England, terra natale di Roth, nel 1997 e si configura come il resoconto dai toni realistici di una conversazione tenuta tra un sessantaquattrenne Nathan Zuckerman – lo storico narratore di numerosi romanzi rothiani in cui si riconosce l’anima ascoltatrice dell’autore – e il novantenne Murray Ringold, suo professore di letteratura inglese ai tempi del liceo, che ha avuto luogo in seguito a un incontro fortuito in un convegno nella cittadina di Athena. Il dialogo ruota attorno alla vita di Ira, fratello defunto di Murray e compagno di vita di Nathan durante la sua adolescenza, raccontata dal professore ponendo una grande attenzione soprattutto sul suo matrimonio con Eve Frame, una star hollywoodiana del cinema muto, sulla sua battaglia ideologica e civile contro la borghesia e il sistema capitalistico americano e sugli esiti disastrosi di queste esperienze principalmente a causa del maccartismo contingente, ma in fondo per via dell’inestirpabilità delle proprie radici, avvalorata dall’ambientazione nel Paese delle nuove possibilità. Alla biografia del personaggio si alterna l’esperienza di Nathan, la voce narrante, che arresta assai spesso l’intreccio con monologhi interiori, flussi di coscienza e considerazioni sugli avvenimenti passati e su quelli presenti.

 

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La sfida umana proposta nell’opera consiste nel desiderio di realizzazione personale attraverso l’adesione a un’ideologia: questa può risultare tanto utile alla scoperta di se stessi quanto nociva alla dignità personale qualora se ne abusi senza il sostegno del pensiero critico. Ira Ringold, chiamato Uomo di Ferro per robustezza fisica e strenuità morale, rappresenta l’unico baluardo del movimento di liberazione sociale nella sua comunità: i suoi ideali sono la risultante di un passato difficile e battagliero in cui si è ritrovato precocemente orfano, ha ucciso un ladro della sua città, ha vagabondato per il Paese per fuggire alle ritorsioni della legge e della mafia locale, ha lavorato come minatore sotto falso nome e ha combattuto nell’esercito americano contro Hitler e in Iran durante la crisi dell’Azerbaigian. L’esperienza che muta la sua condotta di vita coincide con l’incontro del commilitone Johnny O’Day, un fervente ideologo comunista da cui viene indottrinato per abbracciare la causa rivoluzionaria e attuarla in America. In questo modo, la frustrazione e la rabbia derivanti dalla sua infanzia, dai fallimenti adolescenziali e dal delitto mai rielaborato convergono nella lotta di classee nell’impegno civile attraverso l’attività sindacale e quella radiofonica in un Paese sì democratico, ma culturalmente gretto e borghese.

I rischi dei fanatismi ideologici. “Ho sposato un comunista” di Philip Roth

Del resto, è doveroso considerare che una simile partecipazione alle vicende politiche non sarebbe possibile se questa non fosse compenetrata dalla realizzazione delle sue aspirazioni sentimentali: l’amore, infatti, è la condizione sine qua non della battaglia di Ira, perché vi si realizza il suo desiderio di stabilità e si esprimono le sue dicotomie. Una volta chiusa la relazione con Donna Jones, una prostituta che lo stesso O’Day considerava una minaccia per l’integrità di Ira ai fini della lotta di classe, egli risponde alle istanze dell’eros unendosi a Eve Frame, una donna di modi e bellezze raffinate, tipiche manifestazioni della borghesia nemica; ma la “pastorale” macchina matrimoniale subisce una brusca interruzione allorché diventa ingombrante l’ingerenza della figlia di lei, Sylphid, frutto della precedente unione con un divo del cinema aristocratico: risentita dai torti e dalle mancanze di una madre che ha passato gran parte della propria vita alla ricerca di coniugi che compensassero, attraverso eccessi di forza o nobiltà, l’inferiorità delle proprie origini e la propria debolezza d’animo, Sylphid sottomette e ricatta la donna per pareggiare i conti, ostacolando la sua vita matrimoniale al punto da indurla ad abortire il figlio concepito con Ira. Perciò, Ira va spesso a rilassarsi da suo fratello, dove ha modo di coronare il sogno di paternità prendendo sotto la sua ala il promettente allievo di Murray, Nathan, in cui si imbatte per caso durante uno dei numerosi soggiorni: al desiderio di educare un giovane ai valori di libertà e uguaglianza sociale di Ira corrisponde il desiderio di eroismo di Nathan. Quest’ultimo vede nell’Uomo di Ferro la realizzazione degli ideali democratici appresi da una commedia radiofonica, Su una nota di trionfo, ispirata ai valori egualitari di Thomas Paine, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, e il sodalizio ideologico che egli ha firmato tacitamente con lui risponde a un desiderio di affrancamento dalle proprie origini piccolo-borghesi per abbracciare una vita ideale di cui ancora non conosce le sorti. Insieme partecipano a vari scioperi, incontrano amici e colleghi di vecchia data di Ira, evangelizzando il messaggio comunista, e soggiornano nel piccolo stabilimento rurale di Zinc Town, la seconda casa di Ira intesa come un rifugio dal lusso ostentato nella dimora coniugale dell'Undicesima Strada di Manhattan. Ciononostante, la comune intesa sfocia progressivamente in un dovere coatto per Nathan, scosso dall'ardore che infiamma Ira nei suoi dibattimenti ideologici e tediato dalla sua stessa vis polemica; così, dopo due anni di cooperazione, il ragazzo abbandona il proprio compagno e, pur continuando ad avvertire il peso della sua influenza, che lo porterà a incontrare il grande Johnny O'Day per vagliare il coraggio e insieme l’ignoranza delle personalità eroiche, presta ascolto alle altre voci di cui si compone il mondo, finendo per votarsi, in seguito a vicende rimaste inespresse, al silenzio della natura nell’isolamento rurale.

Di qui le vicende private del protagonista subiscono un’improvvisa accelerazione resa mediante il suo stato esagitato a causa dei continui litigi con Eve e del licenziamento di numerosi colleghi della radio, per poi giungere all’inevitabile ostracismo pubblico: prima con il licenziamento dalla radio con l’accusa di cooperazione con i sovietici e in seguito con l'insolito tradimento di Eve, che, dopo essere stata lasciata per l'insostenibilità del proprio rapporto malato con Sylphid, denuncia pubblicamente l’attività comunista del marito in un libro – che dà il nome al romanzo – redatto dai coniugi Grant, nemici giurati di Ira. Da questo momento l’uomo vive sotto il segno della follia, venendo prima affidato alle cure di un ospedale psichiatrico e, una volta dimesso, bramando di uccidere le artefici della propria rovina; ma l'intervento della cognata Doris, empatica e risoluta, garantisce una soluzione più efficace e meno compromettente: infatti, Ira aizzerà la stampa di sinistra per denunciare le menzogne delle testimonianze della donna, ma l’azione si rivelerà tanto più utile ai fini della vendetta perché riporterà alla luce l’infanzia insabbiata dell’attrice, nata a Brooklyn da un’umile famiglia ebrea con il nome di Chava Fromkin.

I rischi dei fanatismi ideologici. “Ho sposato un comunista” di Philip Roth

La conclusione della vita dei due coniugi avviene secondo modalità sorprendenti rispetto alle loro aspettative: i sogni di gloria e di nobiltà della diva del cinema terminano in una camera d'albergo, inebetita dall’alcool e amareggiata dall’abbandono di sua figlia; mentre le aspirazioni rivoluzionarie di Ira si dissipano a causa di una malattia debilitante che ha colpito le sue ossa e lo relega nella miseria di una discarica, in cui sostituisce un vecchio amico nella vendita di minerali fino alla morte per infarto. La lotta politica anticomunista promossa dalla schiera di McCarthy e la resistenza dei ribelli non avrebbe potuto trovare un campo di battaglia migliore di quello privato della famiglia, e il dato eccezionale consiste nella cooperazione di forze interne a essa, quelle del tradimento coniugale, e di forze esterne, quelle di un popolo americano privo di capacità critica, il vero sicario di un omicidio plurimo ordinato dalle stesse istituzioni.

 

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Ma la memoria di queste mirabolanti avventure tanto lontane dal tempo in cui vengono rievocate a cosa può tornare utile? Murray si ritrova a novant’anni solo, privato tragicamente dei suoi affetti, e il ricordo delle gesta che hanno messo a dura prova la vita del fratello ad appena due mesi dalla propria morte si rivela un valido espediente per risolvere l’enigma dell’essere umano, lacerato da forze contrastanti per motivazioni ignote: pertanto, ricorre allo strumento evocativo della fabula, realizzando ancora quel “vigile realismo”, così detto per la razionalità che egli crede sottenda anche alle situazioni più irragionevoli. Nathan, invece, si ritrova ancora ad ascoltare la voce di un adulto, riconfermando le sue attitudini giovanili alla ricerca di guide che potessero condurlo verso una vita autentica, pur avendo trovato un equilibrio nell’isolamento pseudo-monastico dalle voci del mondo. Si può affermare che l’inclinazione omerica di Murray al canto dell’epopea di Ira abbia quasi indotto Nathan a rivalutare il proprio ruolo nel mondo, ma la conversione è rimandata all’ultimo capitolo della trilogia, giacché il narratore ribadisce la propria tesi nella contemplazione finale delle stelle, concepite come le estreme testimonianze della vita umana, svuotata delle contingenze terrene e ricondotta a un ordine cosmico che la sola natura è in grado di offrire per l’assenza dell’antagonismo umano.


Per la prima foto, copyright: Matt McNulty su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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