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I più importanti blog letterari – Intervista a “il lavoro culturale”

il lavoro culturaleIl lit-blog il lavoro culturale: risposte dei coordinatori redazionali Massimiliano Coviello e Silvia Jop.

Il motto di il lavoro culturale è «Spalancare le finestre dei saperi, affacciarsi sul contemporaneo». Sembra rimandare a una duplice intenzione: da un lato, portare nella rete gli strumenti della ricerca accademica e, dall'altro, provare a far entrare aria nuova nel mondo accademico. In che misura pensate che le due esperienze (la scrittura sul web e la ricerca istituzionale) possano interagire? E in quale modo la conoscenza della contemporaneità può risultare arricchita?

Silvia Jop: A dire il vero, per quanto riguarda l’avvio della nostra storia, la scelta di utilizzare la rete per cominciare a sviluppare una lettura del contemporaneo attraverso spazi e strumenti alternativi è stata dettata dalla necessità di cominciare ad avviare una modalità di ricerca libera da una serie di impedimenti strutturali che connotano oggi, per ragioni fisiologiche, la dimensione accademica.

Ci rendevamo conto che le condizioni di produzione culturale dell’accademia erano messe fortemente in crisi dai tagli invalidanti inflitti ai fondi dedicati all’istruzione e dalle continue riformulazioni a cui l’università è stata costretta in questi anni. Le poche risorse a disposizione, l’assenza di spazi d’autonomia per i giovani ricercatori e le giovani ricercatrici, l’assenza di prospettive, assieme a un’organizzazione del sapere storicamente caratterizzata da una netta divisione tra gli ambiti disciplinari e, per di più, spesso poco inclini a venir utilizzati per leggere la contemporaneità, ci hanno spinti a inventare un nuovo luogo all’interno del quale cercare di fare confluire il meglio degli strumenti che avevamo a disposizione.

Da un lato, quindi, le competenze che avevamo accumulato negli anni di studio all’interno dell’Università e dall’altro un uso consapevole della rete e delle sue numerose grammatiche. Nel praticare questo intreccio di strumenti e luoghi, abbiamo così avuto modo di mostrare come la crisi dei luoghi istituzionali per la formazione e la produzione culturale possa essere superata oggi attraverso l’integrazione di strumenti e prospettive.

Nel 2011, quando è nato il blog, abbiamo organizzato un seminario presso l’Università di Siena che prendeva le mosse dalle seguenti domande: è realizzabile una diagnosi del mondo presente a partire dal bagaglio dei saperi umanistici? Quale assunzione di responsabilità e quale presa di posizione da parte delle scienze umane nei confronti della realtà sociale e culturale nella quale viviamo? A quel seminario hanno partecipato antropologi, storici, filosofi, semiotici, sociologi ma anche registi, giornalisti e romanzieri che hanno mostrato come il lavoro culturale, dispiegato di volta in volta attraverso competenze e saperi differenti, sia lo strumento per interpretare la realtà che ci circonda e proporne delle chiavi di lettura. Il lavoro sul web, condotto attraverso la pubblicazione di saggi brevi, articoli e interviste, e quello “sul campo”, realizzato per mezzo di seminari interdisciplinari, sono i due “formati” con i quali cerchiamo di far dialogare le scienze umane e sociali con il presente.

Ad oggi, la redazione del blog rappresenta un esempio molto vivace di interazione tra ricerca accademica e scrittura sul web. La gran parte dei membri della redazione collabora attivamente con i dipartimenti universitari, in Italia e all’estero, anche grazie a borse e assegni di ricerca. Molti redattori pubblicano saggi su riviste scientifiche e propongono sul blog articoli tratti dalle loro ricerche; altri lavorano presso case editrici, oppure sono precari della scuola. La formazione accademica impedisce al pressapochismo e alle sintesi semplificatorie – che spesso caratterizzano i contenuti che viaggiano in rete – di farsi strada nella lettura della realtà, restituendo così la complessità che la caratterizza e, dall’altro lato, la rete, multiforme e polifonica per costituzione, consente ai saperi messi in campo di poter collaborare tra loro senza il peso dei confini, che siano disciplinari o geografici oppure di storica impostazione.

A nostro avviso, quindi, questo intreccio costituisce non tanto “una possibilità di arricchimento”, bensì una direzione necessaria in cui il sapere, per definirsi tale, oggi deve andare.

 

Il lavoro culturale è il titolo del romanzo di esordio di Luciano Bianciardi, edito nel 1957, che trattava anche il tema della precarietà del lavoro intellettuale, argomento al quale voi prestate molta attenzione. Questa scelta di campo influenza il modo di rapportarvi alla letteratura?

Massimiliano Coviello: Il libro di esordio di Bianciardi è un testo ibrido, a metà strada tra il romanzo e il pamphlet. Non a caso le pagine più ironiche e pungenti sono uno studio sulla prossemica dell’intellettuale e dei suoi cliché linguistici. Il secondo libro di Bianciardi è L’integrazione: dalla provincia si passa alla metropoli, dai cineforum del PCI all’industria culturale, da Grosseto a Milano. Il lavoro culturale non è mai avulso dal contesto nel quale viene praticato e questa “convivenza” produce forme di precarietà che non sono mai soltanto economiche. L’integrazione bianciardiana è quella condizione esistenziale di continua negoziazione tra istanze sociali, lavorative e condotte etiche. Come per Bianciardi, il rapporto tra le parole e le cose, tra il pensiero e la contestualità della realtà – meticcia, faticosa, complessa, ironica e contraddittoria – è per noi inscindibile.

La precarietà del lavoro culturale (e non solo) è una condizione che investe ogni ambito dell’esistenza di chi lo pratica e che, di conseguenza, non può che tradursi in ogni sua rappresentazione. È quindi necessario munirsi di quanti più strumenti per “dirla”, analizzarla e trasformarla. Siamo convinti che non basti solo lo sguardo della letteratura ed è per questo che sul blog si parla di filosofia ma anche di scienze sociali, della rifunzionalizzazione degli spazi urbani e di immagini.

Nel caso specifico della letteratura non ci interessano solo le opere con le quali condividiamo la stessa condizione esistenziale o che affrontano problemi contingenti. I romanzi che recensiamo, gli scrittori che intervistiamo, spesso affrontano il contemporaneo ma non per questo si concentrano esclusivamente sull’attualità.

 

Blog letterari e critica letteraria, un accostamento spesso messo in discussione, ma che il vostro blog sembra addirittura estendere a tutte le scienze umane, i cui strumenti vi proponete di «sottoporre a continua manutenzione». Cosa rispondete a chi, ancora oggi, guarda con sufficienza alla realtà del web come strumento per produrre e proporre cultura?

Silvia Jop: La sufficienza rivela uno sguardo miope, ancorato al passato e impermeabile al dialogo e alla crescita intellettuale. La nostra cultura è costitutivamente e, aggiungerei, drammaticamente segnata da un approccio oppositivo. Sembra che l’unica strada per poter scegliere una cosa sia attraverso l’eliminazione di un’altra.

Molte delle persone che guardano con snobismo alla rete, sostenendo che la “vera” cultura si faccia con altro e altrove, sono letteralmente incastrate in questa necessità di opposizione e tendono ad aggrapparsi a un modello culturale per loro rassicurante ma che ha visibilmente perso, per questioni fisiologiche, la sua creatività e quindi la sua spinta vitale. Bisognerebbe ripetere loro che una cosa non esclude l’altra. Il web convive e compete con altri mezzi di creazione e condivisione di contenuti culturali. Come tutti i medium possiede le sue regole e i suoi formati. Per esempio, la lettura sul web, attraverso lo schermo, è differente da quella di una pagina cartacea: l’attenzione del lettore è minore, ci sono maggiori distrazioni ma è anche possibile interagire maggiormente con i contenuti, costruendo connessioni e rielaborazioni inedite. Noi non concepiamo il blog come uno strumento di semplice divulgazione ma di produzione, attraverso stili discorsivi che dialogano anche in modo conflittuale con i limiti e i formati imposti dal mezzo, del sapere e di amplificazione del dialogo tra teorie, modelli interpretativi e dibattito sociale.

Insomma, come si diceva prima, quello che noi tentiamo di fare è mettere in relazione spazi e strumenti del sapere che appartengono a domini diversi. La rete senza i luoghi della cultura – da quelli istituzionali a quelli informali – non avrebbe le gambe necessarie a compiere quei passi che le consentono di produrre, effettivamente, nuove forme di realtà. E a loro volta, i luoghi, gli spazi dove a oggi la cultura si è diffusa e prodotta, senza l’utilizzo della rete sarebbero carenti di quell’ossigeno che, viste le caratteristiche costitutive del web, risulta necessario per acquisire e sviluppare un nuovo immaginario capace di corrispondere alla realtà che abita il nostro tempo. Si tratta di un nodo molto importante che investe non solo chi pensa che la rete sia uno strumento non all’altezza della cultura; sono anche molte le persone che sostengono, inversamente, che un certo modo di far cultura abbia fatto il suo tempo e che l’unico modo adeguato sia l’utilizzo della rete. È necessario uscire da questo dualismo cieco e accogliere, una volta per tutte, l’imprescindibile e reciproca convivenza tra modelli di diffusione e produzione culturale.

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Qual è l'idea di cultura che fondamentalmente mirate a veicolare con il vostro blog?

Silvia Jop: Il punto centrale per noi è il rapporto di reciproca necessità che intercorre tra i discorsi sulla realtà e la realtà stessa. Questo significa che tra il dire, inteso come racconto e analisi (quindi che produce una lettura del mondo che ci circonda), e il fare c’è una relazione della quale chi fa cultura non può non farsi carico.

Per noi quindi, assieme all’approfondimento di una tematica, è necessario contribuire allo sviluppo di una prospettiva pratica su quello stesso tema. È successo così con Sismografie, il primo approfondimento dedicato all’Aquila post-terremoto (nato da una messa in rete di ricerche pratiche, e provenienti da diverse aree disciplinari, che erano state sviluppate sul territorio abruzzese), poi con la salute mentale e i progetti di riqualificazione dei padiglioni abbandonati degli ex-manicomi (larete sPAZZI e Asylum); e così per la ricerca itinerante lungo tutta la penisola (Com’è bella l’imprudenza), di teatro occupato in spazio liberato, dove si è cercato di raccontare e analizzare un’esperienza nuova che andava diffondendosi in tutto il Paese in risposta alle condizioni invalidanti in cui si trovava e si trova tutt’ora chi fa cultura e arte in Italia.

Insomma per noi “cultura” è una forma di pensiero pratico che si sviluppa sulla base della messa in relazione di diverse competenze ai fini della produzione di una lettura complessa del reale che tenga conto della sua storia, delle sue contraddizioni e delle sue diversità.

 

Attualmente, in Italia, esiste un solo strumento che misura l'autorevolezza dei blog letterari, cioè la classifica mensile stilata da eBuzzing, che usa come parametri le condivisioni social, i backlink, i link, il numero di pubblicazioni, ecc., cioè criteri oggettivi di natura quantitativa. Quali altri indicatori ritenete si possano usare per misurare l'autorevolezza di un blog?

Massimiliano Coviello: Non mi piace il termine “autorevolezza” perché nasconde un’immagine prevaricatrice, l’idea di un podio dal quale in pochi parlano e in molti fingono di ascoltare. Inoltre, uno dei punti deboli di questo piano di valutazione della produzione culturale è legato al fatto che i criteri di attribuzione della qualità passino solo e unicamente per quelli che ne misurano la quantità. Si tratta di un problema serio che ha connotato più o meno sempre la vita dei prodotti culturali perché per lo più immateriali. Ora, con l’uso della rete anche per i giornali, per i libri e per le riviste, fino a poco tempo fa rigorosamente tangibili, il problema dell’immaterialità fa ancora più “rumore”. E penso che questo frastuono, paradossalmente, sia una potenziale risorsa per noi. Perché costringe a farsi carico di un problema che non può essere risolto attraverso criteri di quantità.

eBuzzing propone una classifica mensile dei blog più visitati suddivisi per categorie: cultura, arte, disabilità, finanza ma anche gossip, birra, eccetera. In una classifica è molto difficile utilizzare dei criteri qualitativi ma sarebbe molto interessante poter valutare anche la qualità dei commenti suscitati dagli articoli o la produzione degli autori che li scrivono.

 

Il vero obiettivo di internet è fare "rete", cioè mettere in relazione tra loro persone che condividono interessi simili, un obiettivo che i blog letterari, o culturali in genere, dovrebbero contribuire a concretizzare nella loro quotidianità. E, invece, sembra quasi che si siano consolidate tante isole che di rado si scambiano qualche messaggio. È solo la prevalenza dello spirito di concorrenza su quello della co-costruzione di un progetto culturale comune, oppure c'è dell'altro?

Massimiliano Coviello: Non sono molto d’accordo con questa visione. Conosco molte realtà editoriali che fanno “rete” attraverso Internet e co-costruiscono progetti culturali comuni.

Attraverso la nostra esperienza abbiamo quotidianamente modo di constatare come la rete sia uno spazio in cui il l’eterogeneità delle voci e delle prospettive consente ai gruppi di persone di evolvere, da un lato consolidando le proprie specificità e dall’altro acquisendone di nuove. Sono numerosissime le collaborazioni che prendono corpo a cavallo tra realtà differenti e altrettante le collaborazioni tra realtà che si occupano di medesime tematiche. Ecco, forse una forza ancora attiva sul web che invece pare essere venuta quasi completamente meno nella realtà materiale: quella della disponibilità alla co-costruzione di un progetto comune. Online il mutuo-aiuto e la cooperazione fanno da motore ogni giorno.

Negli ultimi mesi, per la candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura, il lavoro culturale ha collaborato con altri blog, con associazioni, con studiosi e professionisti del settore per l’ideazione di due progetti: la creazione di network nazionale ed europeo dei lavoratori cognitivi e l’apertura di un cantiere di incontri e performance artistiche sugli spazi manicomiali in disuso come il Padiglione Conolly di Siena, uno dei pochi esempi di panopticon in Italia e in Europa.

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