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“I pesci nel barile” di Alberto Rizzi

I pesci nel barile, Alberto RizziDavvero buono quest’esordio narrativo di Alberto Rizzi. Dalla terza di copertina apprendiamo che l’autore (classe 1956) nasce in provincia di Trento e attualmente insegna Storia dell’Arte in provincia di Rovigo; si è dedicato alla poesia, producendo almeno una ventina di raccolte, ma si è pure occupato di arti visive e di teatro, oltre ad aver collaborato, negli anni Novanta, al progetto Luther Blissett. Questo suo primo lavoro in prosa esce con la sigla della giovane Saecula di Montorso Vicentino, che si distingue per un catalogo di agili volumetti dall’editing curato e dalla veste grafica accattivante.

Rizzi sceglie di ambientare la sua storia nell’alto vicentino, a Thiene, durante gli Anni di piombo, dopo la morte di Aldo Moro e il processo del 7 aprile 1979. Protagonista è un gruppo di giovani di Autonomia Operaia, operativi con il nome Ottobre Rosso, che, alla morte del loro leader, si ritrovano al centro di una serie di cambiamenti interni. Alberto Rizzi procede con mano sicura, per capitoli brevi, a ordire una tela di personaggi intriganti, delineati con pochi ma efficaci tratti, che si imprimono nella mente del lettore e lo stuzzicano a seguirne le singole vicende. L'Ottobre Rosso cerca di dare il suo contributo alla rivoluzione, e lo vorrebbe fare alla grande. Purtroppo, a sua insaputa, diviene la pedine di una strategia politica volta a controllare gli estremismi, sia che provengano da destra che da sinistra, e consolidare i poteri forti, in special modo quelli di alcune lobby imprenditoriali.
Veniamo, così, a scoprire che Guglielmo Federici, il loro capo passato a miglior vita, era un infiltrato, un informatore al soldo del Questore e di altri personaggi che tramano dietro le quinte. Poco male: morto un Papa se ne fa un altro e, nella sede di una delle maggiori imprese edili in città, si architettano oscure manovre. C’è di mezzo un Onorevole che vuole togliersi dai piedi un politico scomodo, un certo Luciano Campice, intrallazzatore e corrotto pure lui. Il consigliori dello statista gli propone di infiltrare un nuovo uomo, pescando dal mazzo, nel gruppetto di spelacchiati dell’estrema sinistra. L’obiettivo è quello di indurre l’Ottobre Rosso a fare quello per cui loro non intendono sporcarsi le mani, coprendo i loro reali interessi e spacciando gli eventi per un’esclusiva questione politica. La scelta ricade su Walter Lodoli, studente fresco di laurea con una grande necessità di lavorare. Walter non è un Giuda per vocazione, ma accetta di fare il doppiogiochista con la garanzia che la sua donna, Violetta, potrà andare a disintossicarsi in una comunità nell’Appennino tosco-emiliano a spese dei suoi “datori di lavoro”.

Rizzi si schiera dalla parte dei “vinti”, degli “umili” e ne racconta la profonda umanità, anche negli aspetti più deteriori. Le pagine più belle e ficcanti inseguono storie e aneddoti collaterali all’intreccio portante del romanzo. Con delicata e partecipe naturalezza ci viene raccontata l’origine della storia d’amore tra Gigi Casati e Edna Castiglioni. Lui è un giovane idealista, orfano di una figura paterna; Edna è, a detta di tutti, la più bella delle quattro componenti del collettivo di “autocoscienza” Rosa Luxemburg, ma sceglierà di seguire il suo istinto e la priorità dei sentimenti piuttosto che la speculazione e le insidie del pensiero femminista. Questo salverà lei e Gigi, i ragazzi dall’animo più “puro” nel romanzo, non ancora compromessi senza rimedio dalla società e dalla cultura in cui si trovano a crescere. L’autore ci introduce alle titubanze, agli imbarazzi, ai dubbi e alle paure della coppia al suo primo appuntamento:

«Cos’altro poteva dirle, allora? Poteva buttarla sul personale, confessandole che, morto Guglielmo, si sentiva vuoto e schiacciato come quando suo padre aveva mollato baracca e burattini, appena saputo del secondo figlio in arrivo […] O di quanto fosse dura tirare avanti lavorando un giorno sì e uno no, accanto alla madre che da tutta quella storia non si era più ripresa, e soprattutto dopo che il bambino le era stato tolto e fatto adottare? Doveva dimostrarsi così debole?»

L’eroe di Gigi è un certo Livio Lazzarin, un uomo saggio e dirozzato, contadino in un vivaio, ma che è stato in America nel ‘69 e ha visto Woodstock. Per Gigi, Livio è un oracolo da consultare e un modello di riferimento. Molto gradevole il capitolo in cui Lazzarin trascina Gigi per i boschi delle Prealpi venete in una “singolare” caccia al capriolo che diverrà una grande lezione di vita per il giovane.
Ma sono, questi, solo dei brevi e distesi interludi: la Storia attende dietro l’angolo e stritola il piccolo gruppo di attivisti con le sue logiche spietate. Ottobre Rosso, opportunamente manipolato, organizza un “affaire Moro” in miniatura: il politico locale Campice viene rapito da un commando capitanato da Ismaele Roman detto Lo zingaro, pregiudicato con varie imputazioni di reato. Da gruppo di controinformazione i giovani di Ottobre rosso divengono un gruppo di fuoco. Tutto, però, andrà a rotoli, con sviluppi imprevisti (o, forse, accuratamente previsti dai celati burattinai dell’operazione). La narrazione procederà serrata, come si conviene a un noir alla Jean Claude Izzo o ai primi romanzi di Massimo Carlotto. Rizzi si dimostra a suo agio, padrone della tecnica espressiva più adatta al materiale che si è prefisso di raccontare; è una scrittura, la sua, che va dritta al nocciolo dell’azione, asciutta e concreta, senza sbavature ideologiche o metaforiche.

Il lettore rimarrà appeso al filo, in apprensione per le sorti dei ragazzotti maldestri che aveva imparato a conoscere e ad apprezzare per la loro candida inesperienza, per la sincera volontà di cambiare un mondo che ancora non comprendono appieno, pesci piccoli nella rete di grandi e voraci predatori. Altri personaggi faranno capolino, come lo sfortunato Guido “Marò” Boscolo, coartato, suo malgrado, a infame delatore; o il commissario Maurizio Intini, uomo d’azione senza scrupoli, servo senza qualità, destinato a far carriera.

La quadratura del cerchio su tutta la vicenda de I pesci nel barile verrà per bocca di Livio Lazzarin, che, in finale di romanzo, nasconde Gigi nel suo vivaio dalle ricerche della Polizia e lo aiuterà a entrare in clandestinità: «Quando ero bambino, mia madre mi portava fuori al mercato, mio padre in casa c’era un giorno sì e due no, e non ce la voleva sapere di portarmi in giro. Guardavo i banchi, come li guardano tutti i bambini, i giocattoli, ma quello che restavo a guardare di più era un banco del pesce. C’era questo gran barile, con sul fondo un bel po’ di pesci ammucchiati in un dito d’acqua. Mezzi soffocati, ogni tanto facevano uno scatto, tentavano di respirare un po’ di quell’acqua sporca di sangue. Deve essere stato così anche per loro… Siamo tutti messi così».

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