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I pellegrini della stagionalità – Issà: da Nord a Sud, andata e ritorno

I pellegrini della stagionalità – Issà: da Nord a Sud, andata e ritornoQuanto è penoso essere costretti a vivere come girovaghi, come nomadi pur ambendo, legittimamente, alla sedentarietà? Quanta fatica costa, ai braccianti stranieri, il lungo pellegrinaggio stagionale nel nostro Paese? Me lo dice a Foggia Issà, un senegalese di Treviso che da sei anni, da quando è stato sbattuto fuori da una fabbrichetta veneta, gira l’Italia per campagne, raccolte.

«Quando mi hanno licenziato», sostiene con la voce grossa dei senegalesi, «non mi hanno dato preavviso. Tutto in un colpo. Così! Te ne devi andare, anche se sei bravo e, vedrai, appena finisce la crisi ti riprendiamo con noi. Ma non mi ha ripreso nessuno e la crisi non finisce più. Allora mi sono rivolto a un amico che vive in Lombardia, a Brescia… Da quelle parti, e mi ha detto che potevo entrare nel suo giro, se me la sentivo»

 

«Il tuo amico è un caporale?»

Issà scuote la testa, poi ammette: «Sì, ma non uno grosso, come quelle cose che fanno vedere in televisione. Lui dà lavoro a qualche senegalese. Siamo fratelli e allora ci mettiamo a lavorare insieme. Anche lui lavora come noi, con noi»

 

L’amico di Issà è uno dei tanti, incalcolabili piccoli reclutatori di lavoro straniero per l’agricoltura italiana. Si tratta di decine, forse centinaia di stranieri più astuti, furbi, al limite della grande criminalità. Sono figure dotate di strategia e metodo: sono i veri database del nuovo bracciantato. Questi piccoli e medi caporali hanno relazioni, un capitale di conoscenza in ambo le direzioni: da una parte i loro connazionali, dall’altra i padroni e i grandi caporali. Si inseriscono nel sistema, guadagnano prestigio e credibilità agli occhi del sistema, si irrobustiscono e, quando crescono nei numeri, diventano dei veri e propri boss… Magari affiliandosi a gruppi criminali come quello dei Casalesi.

 

«Così ti ha fatto andare a lavorare al sud»

«Mi ha pagato il viaggio per la Puglia, dove sono andato a raccogliere i pomodori a Brindisi. Ho vissuto in campagna, eravamo in cinque. Ma sul campo eravamo in trenta. Uno ci veniva a prendere e ci portava indietro. Io venivo dalla fabbrica, mi sono abituato subito al lavoro duro, ma altri che erano arrivati in Europa come studenti o cose così, non ce la facevano»

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Issà s’è fatto ben volere, perché ha un fisico adatto a lavori pesantissimi: da schiavo, appunto. Perfetto per il sistema della raccolta del pomodoro e…

 

«A fine settimana il capo mi paga. Io so quanto valgo e non dico niente, non protesto. Il capo si può fidare di me. Così, dopo il primo mese a Brindisi, mi hanno detto che potevo continuare in Basilicata. Così sono andato lì, anche se vivevo in una casa abbandonata che faceva schifo. Ma mi sono adattato e ho lavorato. Così mi sono fatto un nome e ora lavoro sempre, anche d’inverno»

 

Issà è contento di essere apprezzato come lavoratore instancabile e sottomesso. Gli piacciono le gratificazioni morali che determinano, a suo dire, un rapporto di continuità con i caporali. Non si accorge di essere indispensabile al buon esito della raccolta a prescindere dal suo valore fisico e morale.

 

«Tu risiedi ancora a Treviso?»

Fa di sì. Risiede ancora lì, in una casa che subaffitta a connazionali quando non c’è, cioè per circa otto mesi l’anno. Il suo pellegrinaggio me lo rende un utile osservatore della filiera agricola italiana: un testimone interno, una miniera.

 

«Ma non sei stanco, di questa vita?»

«Sono stanco del freddo, della notte con la paura, degli incubi, di dover discutere, qualche volta, per farmi pagare il giusto. Ma alla fine la faccio…»

 

Tutta lì la sua esigenza morta di giustizia: alla fine fa una vitaccia per pochi euro massacrandosi la salute. Accumula stanchezza senza risentimento, che è già un modo per tollerare meglio il suo nomadismo coatto nelle campagne italiane.

 

Sto per fargli un’altra domanda quando il bus numero 3, quello che dalla stazione di Foggia porta al ghetto di Rignano Garganico, arriva e lo assorbe. Mi saluta dal finestrino e via, parte alla volta della sua baracca di cartone sotto i quaranta gradi della Capitanata.


Segui il nostro speciale I nuovi schiavi. Reportage tra i lavoratori agricoli.

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