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“I passanti” di Laurent Mauvignier: la solitudine di chi guarda

Laurent Mauvignier, I passanti“I passanti”di Laurent Mauvignier, nella collana Formelunghe di Del Vecchio (lo scrittore francese si aggiunge così a una già luminosa scelta di autori stranieri della casa editrice), con la traduzione superbe di Angelo Molica Franco (vincitore del premio Nini Agosti per il suo lavoro) è il libro del guardare e del vedere, atti così potenti da permetterci di esistere attraverso lo sguardo degli altri. È anche un canto alla solitudine più impermeabile, alla tenuta stagna di ogni mondo interiore, all’illusione e al desiderio che gli occhi altrui riescano a incidere la corteccia dell’apparenza e penetrare la nostra essenza. Ed è un romanzo del “non”, soprattutto del non detto.

C’è una trama che non è una trama, che si affaccia appena al balcone; una storia in cui le parole, pur così chirurgiche, nette, mirate come droni, fanno moltissimo per la scrittura e molto poco per il racconto dei fatti in sé. Costruiscono la narrazione attraverso le sensazioni dei personaggi, allestendo monologhi in cui ribolle l’oralità dello scritto, come non ricordavamo forse dai tempi di Céline.

È la storia di uno stupro mai nominato, compiuto da un personaggio senza nomeeppure presentissimo, un ragazzo dalla vita indefinita, disoccupato quasi certamente, sulla trentina forse. Un uomo sovrastato dall’abitudine di sé a cui l’hanno costretto gli altri, la famiglia dei luoghi comuni e delle frasi fatte, una fidanzata per assuefazione, gli amici a cui “si vuole bene” ma non si sa fino a che punto, perché non ce ne sono altri con cui confrontarli. E quel suo corpo inerme, che è menzogna, una maschera di ciò che in realtà vive in lui e lo mostra soltanto come vuole che gli altri lo vedano, un giorno esplode e passa «dalla parte di ciò che fa paura per non essere più tra quelli spaventati».

È la storia di una vittima a cui nel romanzo non viene concessa la parola e che proprio col suo silenzio, con l’andarsene via, il sottrarsi agli altri, obbliga tutti i personaggi a vivere, a decidere; determina, scandisce, domina le loro esistenze, le spinge a rigenerarsi, «non ha importanza come, quando si ha già la fortuna di essere vivi». Il mutismo prodigioso di Claire è motore delle vite altrui, col proprio dolore scuote l’immobilismo rassegnato di chi le sta accanto, deceux d’à côté, per riprendere il titolo originale del romanzo.

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Laurent Mauvignier, I passantiÈ infine la storia di un’amica senza pace, che non si perdona di non aver saputo prestare attenzione; viveva nell’appartamento di fronte a quello di Claire ma stava ascoltando musica con le cuffie quando lei è stata violentata, così non si è accorta di nulla. Spesso guardiamo ma non vediamo, ascoltiamo senza sentire e quando diventiamo invisibili per gli altri oci crediamo abbandonati scatta in noi la violenza, la mancanza di pietà. Si tenta di «resistere all’attrazione di chi non ti vede. Perché a un certo punto il fatto di non essere visto ti ferisce troppo profondamente», ma quando lo squarcio suppura ecco che si finisce per perdere il conto delle «vite che abbiamo rovinato per liberarci dalle nostre».

La voce del carnefice, della vittima e dell’amica spesso si confondono e si fondono, portando il lettore, quasi risucchiato dalle sabbie mobili del sortilegio della scrittura di Mauvignier, all’indignazione e al rifiuto. È da ingenui sconvolgersi, perché «vittima e carnefice si scoprono dello stesso disgusto» e «siamo in molti a muoverci al di sotto dell’umanità»; lì, nel sottosuolo, il vero responsabile di ogni oltraggio è sempre «il dolore di prendere il suo corpo per l’amore». Amore, niente di più semplice, alla fine. Il solito baratro dentro il quale precipitano i chicchi di caffè che rotolano lungo il pavimento della casa di Claire, o quelle virgole a precipizio che nel testo sospendono la narrazione in un vuoto anche visivo.

L’umanità sembra divisa tra coloro che «sono portati per la vita» e chi invece rimane a guardare questi eletti, li spia in attesa degli ossi rosicchiati dell’esistere altrui, con la speranza che prima o poi tocchi anche a loro qualcosa da vivere. Magari perfino da condividere: «Ho visto le loro mani, le carezze, l’emozione tra loro per la possibilità di poter lottare e vivere in due e vivere, e dire no, in due». Nella storia del non detto appare infine, del tutto inattesa e per certi versi terribile, l’ipotesi che i passanti di Mauvignier si sfiorino, si riconoscano e, in quell’istante, la loro solitudine non significhi mai più «essere niente».

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