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I nuovi quadri “armati” del Capitalismo raccontati da Pierre Lemaitre

I nuovi quadri “armati” del Capitalismo raccontati da Pierre LemaitreQuando leggo un romanzo di Pierre Lemaitre sono sempre incuriosito dai “titoli di coda”. Lemaitre è uno dei pochi scrittori che cita quali sono gli autori che lo hanno influenzato nella redazione del testo (forse un retaggio del suo precedente lavoro di professore di letteratura). È una pratica che ammiro e che, in qualche modo, trovo anche commovente, perché l’autore è consapevole dell’importanza di quella che chiamiamo tradizione, la quale viene molto spesso ignorata da tanti scrittori contemporanei (forse perché sconosciuta al loro onnipervasivo presente?).

Alla fine di Lavoro a mano armata (traduzione a cura di Giacomo Cuva), il romanzo uscito in una nuova edizione da Fazi (in Francia è stato pubblicato nel 2010), sono menzionati, tra gli altri, Céline e Scott Fitzgerald, Derrida e Sartre… manca un nome che volentieri accosterei ai libri di Lemaitre: Jean-Patrick Manchette. Manchette è stato forse il più importante scrittore di “polar politici” che ha avuto la letteratura francese (valga per tutti Nada, da cui Claude Chabrol, uno dei moschettieri della Nouvelle Vague, trasse il film Sterminate Gruppo Zero): una scrittura cinica e spietata che guardava con disincanto al tramonto dell’epica rivoluzionaria rispetto all’ormai vincente globalizzazione capitalistica. A volte leggendo le pagine di Lemaitre penso che qualcosa sia rimasto della lezione del grande Manchette: ad esempio, la voglia di non restare rinchiuso nella storia “nera”, ma comprendere quali meccanismi sociali e politici sono alla base delle azioni dei protagonisti, qual è il lato oscuro e malefico, anche se legalizzato, del potere.

 

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I nuovi quadri “armati” del Capitalismo raccontati da Pierre Lemaitre

Lavoro a mano armata è ambientato a Parigi; Alain Delambre è un uomo di cinquantasei anni, “un quadro disoccupato”. Ha una moglie, Nicole, di cui è ancora molto innamorato e due figlie, Lucie e Mathilde; qualche anno addietro aveva un buon lavoro in un'azienda come responsabile delle risorse umane, poi la crisi, la ristrutturazione aziendale, il taglio dei costi… Per poter tirare a campare si ritrova ogni mattina all’alba, insieme a due suoi compagni (Charles, il barbone, e Romain, l’attore fallito), a fare un “lavoretto part-time”: scaricare e smistare degli imballaggi da distribuire alle farmacie francesi, sotto il “giogo” del suo supervisore, Mehmet Pehlivan, un immigrato turco che “ha fatto carriera” nell’organizzazione ed è peggio del padrone perché, in una tragicomica sindrome di Stoccolma, “lui incarna” il padrone. Un giorno Alain non ne può più dei soprusi di Mehmet e gli dà una testata sul viso dopo che questi gli aveva mollato un calcio nel sedere.

La ribellione sul posto di lavoro è diventato un atto rivoluzionario, un’insubordinazione che non può essere tollerata dall’azienda (che esempio si darebbe agli altri?). Alain viene licenziato e in più anche denunciato. Si ritrova a dover campare con lo stipendio di Nicole, in una casa che cade a pezzi per la poca manutenzione (perché curare una casa costa) e la vergogna che ogni giorno che passa invade ogni aspetto della quotidianità: «il difficile non è essere disoccupato, è continuare a vivere in una società fondata sull’economia del lavoro».

 

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I nuovi quadri “armati” del Capitalismo raccontati da Pierre Lemaitre

Improvvisamente però sembra esserci una via d’uscita. Una grossa azienda ha deciso di cercare una nuova figura di responsabile delle risorse umane attraverso la messa in atto di un crudele gioco di ruolo: il finto rapimento di alcuni dirigenti della stessa azienda a opera di una banda guidata da un ex militare (David Fontana). “Vincerà” il lavoro chi saprà leggere meglio le azioni e le debolezze degli ostaggi, naturalmente all’oscuro della cosa, finendo così col soffiargli il posto. Homo homini lupus… Alain vuole a tutti i costi essere il migliore, anche se deve tener conto della sua età non più “verde”. Quel lavoro sarebbe la panacea di tutti i suoi mali attuali, è “l’ultimo walzer” che non può rinunciare a ballare. Così chiede a suo genero, il marito di Mathilde, di prestargli dei soldi per poter pagare un investigatore privato che indaghi sulle vite dei dirigenti che saranno presi in ostaggio. Non lascia nulla di intentato Alain per raggiungere l’obiettivo, ma poi quando partecipa al gioco di ruolo, cambia improvvisamente le carte in tavola a tutta l’organizzazione. Inscena un vero rapimento. La banda di Fontana, insieme al presidente della società, il signor Dorfmann, col quale aveva addirittura finto un ferimento («per sconvolgere immediatamente la gerarchia»), viene così presa in contropiede. È lui, Alain, che adesso dà le carte, ma per poco perché di lì a qualche ora uno degli ostaggi scapperà. Perché Delambre lascia andare quell’uomo, Paul Cousin? Perché si è arreso? Perché «è uscito di scena con la soddisfazione della vittoria e un sorriso impercettibile che sembrava… un occhiolino?» Da qui il romanzo sembra quasi una palla da flipper che scorre veloce e abbraccia la vita in carcere di Alain, il processo e poi almeno un paio di finali che tengono col fiato sospeso, perché la storia sembra non accettare mai il suo epilogo definitivo.

 

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La scrittura di Lemaitre è fortemente letteraria e non ha paura di contaminarsi con i generi narrativi e cinematografici (qui ad esempio il legal-thriller con Lucie che, in quanto avvocato, prende in carico la difesa del padre; le tante storie di carcere raccontate dal cinema americano…), perché mantiene sempre una visione “morale” delle cose raccontate. Giuseppe Ferrandino (l’autore di Pericle il Nero), intervistato qualche settimana fa da Antonio Gnoli su «la Repubblica» ha detto che gli scrittori italiani di gialli «in testa hanno Diabolik e nessuna idea del bene e del male». Lemaitre c’è l’ha ben chiara questa idea, così chiara che sa che oramai tutti i protagonisti delle storie che racconta, i protagonisti di questi decenni di crisi “nera”, sono infettati, chi più chi meno, dal male e che vivere significa molto spesso venire a patti con questa forza disgregatrice di affetti (anche familiari) e solidarietà. Anche se esistono le eccezioni, come Charles il barbone che darà una mano fondamentale ad Alain a venir fuori dall’impiccio in cui si era cacciato. Non potremo comunque attenderci un lieto fine hollywoodiano con un “tutti felici e contenti”, perché “l’unica certezza che abbiamo è che mai niente va come ce lo siamo immaginato”. E questo Lemaitre ce lo racconta sempre con assoluta coerenza e maestria.

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