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I nativi americani e la distruzione della loro cultura. “Non qui, non altrove” di Tommy Orange

I nativi americani e la distruzione della loro cultura. “Non qui, non altrove” di Tommy OrangeL’America, o meglio gli Stati Uniti, è da sempre terra piena di fascino e di attrattiva per il mondo intero.

Tutti noi, in maniera più o meno velata, abbiamo guardato quel luogo come una terra dove realizzarsi, dove la parola “sogno” significa successo certo, dove l’ottimismo è la chiave che apre tutte le porte. Gli americani lo sanno e ci hanno giocato per anni sulla loro immagine, alzandosi a paladini della giustizia, a portatori di libertà e democrazia e noi italiani, negli anni Ottanta, ci riconoscevamo nel celebre verso di Toto Cutugno nella canzone L’Italiano: «con troppa America sui manifesti».

Noi italiani, per anni abbiamo rivendicato di essere stati i discendenti dello scopritore dell’America, abbiamo rivendicato la scoperta dei jeans, eppure nonostante tutto quella terra era sempre più avanti, sempre migliore, l’America era sempre l’America.

 

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Conclusi gli anni Ottanta, tutta quell’ondata di edonismo finì mostrandoci un’altra faccia dell’America, una terra che senza troppi complimenti entra in guerra in Iraq, dove un presidente mente a tutta la nazione per nascondere la sua relazione extraconiugale, dove, durante la crisi economica, si perde il lavoro da un giorno all’altro, dove non c’è solo ricchezza, dove i poveri, i disoccupati, i disadattati crescono a vista d’occhio, dove i sieropositivi non trovano cure perché privi di assicurazioni sanitarie. Chissà se le cose sarebbero andate in maniera diversa, se noi europei non fossimo andati lì a conquistare e avessimo lasciato gli Indiani d’America liberi e padroni reali di quella terra.

Tommy Orange è uno di loro. È un giovane scrittore di Oakland, nato da madre americana e padre di origine Cheyenne Arapaho e brillante studente dell’Institute of American Indian Arts di Santa Fe che da qualche anno offre un programma di studi letterari indiano centrico.

Dopo gli studi e dopo aver svolto diversi mestieri, dà finalmente alla luce un romanzo che diventa ben presto un caso mediatico tanto da avere una fama ben superiore ai suoi reali meriti che comunque sono tanti. Sto parlando di Non qui, Non altrove (Frassinelli Editore, traduzione di Stefano Bortolussi.)

I nativi americani e la distruzione della loro cultura. “Non qui, non altrove” di Tommy Orange

Accolto come un capolavoro ancor prima che uscisse è tutt’oggi uno dei libri più discussi, acquistati e letti. Il libro racconta la storia di dodici personaggi, di origine nativa americana, che ormai sono a tutti gli effetti urbanizzati e perfettamente affini alla società che gli gira intorno. Tutti residenti a Oakland in California e che alla fine convergeranno in un immaginario Big Oakland Powwow in un finale che mi ha rimandato ad alcune scene alla Quentin Tarantino.

Il titolo del romanzo è stato preso in prestito da una canzone dei Radiohead (brano tra l’altro citato nella storia) e quel non qui e quel non altrove non è altro che la cultura nativa americana che negli anni è stata distrutta, sfumata, annacquata da culture che si ritenevano superiori e migliori.

Annacquata perché più volte ritroviamo i nostri dodici personaggi in una contemporaneità crudele e spietata, fatta di alcolismo, violenza, malattie, depressioni e il tutto circondato da un mondo fatto di internet, social network, stampanti 3D e droni.

Riacquistare una propria identità rappresenta un goffo tentativo che rasenterebbe una pessima imitazione perché l’unico modo di essere un indiano in questo mondo è sembrare e agire come un indiano. Essere o non essere un indiano dipende solo da quello.

I nativi americani e la distruzione della loro cultura. “Non qui, non altrove” di Tommy Orange

Il romanzo è ben scritto e confezionato, ma a volte si ha la sensazione che l’autore usi una scrittura mossa da un senso di rivalsa con la voglia di stupire a tutti i costi.

La strategia narrativa lascia un po’ a desiderare e l’autore, forse, nel dubbio, le prova tutte partendo con una scrittura in prima persona, poi in terza e perfino in seconda. Cambi di persona, flashback, cambi di punti di vista, altri flashback, sovrapposizioni di altri punti di vista, monologhi interiori, flussi di coscienza, dialoghi strutturati come interviste, non fanno altro che disturbare e confondere il lettore.

 

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Fa comunque piacere leggere una storia così e così fiera di raccontare le proprie radici, le proprie origini e forse è questo il punto vincente della storia.

Ovviamente consigliato a lettori amanti della cultura degli indiani d’America.


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