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I motivi per cui Kafka è comico

David Foster Wallace, Considera l'aragostaUna mia grande frustrazione quando cerco di leggere Kafka con gli studenti è che è impossibile far loro capire che Kafka è comico. Nè tantomeno apprezzare il modo in cui questa comicità è intimamente legata alla potenza dei suoi racconti. Perché, è ovvio, i grandi racconti e le grandi barzellette hanno parecchio in comune. Dipendono entrambi da ciò che i teorici della comunicazione chiamano a volte esformazione, ovvero una certa quantità di informazioni vitali rimossa ma al tempo stesso evocata da una comunicazione in modo da provocare nel destinatario una specie di esplosione di collegamenti associativi. Probabilmente è per questo che tanto i racconti quanto le barzellette hanno spesso un effetto che sembra fulmineo e percussivo, come lo sfiatarsi di una valvola a lungo tappata. Non per nulla Kafka parlava della letteratura come di «una scure con cui cerchiamo di scalfire gli oceani di ghiaccio dentro di noi». Né è un caso se la riuscita tecnica dei grandi racconti è spesso chiamata compressione - perché nel lettore coesistono già sia la pressione che il suo rilascio. Quello in cui Kafka sembra riuscire meglio di chiunque altro è orchestrare l’aumento di pressione in modo tale che proprio quando diventa intollerabile ne avviene il rilascio.

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Quello che cerco di dire non è che il suo umorismo è troppo sottile per gli studenti americani. Anzi, la sola tattica semiefficace che ho elaborato per esplorare la comicità di Kafka a lezione è di suggerire agli studenti che gran parte del suo umorismo in realtà non è affatto sottile, o meglio che è antisottile.
 


[tratto da David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi]

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