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“I miei piccoli dispiaceri”, un romanzo di Miriam Toews

“I miei piccoli dispiaceri”, un romanzo di Miriam ToewsElf scrive sui muri di casa il suo piccolo grido di dolore: IMPD. Miriam Toews scioglie la sigla nel titolo, I miei piccoli dispiaceri, e con il suo racconto prova a diluire una storia di tristezza terribile e per molti versi incomprensibile.

La soluzione stilistica che sceglie l’autrice passa per un composto difficile da ottenere: dosare bene i momenti di disperazione con le frasi spiritose, lasciando che a impersonarle siano personaggi spontaneamente e involontariamente comici. Di questi sprazzi successivi è fatta la narrazione: rapida, vivace.

I miei piccoli dispiaceri (Marcos y Marcos, con un’altra delicatissima copertina firmata Lorenzo Lanzi, e la traduzione di Maurizia Balmelli), infatti, è una chiacchierata dolce, di affetto e intimità: privata come possono esserlo solo le conversazioni tra sorelle.

Elf è bellissima, suona il piano incantando le folle di tutto il mondo, ma si porta dentro una tristezza profonda, che fa piangere chi la ascolta. Yoli è la sorella minore, che scrive libri strampalati sul Rodeo, ha due figli ma non ancora una storia fissa ed è un po’ bizzarra. Ma è quella più forte, e tocca a lei fare tutto il possibile per salvare Elf.

Fare tutto il possibile per salvare Elf è una frase che va letta nel senso più ampio dell’espressione, quando di mezzo c’è una sorella che vuole morire perché vivere le costa troppa fatica, quando in passato ci sono stati svariati tentativi di suicidio e una sofferenza che, di per sé, non ha senso.

L’autrice, comunque, non pone la questione al centro di una discussione etica: non pontifica. L’etica viene da sé, segue le parole di Elf e Yoli, i loro gesti, la loro stessa crescita all’interno di una famiglia mennonita strampalata. Sono sempre state persone strane rispetto alla comunità di cui fanno parte, e per questo tenute a distanza, sorvegliate a vista, soprattutto quando Elf decide di studiare pianoforte scandalizzando gli “anziani” mennoniti. È però una famiglia forte, con dei genitori teneri che accettano le fragilità delle figlie, le accolgono, le fanno proprie: basta stringersi ancora un po’, anche nei momenti di dolore, e cantare un inno allegro.

E basta parlare, ancora e soprattutto: «Parlando a me parla a se stessa». Come se soltanto così ci si possa scrollare di dosso quella «solitudine viscerale» che si posa sulla mente di una persona.

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“I miei piccoli dispiaceri”, un romanzo di Miriam ToewsLa stessa struttura ha un assetto dialogante: non c’è il tema del suicidio strutturalmente al centro (che succeda o no, vi assicuro che non cambierebbe niente del romanzo), non ci sono urla, non c’è un apice di dolore, dopodiché la storia si smonta. No, perché c’è ancora da parlare dopo, da raccontare, finanche da ridere. Ci sono ancora i pranzi con le amiche e il Natale in famiglia, e tante cose da capire e ricostruire.

Il gesto in sé di togliersi la vita non viene certo compreso, ma in qualche modo viene accettato, quasi come necessario alla vita stessa. La potenza dei Miei piccoli dispiaceri, del resto, è proprio l’incertezza di sentimenti, uno spaesamento di chi – io credo – difenda a ogni costo e senza se e senza ma la Vita. Leggi di una persona che sta male (nella testa, in un modo non-fisico e per questo difficile da vedere e da comprendere), e che desidera morire. Glielo vorresti impedire a ogni costo, perché non è giusto, se è una persona bellissima, sana e bravissima, non è giusto. Ma poi, leggendo, ti nasce un pensiero sotterraneo, inconsapevole e a cui non vuoi quasi dare voce: perché non è giusto? Chi sei tu per dire che non è giusto?

La Toews si fa queste domande in tono sommesso, non è una voce narrante giudicante.

E nonostante la delicatezza dell’argomento (e sui temi caldi l’editore milanese conferma la propria sensibilità), o forse proprio per questo, viene rincarata la dose di ironia – non è ottimismo, non c’è nemmeno un filo di ottimismo in tutto il libro. Ma si ride tanto.

Credo che la combinazione giusta del romanzo, ciò che lo rende in qualche modo speciale, è proprio l’andare e venire continuamente dalla tristezza senza scampo alla via di fuga improvvisa, inattesa, e per questo straordinaria, del sorriso. Questo, insomma, l’esercizio di stile della Toews in I miei piccoli dispiaceri. Come fare delle scale al pianoforte.

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