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I fantasmi di uno scrittore. “Un romanzo russo” di Emmanuel Carrère

I fantasmi di uno scrittore. “Un romanzo russo” di Emmanuel CarrèrePochi scrittori come Emmanuel Carrère riescono con le parole a rendere vive, plastiche le nevrosi del nostro tempo. Che siano amori, lutti, insicurezze, infantilismi... È un horror del quotidiano di cui lui è maestro. Quelle che descrive lo scrittore francese sono spesso le sue stesse nevrosi in un eterno, infinito, paranoico gioco di specchi con il rischio di assomigliare a uno dei suoi amati maestri: Philip K. Dick.

Carrère è uno degli autori francesi che ha avuto una seconda vita editoriale in Italia (mi viene in mente a tal proposito la vicenda della magnifica Annie Ernaux con la sua riscoperta meritoria a opera de L'orma editore). Mi ricordo uno dei suoi primi libri (Voi siete morti io sono vivo, la biografia appunto di Dick) transitare negli anni Novanta per le edizioni Theoria. C'è poi il suo passaggio all'Einaudi negli anni Zero. Ma è Adelphi che fa successivamente centro con l'altra sua famosa biografia, Limonov: la storia avventurosa del controverso scrittore russo Eduard Limonov, un altro ego ipertrofico, autore maledetto e nemico giurato di Putin, il quale ha scontato anche parecchi anni in carcere. Da quel momento Carrère diventa un best-seller. Viene riscoperta allora la sua produzione precedente. Tra le sue opere più importanti è certamente da annoverare L'avversario, la storia realmente accaduta che ha per protagonista Jean Claude Romand, che aveva fatto credere a tutti di essere un medico, finendo al termine del suo percorso di paranoia e follia con lo sterminare tutta la sua famiglia. Un libro che è costato a Carrère ben sette anni di studio e ricerche.

 

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Ora Adelphi ripropone astutamente, con il titolo originale, l'oggetto narrativo che uscì con La vita come un romanzo russo. Nell'edizione attuale è semplicemente Un romanzo russo (traduzione di Lorenza Di Lella e Maria Laura Vanorio). Nelle prime pagine del libro l'autore scrive così:

«Qualche mese fa ho pubblicato un libro, L'avversario, che mi ha tenuto prigioniero per sette anni e da cui sono uscito stremato. Ho pensato: ora basta, devo voltare pagina. Devo uscire da me stesso e andare verso gli altri, verso la vita. A tale scopo la cosa migliore sarebbe tornare al reportage. L'ho detto in giro e in men che non si dica mi è arrivata una proposta.»

I fantasmi di uno scrittore. “Un romanzo russo” di Emmanuel Carrère

Andare in Russia e raccontare la storia di uno sfortunato contadino ungherese, András Toma, catturato dall’Armata Rossa alla fine della seconda guerra mondiale, il quale ha passato più di cinquant'anni rinchiuso in un ospedale psichiatrico di Kotel'nič, una “remota località russa”:

«un soggiorno quaggiù è una specie di tre stelle dello straniamento depressivo, e viene naturale pensare che la sensazione di trovarsi immobili sul fondo di una pentola di zuppa fredda e rappresa, da cui siano spariti da tempo i bocconi migliori».

 

L'ungherese è appena tornato a Budapest su una sedia a rotelle (nel corso della degenza in Russia gli è stata amputata una gamba):

«il volto sotto il berretto è devastato.  Un volto da zek, come definivanose stessii detenuti nei gulag, il volto di quelle personedi cuiSolgenicyne Salamov hanno raccontato le vite spezzate».

 

Sono storie di fantasmi quelle di cui scrive Carrère. Toma dopo essere dichiarato ufficialmente morto nel suo paese nel 1954 si abbandona a una specie di stato vegetativo, come se la sua esistenza fosse stata cancellata da quel pezzo di carta recapitato alla famiglia.

Ma un altro fantasma ossessiona la vita dell'autore: è il padre della madre, il nonno dello scrittore, Georges Zourabichvili, un russo (anzi georgiano) emigrato in Francia negli anni Venti, la geniale pecora nera della famiglia. Per un po' a Parigi fa il tassista, anche se molto spesso rifiutava i passeggeri perché troppo intento magari nella lettura di un libro:

«gli piacevano le idee, i saggi più dei romanzi, e leggere un libro, per lui, era come parlare con l'autore... un vero intellettuale russo che planava con superbia sulla realtà quotidiana».

 

È un uomo schierato con le dittature nere del Novecento (la sua ammirazione va a Hitler e Mussolini; nella guerra civile spagnola si arruolerebbe volentieri con le truppe franchiste). Allo scoppio della guerra e all'invasione tedesca della Francia diventa interprete per gli occupanti dopo essersi spostato con la famiglia a Bordeaux, poi alla liberazione scompare (forse ucciso come collaborazionista da qualche gruppo partigiano).

I fantasmi di uno scrittore. “Un romanzo russo” di Emmanuel Carrère

Carrère è coinvolto sentimentalmente con un nuovo amore, Sophie. Lui è geloso, possessivo, manipolatore... Lei è insicura, non sa se lui veramente la ama. È indecisa. E questa sua indecisione non fa che aumentare l'ossessività di Carrère. Quello che spiazza è anche l'assoluta disinvoltura con cui lo scrittore descrive la differenza sociale tra lui (la madre, esperta appunto di lingua russa, è un'accademica di Francia) e Sophie, tra lui e gli amici di lei («non mi sento a mio agio nel suo mondo, nel mondo dei semplici lavoratori dipendenti, di quelli che dicono lavoro su Parigi anziché a Parigi e che partono per Marrakesh con un viaggio aziendale»). Decide allora di scrivere un racconto, dal titolo Facciamo un gioco, che verrà pubblicato nel mese di luglio sull’inserto di «Le Monde». È un racconto pornografico, un racconto “performativo”, come quelli che piacciono allo scrittore francese («come nel classico esempio della frase dichiaro guerra: nel momento stesso in cui la si pronuncia, la guerra viene di fatto dichiarata»). La sua fidanzata dovrà leggerlo sul Tgv che prenderà per raggiungerlo nel suo luogo di villeggiatura in Francia. Ma quel treno la fidanzata non lo prenderà mai. Carrère scopre che lei ha un altro, un amante, un altro fantasma. Che addirittura è rimasta incinta.

 

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Lo scrittore ritorna in Russia a inseguire il fantasma del nonno, va a Kotel'nic per filmare la vita quotidiana di quella terra, in attesa che qualcosa succeda. E nel frattempo non riesce a fare passi avanti nella padronanza della lingua russa. A volte sembra padroneggiarla, altre volte gli sfugge malamente (riducendosi a uno sconclusionato balbettio) come se anche quello fosse un ulteriore rapporto malato della sua vita.

Altri lutti accadranno (l'uccisione a Kotel'nič dell'interprete francese Anja e del suo piccolo figlio Lev, il suicidio in Francia del cugino di Carrère, il figlio dello zio). L'orrore e la follia lo perseguitano, perseguitano la sua famiglia, ma soltanto la scrittura può dar voce all'inevitabile tregua. Prima che i fantasmi ricomincino un'altra danza macabra.

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