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“I dodici cerchi” di Jurij Andruchovyč, un libro stranamente commovente

“I dodici cerchi” di Jurij Andruchovyč, un libro stranamente commoventeSi fa un po’ di fatica, bisogna sforzare la memoria e l’immaginazione per provare ad afferrare la rete di allusioni che attraversa ogni pagina de I dodici cerchi, con la consapevolezza che moltissimo deve sfuggirci per forza, perché la cultura della Galizia, o dei ruteni dell’Ucraina occidentale, ci è estranea, o al più solo vagamente familiare. È però una fatica piacevole leggere un romanzo che si nasconde tanto, e inciampare su toponimi inesistenti, gruppi etnici dai nomi favolosi, vocaboli in ucraino e frammenti di conversazioni in tedesco, affidandoci, per capire, al glossario e alle note delle ultime pagine, oltre che a qualche ricerca su internet.

Sostiene nella lettura il fascino del lontano, dello sconosciuto, di ciò che non è più, perché il romanzo ci porta nella provincia più settentrionale dell’impero austro-ungarico, nella vecchia Leopoli e sui Carpazi, per poi spifferarci segreti dell’era sovietica, e mostrarci bellezza, sfacelo e squallore dell’Ucraina contemporanea.

L’autore è Jurij Andruchovyč, scrittore che nei primi anni dell’indipendenza ucraina irrompe nella scena letteraria del suo Paese, ancora condizionata dal realismo socialista, con una scrittura acrobatica e barocca. Il libro, I dodici cerchi, già tradotto in tedesco e spagnolo, è stato pubblicato di recente dall’editore Del Vecchio, nella traduzione di Lorenzo Pompeo.

La trama è scarna. Un gruppo di leopolitani e un fotografo viennese, insieme a un paio di ragazze di Čortopil (cittadina ucraina forse inventata, il cui nome può far pensare a Chernobyl), si ritrovano a trascorrere una breve vacanza al pensionato Osteria “Sulla Luna”, sull’altopiano carpatico di Dzindzul (altro luogo irrintracciabile sull’atlante), al confine con la Transilvania. L’osteria è di proprietà di un magnate, tale Varcabyč, cui appartengono anche il bosco circostante, una discarica di automobili di lusso, una ditta di superalcolici e chissà cos’altro. Gli invitati, che del loro ospite conoscono soltanto il nome, gravitano tutti ai margini dell’ambiente intellettuale ucraino. «DAGLI EROI DEL BUSINESS AGLI EROI DELLA CULTURA» recita l’invito di Varcabyč, e sembra chiedere agli «eroi della cultura» una velata contropartita per la sua ospitalità, ossia l’appoggio a uno sconosciuto partito politico.

La comitiva si trattiene solo pochi giorni all’Osteria. Strani incidenti e sparizioni costringono «gli eroi della cultura» a interrompere la vacanza anzitempo.

 

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“I dodici cerchi” di Jurij Andruchovyč, un libro stranamente commovente

La sostanza del romanzo è tutta nella presentazione degli ospiti di Varcabyč e dei loro monologhi interiori. I loro pensieri s’intrecciano a continui riferimenti alla vita e all’opera di Bohdan-Ihor Antonyč, un poeta ucraino del primo Novecento morto in circostanze poco chiare ad appena ventotto anni.

In un lungo antefatto facciamo la conoscenza per primo di Karl-Joseph Zumbrunnen, fotografo viennese «dalla contorta genealogia». Forse perché tra i suoi avi annovera anche un ruteno, Zumbrunnen visita regolarmente l’Ucraina, per fotografarne soprattutto i boschi e far visita alla signora Roma Voronyč, un’altra degli invitati di Varcabyč. Roma è interprete dal tedesco, quarantenne e vedova di un professore di tradizioni popolari, nonché moglie attuale di Artur Pepa, poeta in crisi creativa, parte anche lui della comitiva di vacanzieri. Completano il gruppo Kolja, la figlia adolescente di Roma, il professor Doktor, studioso di Antonyč, e infine Strigonič, un regista di videoclip di poche pretese assoldato con due spogliarelliste di provincia (Lilja e Marlena) per girare lo spot pubblicitario della grappaccia prodotta da Varcabyč. Di contorno gangster, zingari, contadini. Anche il narratore interviene nel testo, presentandosene esplicitamente come l’autore. Di tanto in tanto inframmezza osservazioni spiritose, medita sui personaggi, cambia questo o quel dettaglio.

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La lingua passa veloce da un registro all’altro: ora è lirica, ora roboante-sovietica, ora parodia di linguaggi pubblicitari e gerghi giovanili. È un groviglio di ucraino, russo e tedesco, nomi e aggettivi inventati. Sembra una lingua intasata di scorie come i boschi dell’altopiano di Dzindzul, o forse tutta l’Ucraina.

Solo un esempio:

«E di fronte a lui sedevano due ragazzacce, ovvero due pischelle o, per meglio dire, due fighe. Sì, direi uguali, anche se una aveva i capelli tinti neri e l’altra lo stesso, ma biondi. No, la loro uguaglianza non aveva nulla a che fare con i gemelli, loro sono veramente diverse, ma allo stesso tempo uguali. Questa identità è ciò che rende praticamente identiche tutte le pop star del mondo, le mignotte, le modelle, le studentesse degli ultimi anni del liceo, quelle delle scuole tecniche, in poche parole tutte le nostre contemporanee perché questa uguaglianza è il frutto della televisione, dei giornali e delle copertine e del nostro modo di vita sovietico. Si chiamano Lili e Marlene (ma non pensate a Lada e Marena), anche se in verità si chiamano Svjetka e Marina. In questo momento (solo ora?) tutte e due non pensano a niente – con la differenza che, per la verità, mentre in Lilja vi è un silenzio assoluto, che si appoggia sul rombo esterno del motore, a Marlena gira nella corteccia celebrale: “Il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca”».

 

Nel romanzo si ripetono ciclici i riferimenti al passato dell’Ucraina (con i suoi nomi diversi), diviso in tre preistorie. La prima preistoria si chiude con la prima guerra mondiale, la seconda con la dissoluzione dell’Unione sovietica, la terza è ancora in corso. All’Osteria “Sulla Luna” (nome ispirato da un verso del poeta Antonyč) il passato asburgico, sovietico e post-sovietico è onnipresente sotto forma di antiquariato, modernariato, gadget di diversa natura, paccottiglia. L’impressione che se ne ricava è che il tempo sia immobile. Tra le rovine evocate e i cadaveri con la bocca spalancata di tutte le guerre combattute sull’altipiano, torna sempre di nuovo un personaggio sfuggente: un poeta, un fotografo, un soldato morto in battaglia.

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Il poeta Antonyč e il fotografo Zumbrunnen sembrano due figure vicine. Del poeta, centro del romanzo, il testo offre due immagini opposte, abbozzate sulla base delle testimonianze contrastanti dei suoi contemporanei. Non si saprà mai se Bohdan-Ihor Antonyč sia stato un letterato timido e metodico o uno scatenato amante della vita. Neanche di Zumbrunnen si sa molto, se non che è un fotografo di scarso successo, la cui passione per l’Ucraina passa inosservata sia a Leopoli sia a Vienna. Persino il suo trasporto per Roma Voronyč pare senza scopo: forse la signora Voronyč è la sua amante, forse no, è comunque sposata a un altro. I frequenti viaggi in Ucraina, le camminate sui Carpazi, le foto di Zumbrunnen sono imprese solitarie, sconosciute. Il suo amore è incomprensibile, la sua morte ugualmente senza senso.

La storia dell’Ucraina, o della Galizia, appare altrettanto insensata, col suo susseguirsi di preistorie mai finite, che hanno lasciato tracce incancellabili. Il pensionato “Sulla Luna” è come un magazzino di insensatezze, un paesaggio in cui vengono sacrificati senza sosta gli ingenui, in un paese di gangster e criminali.

Non è ben chiaro a cosa facciano riferimento i dodici cerchi del titolo, ma richiamano questo eterno ritorno, questa immobilità. In ogni modo, pur con le sue storie e personaggi grotteschi e ridicoli, I dodici cerchi di Jurij Andruchovyč è un libro stranamente commovente. Ci attrae mentre ci sfugge, perché racconta storie che, pur se lontane, riconosciamo bene

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