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I “desideri deviati” di Edoardo Albinati in libreria

I “desideri deviati” di Edoardo Albinati in libreriaCon Desideri deviati (Rizzoli, 2020) Edoardo Albinati ha aggiunto un secondo tassello, dopo Cuori fanatici (Rizzoli, 2019), a una futura trilogia intitolata “Amore e ragione”.

Siamo sempre negli anni Ottanta del secolo scorso e ritroviamo alcuni dei personaggi del romanzo precedente, che era ambientato a Roma ed era incentrato sul rapporto tra i due giovani amici Nico e Nanni. Attorno a loro ruotava una serie di altre figure più o meno importanti, a descrivere un periodo in cui, tra l’altro, il terrorismo segnava profondamente la storia italiana. Nel nuovo romanzo l’azione si sposta a Milano, dove Nico ha trovato lavoro presso un’importante casa editrice, ma sono anche gli anni in cui la moda sta assumendo un ruolo sempre più importante nell’economia della città.

Attorno a Nico troviamo quindi modelle, sfilate, ma soprattutto il gruppo variegato dei redattori che lavorano nella casa editrice, a partire dal suo energico proprietario Minaudo, tutti ritratti con una certa ironia e talvolta anche con un pizzico di cattiveria, mentre la capitale del Nord inizia a disfarsi del suo passato industriale e i capannoni diventano spazi da destinare a tutt’altro.

Come il precedente, Desideri deviati è un romanzo di cui è molto difficile raccontare la trama, che non è lineare ma appare costituita da un insieme di storie intrecciate, che pongono l’accento di volta in volta su uno dei tanti personaggi usciti dalla fantasia dello scrittore.

Edoardo Albinati è venuto a Milano per presentare Desideri deviati proprio nel cuore della città, in un locale affacciato su piazza Duomo.

 

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Qual è stato il punto di partenza di questo romanzo complesso?

L’aspirazione al Nord per chi viene da Sud, che possiede sempre un fascino particolare, pieno di aspettativa, curiosità e timore. Il Nord è sempre il luogo a cui si aspira e dove si pensa che accadano delle cose, mentre nel meridione non accade nulla. Il treno che collega Roma e Milano è la quintessenza del viaggio della speranza, anche borghese e non necessariamente povera.

All’epoca coincideva con le mie aspirazioni letterarie: Milano era la città dell’editoria e per noi letterati romani è stato arrivarci come Totò e Peppino che arrivano in piazza Duomo vestiti da siberiani, con aspettative smisurate. Ho cercato di riprodurre nel libro l’aspirazione, il movimento più che il risultato.

Dopo aver raccontato Roma ho pensato che la direzione dovesse portarmi verso Milano, dove ho radici. I romani sono quasi tutti sradicati, pochissimi sono davvero originari della città, e io ho una famiglia d’origine varesotta e piemontese, per cui la mitologia familiare descriveva città come Varese, Milano e poi anche Torino in modo leggendario.

Milano per me è soprattutto mitologia, per cui questo mio ritratto della città degli anni Ottanta è solo inventato. Qualcosa che conosco e non conosco. Si tratta di un puro volo della fantasia, anche se ho visitato molte fabbriche dismesse attorno a Milano, che m’interessavano dal punto di vista urbanistico e architettonico.

Milano per me è un luogo affascinante ed eccitante anche in questo periodo in cui tutte le città sono un po’ depresse. Ho sempre dubitato del mito di una Milano seria, pratica, pragmatica. Per me contiene una parte di eccitazione e follia.

I “desideri deviati” di Edoardo Albinati in libreria

I personaggi sono nati da esempi reali?

Alcuni sono ispirati a persone reali, ma in gran parte sono il prodotto di una fantasia grottesca, paradossale, che non deve rispondere a nessuna realtà. Non m’interessa la realtà, per quanto a volte mi sia illuso di raccontarla. La realtà mi annoia e preferisco di gran lunga immaginare qualcosa, magari in un contesto realistico. Marianne Moore, la poetessa americana, diceva di mettere rospi veri in giardini immaginari, mentre io faccio il contrario e metto rospi immaginari in giardini veri. La città è questa, ma i personaggi sono rospi che possono diventare principi.

 

La sua è la Milano degli anni Ottanta, che oggi è profondamente cambiata. La Milano odierna avrebbe potuto essere ancora protagonista, con la sua voglia di essere la più brava di tutte, la capitale morale, la sua frenesia su cui oggi iniziamo a interrogarci?

Io non avrei mai scritto un libro nell’attualità, quindi il problema non si pone. Preferisco avere distanze geografiche e temporali quando ambiento una storia, per la semplice ragione che questo ti dà dei vantaggi immensi. Se parli di una cosa che sta avvenendo adesso sei costretto a metterci l’attualità e i personaggi del momento, cosa già fatta da giornali e tv. Retrodatando una storia, da un lato possiedi il senno di poi e sai meglio come vanno a finire le cose, dall’altro hai un margine d’invenzione molto più ampio.

Fino a febbraio scorso, comunque, a me sembrava che Milano fosse sempre la città trainante, anche con tutti i suoi eccessi, assorbendo le energie di un’intera nazione in parallelo a una decadenza spaventosa della capitale. Mentre Roma si inabissava paurosamente, e posso ben dirlo da cittadino romano, chiunque volesse fare qualcosa in questo paese era costretto a convergere qui, come hanno fatto ad esempio i miei figli. Proprio per questo il colpo preso dal Covid si avverte ancora più pesantemente: mi ha fatto impressione oggi attraversare una Milano semideserta.

Girando in Europa colpisce vedere come certi luoghi attraversino alti e bassi impressionanti. Sono stato poco tempo fa a Siviglia, dov’ero stato per la prima volta da ragazzo, e non credevo ai miei occhi: rispetto alla città scalcinata, sporca e piena di vagabondi che ricordavo, ne ho trovato una pulitissima e ordinata. L’unica città che è peggiorata è quella dove abito, che adesso mi sembra peggio della Napoli dell’immediato dopoguerra.

Milano mi sembrava piena di energia, magari anche troppo, in un certo senso com’era stata negli anni Ottanta, poi ridimensionata con Tangentopoli e infine risalita negli ultimi quindici anni. Io mi ero fatto beffe dell’Expo e poi invece ho considerato che a Roma negli ultimi anni è stato detto no a tutto, mentre dove affluiscono progetti e denaro si vedono poi dei vantaggi.

 

Il libro ha toni ironici e anche umoristici. Quanto si è divertito a scriverlo?

Io non mi diverto mai quando scrivo, ma in questo libro devo dire che un po’ mi è capitato – e spero di farlo meglio col terzo capitolo della saga, dove intendo prendermi qualche piccola vendetta personale – perché ho avuto la possibilità di creare dei tipi al di fuori degli stereotipi. Alla modella, per esempio, ho dato dei risvolti personali che non corrispondono al cliché che di solito si attribuisce a chi fa quel lavoro.

Usare un cliché e metterci dentro delle cose che lo contraddicono rende per me i personaggi più umani e più interessanti. Nelle recensioni hanno citato spesso la Carole Alt del vecchio film Sotto il vestito niente ma quello per me era invece proprio un cliché, mentre io spero di aver scritto altro.

I “desideri deviati” di Edoardo Albinati in libreria

Ho trovato molto interessante una riflessione sul corpo, quando Nico, nuotando in una piscina, considera la fisicità delle persone che lo circondano e riflette sul fatto che spesso la parte superiore e quella inferiore del corpo umano non sembrano in totale armonia, che tutte le donne sono un po’ sirene e cosa ci attrae veramente in una persona. Cos’è cambiato nella narrazione del corpo umano dagli anni Ottanta ad oggi?

C’è uno strano pregiudizio sul fatto che andando avanti la vita diventa sempre più veloce e i costumi sempre più liberi, mentre io ho l’impressione del contrario. Per me la vita rallenta e i costumi sono sempre più repressivi, rispetto ad esempio alla libertà del corpo che c’era negli anni Settanta. C’è un bellissimo racconto di Maupassant che si chiama I consigli della nonna in cui la nonna è del Settecento, quindi libertina, e dà alla nipotina romantica e piena di ideali delle lezioni di libertinismo assoluto, perché due generazioni prima si era molto più svegli ed emancipati.

A me sembra che oggi accada la stessa cosa e ci sia stata una enorme repressione. Io che non sono un nudista da giovane me ne andavo tranquillamente nudo sulla spiaggia, cosa che oggi non fa nessuno. Il punto cui lei allude in piscina è nato da delle osservazioni che ho fatto mentre nuotavo e osservavo le persone da una prospettiva particolare.

Calvino raccontava di aver visto da ragazzino sulla spiaggia di Sanremo i reduci tedeschi che facevano riabilitazione, esibendo corpi magnifici a cui però mancava qualche pezzo, proprio come alle statue greche che abbiamo nei musei. Da quando ho saputo questa cosa ho sviluppato un’attenzione molto forte verso i dettagli anatomici, che è la stessa che nutro verso le statue. La piscina è l’apoteosi di questo perché nuotando vedi immagini alterate, e parti di un corpo umano con un loro significato e una loro bellezza indipendentemente dalla persona intera, proprio come i pezzi di una statua. Spesso le facce sono le parti meno interessanti di una persona, rispetto ad altre parti del corpo, sempre dal punto di vista artistico e non certo morale.

 

A me è piaciuto moltissimo il capitolo in cui Nico assiste a un concerto, e vengono raccontate tutte le sue sensazioni. Qual è il suo rapporto con la musica?

Raccontando non sono andato molto lontano da me stesso, sono sensazioni che ho provato io. Quello per me è stato il capitolo più tormentato dal punto di vista editoriale, perché era lungo il triplo e tutti quelli che lo leggevano lo trovavano eccessivo. Ho cercato di ridurlo il più possibile e sono contento che le sia piaciuto, perché a un certo punto mi sembrava troppo cerebrale e avevo quasi deciso di eliminarlo.

Il concerto è un mondo in cui per un certo periodo di tempo si sta vivendo un’esperienza musicale, ma al tempo stesso pensando ad altro. È impossibile ascoltare e basta, perché l’ascolto è continuamente intersecato dai nostri pensieri e qui ho provato a registrarli.

Il tempo musicale si può dilatare all’infinito e contenere sensazioni e ricordi più di qualsiasi altra esperienza. Noi tendiamo a considerare le arti in parallelo, pensando che facciano la stessa cosa con mezzi diversi, ma non è così. Ci sono cose che possono essere fatte solo dalla letteratura, altre solo dalla musica o dalla scultura. La dilatazione del tempo è solo della musica.

 

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Le persone si trasferiscono in cerca di opportunità. Quali sono le differenze di motivazioni tra chi si trasferiva negli Ottanta e chi lo fa oggi?

La mia sensazione personale è che oggi sia molto più difficile trovare delle opportunità.

Odio l’espressione “fuga dei cervelli” perché la gente si è sempre spostata e i cervelli vanno dove c’è qualcosa da fare: anche Leonardo e Cristoforo Colombo seguivano le opportunità. Trovare qualcosa che ci renda più sopportabile l’esistenza non equivale solo a trovare un lavoro: si cerca di avere un’esistenza tollerabile attraverso sogni, illusioni, anche soddisfazioni non vissute in prima persona. C’è chi è felice se la sua squadra vince lo scudetto anche se ciò non gli cambia assolutamente nulla nella sua vita.

La gloria di un personaggio è bella perché non è destinata solo a lui ma soprattutto agli altri, a cui spesso rende più tollerabile la vita.

Il depresso è quello che vede la realtà com’è, mentre chi non è depresso riesce a trasfigurarla rendendosela accettabile. Io non ho dubbi su questo e mi nutro di illusioni alla ricerca della bellezza. Trovo positive le invenzioni umane per vivere meglio: l’amore, i libri, il cinema, un gin tonic…


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