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I cibi preferiti da Giacomo Leopardi

I cibi preferiti da Giacomo LeopardiNessuno avrebbe mai immaginato di essere informato sui cibi preferiti da Giacomo Leopardi. Gli amanti delle sue poesie forse ci speravano, magari solo per il gusto di riuscire a cogliere quel qualcosa in più dell'animo, seppur triste, del letterato.

Le pagine che ci parlano di questa curiosità sono quelle scritte dalla mano del genovese Giuseppe Marcenaro, nel suo libro Scarti (il cui sottotitolo recita Appunti, lettere, scartafacci. Viaggio nel regno dimenticato della letteratura), edito da Il Saggiatore.

Veniamo però alla vicenda che ci ha reso noti i gusti di Leopardi.

 

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Era il 28 gennaio 1939, giorno fatale per lo scrittore Alberto Savinio che, con un articolo sulle ragioni della morte di Leopardi, fece chiudere il settimanale in cui lavorava, l'«Omnibus», diretto da Leo Longanesi.

I cibi preferiti da Giacomo Leopardi

L'articolo incriminato, Il sorbetto di Leopardi, non piaceva al regime, come ci racconta Marcenaro, o piuttosto erano i personaggi legati al giornale, intelligenti, colti e ironici, che non andavano giù alla dittatura di allora. Savinio e Longanesi non poterono nulla contro l'ovvia ingiustizia, pur sapendo che la ragione era dalla loro parte. Infatti, Savinio possedeva testimonianze cartacee a riprova del fatto che Leopardi era ingordo di gelati, sorbetti e altre leccornie, causa dei suoi ripetuti malesseri fisici e, si dice, della sua morte.

 

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I cibi preferiti da Giacomo Leopardi

Come scrive Marcenaro:

«Bastava recarsi alla Biblioteca Nazionale di Napoli e rintracciare, tra i manoscritti eccelsi di Leopardi – dall’Infinito a Silvia, dallo Zibaldone alle Operette morali – un foglietto di 159 millimetri per 58, con l’elegantissima e ineffabilmente chiara grafia del contino, che sotto il titolo Lista di cibi, elenca le prelibatezze che facevano percepire a Giacomo gli infiniti piaceri del palato. Numerati con ostinato piacere bodindi latte, frittelle di mele e pere, bignè, raviolini, pan dorato, carciofi fritti al burro, con salsa d’uova, segnalati al cuoco nel pieno dell’infuriare dell’epidemia di colera che aveva investito Napoli».

 

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L'apertura delle scatole della memoria

Nel libro sono contenuti molti altri aneddoti storici, ricavatidopo un'attenta analisi degli scarti che la vita quotidiana ci mette in tasca, nei cassetti segreti delle stanze di casa, nei jeans o nei cappotti, per non parlare di tutti i cimeli che si possono ritrovare anche nei libri che ognuno possiede, o in quelli avuti in prestito.

Ora, la domanda che alcuni si faranno è: “Ma chi sono i personaggi ai quali appartengono questi scarti?”. La risposta è facile: si tratta di uomini e donne, più o meno famosi, che hanno lasciato una traccia della loro vita su oggetti, a prima vista, dall'interesse trascurabile.

Il libro ne elenca molti, ma qui ve ne propongo alcuni che mi hanno particolarmente colpito e incuriosito.

I cibi preferiti da Giacomo Leopardi

Incominciamo da un certo Louis-Etienne Saint-Denis, che entrò in servizio da Napoleone, nel 1811, con il nome di Ali. Con questo nome d'arte, diciamo, pubblicò le sue memorie su tutto quanto accadeva al celeberrimo padrone, soprattutto durante il suo esilio nell'isola di Sant'Elena. Il servitore annotava tutto ciò che riteneva di un certo interesse, ma nessuno è in grado di confermare se i suoi scritti corrispondano alla verità. Molti, infatti, furono coloro che quasi lo diffamarono, ritenendolo solo un buono a nulla. Tuttavia, se non fu Ali a occuparsi di mettere “in bella copia” gli appunti di Napoleone dopo la sua morte, chi potrebbe essere stato? Ai posteri l'ardua sentenza...

 

I cibi preferiti da Giacomo Leopardi

Il suo vero nome era Henri Beyle, ma tutti lo conobbero con il suo celebre pseudonimo da scrittore: Stendhal. La pratica da lui usata, quasi un'ossessione direi, era quella di riversare su qualsiasi superficie, o meglio oggetto, disponibile, la sua frenetica scrittura. Oggi si direbbe “imbrattare i libri”, che in effetti erano i suoi preferiti, ma nessuno si sognerebbe di adoperare queste parole in presenza di tanta celebrità. Ed è vero, perché se Stendhal non avesse avuto la brillante idea di riempire, e far vivere, gli spazi bianchi dei libri che possedeva nella sua vasta biblioteca, noi non potremmo conoscere i suoi pensieri e le sue regole di vita.

Ebbene, una di queste regole è stata ritrovata in un libro appartenente alla sua biblioteca, le Oeuvres del 1803, ma il messaggio si nasconde in una posizione piuttosto bizzarra, ossia impresso a caratteri stampatello nel taglio del libro (“prima regola, essere se stessi”).

«Alibro chiuso», come scrive Marcenaro, «eccola: Ire règle, être soi même. Sfogliando il libro, che è la naturale vocazione di chi si appresti a svelarne i misteri, l’annotazione di Stendhal svapora, scompare. Ignoro se la scelta del luogo ove graffitare il messaggio sia un ulteriore segnale del signor de Beyle per annunciare che l’essere se stessi è un impegno da celare in un rebus crittocartaceo».

 

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I cibi preferiti da Giacomo Leopardi

C'è una cartolina che parte da Galway (Irlanda) il 26 luglio 1912 ed è indirizzata a Trieste a un certo signor Hector Schmitz. Vi è l'immagine di un pescatore e la firma è del signor Stephen Dedalus, che sembra riportare un rebus, infatti scrive: «A portrait of the artist as an oldman». Solo due persone, diventati poi amici, sono in grado di decifrare il testo: James Joyce, il mittente, e Italo Svevo, il destinatario. Nel 1907 i due si conobbero perché Joyce era l'insegnante d'inglese di Svevo; in quell'occasione fu proprio quest'ultimo a confessare la passione per la scrittura all'altro che, volentieri, lesse i suoi primi scritti. Il giovane Joyce, così, riconobbe il talento del più anziano Svevo e da quel giorno nacque uno scambio reciproco di impressioni e consigli sulle loro opere più famose.

 

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I cibi preferiti da Giacomo Leopardi

In quel palazzo di via Borghetto 5, a Milano, agli inizi del 1946 cominciò la sua carriera di editore: parliamo di Leo Longanesi. Dopo esser stato direttore di alcuni settimanali e periodici, soppressi dal regime, ora aveva ottenuto la sua rivincita, perché liberata l'Italia, finalmente aveva «il coltello dalla parte del manico: ho già visto molti di quelli che ci volevano fucilati venirmi a chiedere di pubblicare un libro». Con i libri, la pubblicità e i famosi santini, Longanesistava forgiando l'identità del nostro paese. In particolare i santini furono una novità assoluta nel suo campo, infatti, come scrive l'autore, non erano altro che piccoli fogli «di pochi centimetri di lato dal largo bordo variamente colorato, con una sua piccola xilografia e un breve testo, che venivano inseriti tra le pagine dei volumi annuncianti un libro di futura edizione». Nel comunicare queste notizie, però, Longanesi non solo disegnava delle vignette, ma scriveva degli slogan (che oggi chiameremmo scoop) per rendere i suoi annunci più accattivanti nei confronti della stampa.

Un genio nel suo campo, è indubbio, soprattutto perché seppe “curare”, con la sua comunicazione pubblicitaria, l'animo di un'Italia appena uscita dalla guerra.

 

Gli scarti, quindi, nel caso di Marcenaro, non sono spazzatura, intesa come quella più comune che ci circonda ad ogni angolo delle città, ma sono quasi delle reliquie, dei cimeli di cui dobbiamo tenere conto perché fanno parte di una vita, passata o recente, che solo pochi conoscono. 

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