In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Come leggere un libro

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Perché è importante leggere

“I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah, un messaggio di emancipazione

“I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah, un messaggio di emancipazioneSi fatica non poco a cogliere l’essenza fondamentale de I cento pozzi di Salaga di Ayesha Harruna Attah, per questo è doveroso andare a sbrigliare i nodi della matassa uno a uno. Solo così si potrà comprendere e apprezzare la potenza del messaggio di emancipazione che porta con sé.

Mi premerà parlare anche della traduzione di Monica Pareschi e dell’edizione Marcos y Marcos, per cui la copertina e l’impaginazione. Andiamo con ordine.

 

L’ambientazione è l’Africa precoloniale, nella regione del Ghana. Due donne, una principessa e una schiava, affronteranno le ingiustizie di quel mondo complesso e tremendo. A prescindere dalla loro estrazione sociale la storyline a cui sono legate – anzi, incatenate – le rende a tutti gli effetti coprotagoniste del libro. Interessante, da questo punto di vista, il fatalismo pervasivo di una certa cultura africana, che prende il nome di “licabili”:

«Aminah non ci aveva mai pensato. Era la convinzione che qualunque strada uno scegliesse di prendere nella vita, sarebbe arrivato dove era stabilito che arrivasse. Per lei questo non aveva significato granché».

 

Desideri migliorare il tuo inedito? Scegli il nostro servizio di Editing

 

La parola chiave è emancipazione e, in particolare, l’emancipazione dalle tradizioni, laddove queste possano essere portatrici di preconcetti negativi. Negativi perché non rinforzano la libertà e la grandezza delle persone, ma separano e tracciano confini tra l’utile e l’inutile. Interessante da questo punto di vista è l’esergo che subito ci catapulta in una dimensione di riflessione culturale:

«La tribù più numerosa è anche la più forte»(Proverbio gurma)

 

Primo elemento: etnia gurma, l’emancipazione intellettuale foucoltiana per cui “Africa” è un’idea molare, ossia superficiale, intrinsecamente limitata e limitante. Il lessico specifico diventa l’arma intellettuale di emancipazione; dire “gurma” significa specificare, legittimare un’etnia, un popolo. In questo senso I cento pozzi di Salagaha il carattere di un romanzo veristae non perché si dichiara come uno ”stile africano”, che non esiste e non esisterà mai, essendo un concetto molare e, quindi, un’approssimazione della realtà. È “africano” perché parla di “gurma”, di Islam, di Salaga, di schiavitù precoloniale, etc.

«Salaga era come le zuppe che cucinava sua nonna, piene di carne e pesce d’ogni tipo. I mossi, gli yoruba, gli hausa, i dioula, i dagomba laggiù erano di casa. Quando le capitava di andarci, scrutava avida le armi europee arrivate fin lì dalla costa, i cavalli portati dai mossi, e ascoltava le battute che si scambiavano i venditori ansiosi di piazzare la merce e i compratori che si divertivano semplicemente a contrattare. A Salaga, tutto era in vendita.»

“I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah, un messaggio di emancipazione

A Salaga tutto è in vendita, perfino gli umani.

I personaggi non sono rappresentati, ma rappresentativi e, in questo senso, dei tipi più che veri e propri personaggi. Non c’è la volontà di fare un resoconto storico degli avvenimenti ma di portare al lettore una narrazione romanzata che, per quanto fedele all’ambientazione, trova il suo messaggio di testimonianza proprio nella trama, nella caratterizzazione dei personaggi e nel sottotesto. Come il sottotesto dell’esergo: se la tribù più numerosa comanda, allora le donne diventano strumento di potere e chi le controlla decide il futuro della tribù. L’omosessualità in tutte le sue forme diventa una strada inefficace per il raggiungimento del potere. Nello schiavismo e nei matrimoni combinati del romanzo c’è tutta la biopolitica di Foucault; il potere sul corpo, sulla vita delle persone, che vale molto di più che farle semplicemente morire:

«Si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte» (Michel Foucault)

 

A questo punto bisogna chiedersi se tutto questo writivism (parola macedonia che mischia scrittura e attivismo) è compatibile con il modo letterario del romanzo classico o se siamo di fronte a un’avanguardia.

Si potrebbe avanzare l’ipotesi che il colonialismo francese abbia ancora ripercussioni sulla cultura africana, anche nelle manifestazioni di opposizione al colonialismo stesso. Si potrebbe dire che il postmodernismo francese abbia colonizzato il pensiero africano e la politica in generale, tanto che non stupisce che la CIA monitorasse i tipi sospetti come Foucault. Per quanto ci possa davvero essere un disperato bisogno di rileggere quei testi, anche in Italia, è altrettanto vero che la dimensione artistica ha (o dovrebbe avere) una sua indipendenza.

L’autrice è sicuramente padrona del mestiere dello scrivere. Fa un uso sapiente di figure retoriche, strutture narrative, dinamiche di conflitto e non solo, porta al lettore belle immagini (evocative e introduttive), ricchezza di tematiche, chiarezza del tema centrale, scorrevolezza del testo. Il tratto che più mi ha colpito è la capacità di integrazione dei vocaboli nella prosa, ne avevo parlato anche il mese scorso con Il pieno di felicità. Anche senza una traduzione il lessico straniero si intuisce dal sostegno portato dalle azioni della scena, dalla semantica delle frasi adiacenti e il verbo della frase. Leggiamo un esempio chiarificatore:

«Lasciò dunque cadere la lucertola pietrificata dentro il mortaio e cominciò a pestarla piano, trattenendo il disgusto. Ancora non aveva capito cosa ci facesse Adnan con quegli intrugli. Forse gli servivano per un sacrificio? A Botu, le uniche occasioni in cui comparivano animali morti come quello erano quando i ragazzi facevano scherzi alle ragazze o quando era in corso un sacrificio, ma era Obado a compiere il parli. Alle donne non era permesso toccare nulla che fosse collegato al sacrificio.»

 

“Parli” significa “sacrificio cruento”, parola che ricorre sia nell’immagine, sia nella frase ma che non viene posta come banale traduzione ma come appiglio semantico per il lettore. L’eleganza di questo passaggio è proprio nella sua apparente semplicità che nasconde, tuttavia, la ricchezza delle famiglie di linguaggi africani ignote a noi lettori italiani. Il lavoro di traduzione è eccellente e arricchisce il valore del libro in questo senso.

“I cento pozzi di Salaga” di Ayesha Harruna Attah, un messaggio di emancipazione

Parliamo anche della copertina: una donna di colore immersa in un pozzo, che riflette la figura di una persona dal volto basito. L’immagine ci riporta a parlare del writivism, un genere di scrittura che sovrappone il piano della pura artisticità a quello storico-politico. Senza contare che l’autrice è ghanese e l’idea del libro è stata ispirata dalla vita di sua nonna, venduta come schiava proprio in quelle terre. Questi elementi esterni al piano dell’arte per l’arte rendono il libro un “caso letterario”, qualcosa che in parte si spoglia delle vesti del romanzo e, senza prendere la casacca della ricostruzione storica, si fa portatore di un messaggio universale che vale per ogni donna e per ogni persona sulla terra. Un messaggio di libertà, di uguaglianza e di amore.

 

Vuoi collaborare con noi? Clicca per sapere come fare

 

I cento pozzi di Salaga funziona proprio perché è un libro sull’emancipazione, che non ha paura di condannare la finzione dell’arte per ambire a qualcosa di più. Riprendendo la prima citazione, possiamo pensare Aminah come sinonimo dell’autrice, a cui l’idea di un destino prestabilito (per i personaggi di un libro o per le persone reali) non ha nessun significato.  

In definitiva, I cento pozzi di Salaga è un libro d’avanguardia, in quanto dalla finzione narrativa preferisce ricondurre il lettore alla cruda realtà, allargando quanto più possibile il concetto stesso di romanzo, in allegoria al desiderio di sovversione culturale in chiave anti-patriarcale.


Per la prima foto, copyright: Avel Chuklanov su Unsplash.

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.5 (2 voti)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.