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I bambini di ferro di Viola di Grado in un universo imperfetto

I bambini di ferro di Viola di Grado in un universo imperfettoNon è facile trovare le parole giuste per recensire Bambini di ferro di Viola Di Grado, pubblicato da La Nave di Teseo. Tra la lettura e la scrittura è necessario prendersi del tempo per far proprio il mondo bianco di Yuki Yoshida, la “bambina di ferro”, gelida dentro, impossibile da salvare, incapace di provare autentiche emozioni.

Issendai è il nome corretto, bambini contaminati, corrotti da un virus terribile che ha colpito le Unità Materne Sintetiche, messo in circolo dal MAMA, il Movimento Anti Madri Artificiali. Della sua Unità Materna Yuki è riuscita a salvare solo il dito indice che, da quel momento, tiene nascosto sotto il cuscino. La sua vita è lineare e scandita da un rigido protocollo interno all'istituto in cui è rinchiusa, finché la sua esistenza entra in contatto con quella di Sumiko, una bambina che rifiuta qualsiasi contatto col mondo esterno, sia fisico sia emotivo. Sumiko non mangia, non permette a nessuno di prendersi cura di lei, di tagliarle i capelli o le unghie: eppure, in quel suo isolamento volontario, la sua storia si intreccia indissolubilmente a quella di Yuki.

Bambini di ferro non è facile, eppure è intenso e bellissimo grazie al linguaggio e ai riferimenti colti (l'autrice dimostra una conoscenza approfondita della cultura giapponese) e alla storia, sospesa tra la realtà e un mondo alla blade runner, che chiama in causa antichi episodi dell'esistenza del Buddha Śākyamuni. L'universo ipertecnologico ha già registrato il suo primo fallimento nella corruzione dei programmi educativi delle Unità Materne e nell'alterazione dei bambini di ferro: quei bambini che non diventeranno mai «adulti funzionali» in una «società migliore» (come aveva predetto Buddha, «cinquecento anni dopo la sua morte sarebbe finita l'era della legge e sarebbe iniziata quella dell'imitazione»), perché sono dei «desideranti», definizione con cui si indicano le menti umane composte solo da bīja negativi.

I bambini di ferro di Viola di Grado in un universo imperfetto

Lo scopo del programma era quello di creare degli individui perfetti, educati da surrogati materni di metallo, incapaci di compiere gli stessi errori dei genitori in carne e ossa, umani e, quindi, fallibili. Tuttavia un semplice virus aveva mandato in tilt dei programmi perfettamente bilanciati, studiati in ogni più piccola componente: così le macchine erano state smantellate, ma i bambini di ferro, a lungo sottoposti a un programma corrotto, erano ormai irrimediabilmente perduti. In Yuki si sono creati dei vuoti affettivi, delle mancanze che ella cerca di sanare copiando espressioni e modi di fare, simulando sentimenti, stati d'animo.

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Vent'anni dopo la dismissione della sua Unità Materna e lo sforzo da parte di Yuki di costruirsi un suo equilibrio, avviene l'incontro con Sumiko, che provoca nella protagonista un moto interiore, destinato ad avvicinarla alle emozioni, al confronto con sé stessa e col suo traumatico passato.

Dopo Settanta acrilico trenta lana e Cuore cavo, Viola Di Grado ci propone un romanzo ambientato in uno spazio ovattato e incontaminato, l'istituto Gokuraku, talmente perfetto e ben strutturato da risultare freddo, sgradevole, quasi terrificante. La società dipinge Yuki come una bambina difettosa (secondo il karma, è meno grave uccidere un issendai che un insetto), eppure i difettosi, i malati di mente, gli imperfetti sono ancora in grado di penetrare l'essenza più pura dei sentimenti, sfuggendo all'omologazione forzata in cui la collettività tenta di imprigionare gli individui.

I bambini di ferro di Viola di Grado in un universo imperfetto

LEGGI ANCHE – “Cuore cavo” di Viola Di Grado

 

Il testo è arricchito da una colonna sonora. I brani, composti da Shedir, aiutano a descrivere anche musicalmente il mondo tecnologico che l'autrice ha voluto raccontare, in tutta la sua perfezione e imperfezione: perfezione nella programmazione e nel tentativo di ricreare artificialmente le emozioni umane (che è sempre e solo un riprodurre, le stesse Unità Materne possono simulare l'amore, non provarlo realmente); un universo imperfetto proprio nella sua incapacità di accordarsi con l'umano e il suo continuo mutare. 

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