Perché è importante leggere

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Come leggere un libro

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Huysmans inedito: dagli esordi alla conversione

Joris Karl HuysmansArticolo pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

La rivista «Le Magazine Litteraire» ha di recente pubblicato la notizia della scoperta di un manoscritto inedito, firmato Joris-Karl Huysmans. Il manoscritto si compone di 17 pagine di cui la rivista pubblica in anteprima ben sette. Qui di seguito vi è la traduzione di queste pagine inedite. Il manoscritto, redatto nel 1898, porta il titolo «Biografia, note per la prefazione dell’abate Mugnier». Note, per l’appunto: si sta parlando di un insieme di informazioni e appunti utili, sistematizzati all’interno di questo testo e destinati al padre spirituale di Huysmans, l’abate Mugnier, il quale li avrebbe utilizzati per scrivere la prefazione a Les Pages Catholiques [Pagine cattoliche], raccolta di En Route e La Cathedrale, del 1899.

***

L’abate attingerà ben poco da questi appunti, come dimostra la versione definitiva della prefazione. In un solo aspetto i due scritti seguono lo stesso percorso: l’intento. Si noterà da subito, infatti, che l’anelito di Huysmans era quello di dimostrare la solidità della propria conversione al Cristianesimo, tema caldo per il padre del Decadentismo nei suoi ultimi anni di vita. Lo dimostrano tutti gli scritti di questo periodo. Tuttavia, se l’abate decide con non-chalance di non attardarsi sulle opere del periodo naturalista o del periodo definito da alcuni “satanista” dell’autore (opere che gli garantirono la fama), Huysmans si sofferma a lungo ad arringare a favore di questi romanzi. Non si può comprendere la conversione presente senza ripercorrere il passato. Un’ultima nota del traduttore: il manoscritto è redatto completamente in terza persona, nonostante si tratti di un’autobiografia. Solo in due punti l’autore utilizza, per una svista, la prima persona singolare. Inoltre, si è deciso di mantenere le cancellature nel brano apportate per mano di Huysmans stesso, non solo per fedeltà al testo, ma anche per rendere meglio l’idea di un brano scritto quasi di getto, in cui, tuttavia, la scrittura di Huysmans è solo in alcuni tratti imprecisa e si profila con la consueta forza.

***

J.-K. H. è nato il 5 febbraio 1848 a Parigi, al n. 11 di Rue Suger ed è stato battezzato qualche giorno dopo in quella chiesa di Saint Séverin che gli è restata cara dopo la sua conversione e che ha dipinto due volte, prima in En Route e, in seguito, nel suo libro sul fiume Briévre e la chiesa di Saint Séverin.

Suo padre, Godfried Huysmans, era originario di Breda (Olanda). Era pittore come suo nonno, e come suo padre, il quale a lungo insegnò pittura nelle accademie di Breda e Tilburg. Per quanto sia possibile andare indietro nel tempo, da sempre tutti sono stati pittori in questa famiglia, la quale annovera fra i propri antenati Cornelius Huysmans, di cui il Louvre possiede qualche tela. Solo l’ultimo discendente, lo scrittore di cui si tratta, ha sostituito ai pennelli un pennino. Huysmans fu educato nella pensione di Hortus, in quello stabile di Rue du Bac, ora occupato dai Domenicani, e ha frequentato da esterno i corsi del Liceo di Saint-Luis. Non sembra aver mantenuto di questa pensione di questa istituzione e del collegio liceo un ricordo molto riconoscente, dal momento che in uno dei suoi primi romanzi, En Menage,egli si libera con impazienza della propria avversione verso l’educazione laica e dichiara di ricordare solo con disgusto gli anni della pensione e del collegio. Cosa più curiosa, per un naturalista della scuola di Zola che ha dovuto, sembra, mostrarsi ostile alle istituzioni strutture congregazioniste e all’insegnamento religioso, in un altro romanzo À Rebours, egli si rivela, al contrario, molto più conciliante nei confronti delle scuole dei P[adri] Gesuiti. «[Des Esseintes] si ricordò dell’educazione dei Padri che male s’intendeva di punizioni [...], circondava il bambino di una sorveglianza costante ma dolce, cercando di essergli gradevole [...] – un’educazione che consisteva nel non abbrutire l’allievo, nel discutere con lui, nel trattarlo già da uomo, coccolandolo pur sempre come un bimbetto viziato» (pag. 101)[1]. Quando Huysmans ebbe terminato il liceo, dovette, su richiesta della famiglia, cominciare gli studi in legge, che gli furono tuttavia da sempre sgraditi, e approfittò di un’occasione presentatagli per entrare nel Ministero degli Interni. Ci restò 32 anni e fu mandato in pensione lo scorso mese di febbraio, 10 anni prima del dovuto, per invalidità fisica, affermò il «Journal Officiel» – adorabile eufemismo che sta a intendere, se non erro, un abbandono un po’ forzato, giustificato piuttosto dalle idee cattoliche di Huysmans nei suoi ultimi scritti. Fu nominato Cavaliere della Legion d’Onore nel mese di settembre del 1893 e si ricorda l’infinito scoppio di risa di tutta la stampa che denigrava il ministero, il quale decorò Huysmans non come uomo di lettere, ma come “passa-carte” per 27 anni di onorato servizio, diceva l’«Officiel», «di bottiglia» disse rettificò Huysmans in un’intervista. Esclusi i viaggi piuttosto lunghi in Germania, Belgio e Olanda, e, negli ultimi anni, i frequenti ritiri in monastero, Huysmans è stato lontano solo per poco da quella città di Parigi ch’egli ha descritto in ogni suo volto; è anche uno dei pochi parigini ad aver sempre abitato lo stesso quartiere e pressoché costantemente vissuto nello stesso stabile, in quello stabile quella dimora di Rue de Sevrés di cui ha narrato la storia in un articolo («Echo de Paris» n° del)[2]: «Questa fu in origine un convento di Premonstratensi e i suoi corridoi larghi, per permettere il passaggio di interi squadroni di cavalieri, sono ancora intatti. Tutte le porte delle celle si aprono su questi ambulacri. Solo alcune celle sono state riunite fra loro a formare degli spaziosi alloggi i cui locali comunicano. Dalle volte estremamente alte e dalle pareti piastrellate, queste sono terribilmente fredde, d’inverno, e mi rammento di avervi passato, in un appartamento al primo piano, tutta un’infanzia al ghiaccio. I metodi di riscaldamento erano piuttosto modesti a quell’epoca e ci si limitava a sistemarsi attorno a un braciere, con un paravento alle spalle, cosicché si avevano i piedi bollenti e la schiena gelata. Pur tuttavia, esclusi i suoi giganteschi corridoi nei quali un reggimento sfilerebbe comodamente, questo casamento vale per le sue superbe cantine, ricreanti delle ogive, che assomigliano a delle chiese. Durante i combattimenti dell’assedio [di Parigi] e della Comune, i residenti del caseggiato vi si rifugiarono, e queste cantine erano così poco umide che le lenzuola dei letti, qui, rimanevano asciutte. Nei giorni più favorevoli, le cantine miglioravano il vino in maniera eccezionale, e mi ricordo le bottiglie di Borgogna dal color buccia di cipolla, di cui la mia famiglia andava fiera, e che degli anni di bottiglia passati a invecchiare tra l’arena di queste cripte rendevano incomparabili. Questi sprigionavano il proprio profumo, una volta stappate le fiale, in tutta la sala e tonificavano più di ogni cola, di ogni sale di calcio, più di tutti quei vani corroboranti inventati dai farmacisti dei nostri tempi. Tutto ciò esiste ancora, tranne il vecchio vino di Borgogna. L’ala destra situata nel cortile occupa quello che era il monastero; il laboratorio di rilegatura di cui scrissi ne Les Sœur Vatard occupa il pianterreno; le officine si trovano al posto del refettorio, e i due piani, sormontati dai solai convertiti in altre stanze, sono occupati dalle celle dei frati».

È in questa abitazione, in un piccolo appartamento, colmo di chincaglie e carico di libri, molte volte descritto dai giornalisti, che egli ha scritto tutti i suoi romanzi.

 

Ha debuttato nel 1874 con una raccolta di poemi in prosa, Le Drageoir aux Épice, che in un articolo del «National», Théodore de Banville giudicava così – sebbene con molta indulgenza, l’ammetto «gioiello di esperta oreficeria, cesellato da una mano ferma e leggera». Seguono tre romanzi: Marthe, Les Sœurs Vatard, En Menage; nel frattempo, viene anche pubblicata una novella all’interno delle Soirées de Medan. Ciò ci riporta ai bei, o piuttosto, cattivi tempi del naturalismo.

 

Huysmans ne fu uno dei più feroci difensori. Egli apportò alla nuova scuola il contributo di una lingua moderna, colorita, bizzarra, perfettamente personale, un temperamento singolare, una sorta di amalgama fra un parigino raffinato e un pittore olandese, una visione particolare fatta di melanconia e umorismo. Durante questo periodo della sua vita, un’idea generale domina tutta la sua opera, il pessimismo di Schopenhauer, che, pare, fosse una delle sue ammirazioni. L’esistenza, nei tre romanzi che abbiamo citato, appare inutile, aspra e orribile. Nessun orizzonte, nessuna gioia, una beffa piena di amarezza, una spensieratezza febbrile che esalta ogni piccola, misera insensatezza della vita; ciò che risulta dalla lettura attenta di ciò che veniva chiamato quei volumi che rientravano nella categoria di quelli che a lungo furono definiti “studi crudeli”, è scontentezza di sé, disagio, malessere dell’anima, dolore d’esistere. Ah! Huysmans non sembrava affatto orgoglioso della propria natura in quei libri!

 

Da notare anche che, a proposito di questi volumi che racchiudono delle pagine tanto infelici che non tutti potrebbero reggere, la carne non viene celebrata, bensì ridicolizzata, setacciata, offerta a tutti come oggetto di riso e disprezzo. In questo Huysmans ha sempre differito dalla scuola naturalista e soprattutto da Zola; non c’è niente di più amaro, più deludente, più triste degli amori narrati in queste opere. Tutti terminano nel rimpianto e nella disperazione. È il museo Tussaud del sentimento, una vera e propria diagnosi clinica dell’amore. Dovrebbero guarire da questo vizio per quanto egli ne dipinga l’aspetto a volte ridicolo e atroce! Benché questi volumi contengano pagine notevoli e abbiano apportato alla letteratura moderna nuove sensazioni, inattesi aspetti dell’ambiente e degli studi curiosi imprevisti dell’anima, non vi ci soffermeremo a lungo, poiché non rientrano nel compito che ci siamo assegnati.

 

Questi tre volumi e una novella breve, À vau-l’eau sono costituiscono la prima tappa della carriera letteraria di Huysmans. Sono, come abbiamo detto, il trionfo del pessimismo. L’ultima frase di À vau-l’eau riassume pressoché alla perfezione questa tendenza. Dopo aver tentato di tutto per migliorare la propria sorte e scoprire un ristorante in cui il cibo fosse vagamente sano, Jean Folantin, il protagonista del libro, un tipo lo stereotipo di impiegato vecchio e celibe, oltre che misantropo, si sospirò, dopo non aver trovato nulla di quello che cercava: «La cosa più semplice è mettere di nuovo piede nella vecchia bettola, di ritornare domani al mio obbrobrioso ovile; del resto non esiste il meglio per chi è senza un soldo; solo il peggio arriva».

 

Ci accostiamo ora alla seconda tappa dell’arte lette e, possiamo aggiungere, dell’anima di Huysmans, dal momento che i suoi personaggi sono un tutt’uno con l’autore, ciò si percepisce, se lo si è mai letto. Il pessimismo perdura, egli non ha ancora ripudiato Schopenhauer, come farà in seguito con En Route nel momento in cui schernisce il filosofo «la cui specialità negli inventari ed erbari di piante secche l’avevano già prostrato prima del decesso»; pur tuttavia un nuovo uomo entra in scena. À Rebours appariva e i legami che Huysmans aveva conservato con la scuola materialista di Médan si dissolvevano. È lo spiritualismo forsennato di À Rebours che ha dato inferto il colpo più duro al naturalismo trionfante, allo “scarafaggismo[3]” come egli lo chiamerà più tardi in un altro libro.

L’influenza di quest’opera fu considerevole. Dal punto di vista artistico questa rompeva con tutte le componenti classiche del romanzo, ampliò l’ambito usuale di questo genere lunghi volumi di scrittura facendovi subentrare la critica letteraria e d’arte; sopprimeva l’elemento drammatico, così come ogni tipo d’azione, mantenendo un solo personaggio, che solo giudica e solo parla da un capo all’altro del libro. Se ci si ricorda cosa fosse, a quell’epoca, il romanzo – un’eterna storia di adulteri all’interno dell’aristocrazia, per gli scrittori più comunemente volgari, e all’interno della piccola borghesia e del popolo, per gli scrittori più eminenti – ci si renderà meglio conto della sorpresa che produsse in letteratura l’apparizione di questo À Rebours, di cui il soggetto si può riassumere in qualche riga:

 

Il duca Floressas Des Esseintes, disgustato dalla vita, si ritira nella solitudine e si adopera a vivere in opposizione al resto del mondo, controcorrente. Cerca la sublimazione nell’arte, riesce solo a esacerbare la nevrosi da cui è afflitto e, per ordine del medico, finisce per ritornare gemente a Parigi, per viverci come chiunque altro.

Su una trama così semplice, l’autore ha ricamato i più folli arabeschi fantasie e scritto, senz’ombra di dubbio, le pagine più bizzarre di questo fine secolo. In uno stupefacente caleidoscopio, ci sfilano davanti un arredamento stravagante, una sintesi straordinaria – o una sorta di concentrato – della letteratura latina della Decadenza, teorie di pietre preziose incastonate nel carapace dorato di una tartaruga – idea che recentemente è stata ripresa e attuata da alcuni gioiellieri per la gioia di quelle donne che non sanno più a quale gusto votarsi.

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Issuu e Pinterest]

Joris Karl HuysmansPoi seguono l’organo a bocca – una stordente sinfonia di liquori con tutti i rapporti e le similitudini che si instaurano fra questi e gli strumenti d’una orchestra –, delle pagine ancora celebri sulla Salomé di Gustave Moreau, una fantasia scapigliata sulle orchidee e i fiori da serra, un’altra sui profumi di cui «la storia segue passo passo, per Des Esseintes, quella della nostra lingua», e infine uno studio sulla letteratura decadente moderna, che rivela al pubblico i nomi allora ancora pressoché sconosciuti di Villiers-de-l’Isle-Adam, Verlaine e Mallarmé; questo è, grosso modo, il contenuto del libro.

Come abbiamo detto precedentemente, la biasimabile dottrina tedesca Huysmans non si è ancora del tutto scrollato di dosso la biasimabile influenza di Schopenhauer, eppure À Rebours non contiene più la rassegnazione insipida, l’indifferenza e l’appassimento dell’anima che erano presenti nei libri precedenti. Il disgusto per la vita si è tramutato in rabbia e Huysmans getta le mani intorno al collo della società, la strangola e l’abbatte e passa sul suo cadavere. Le invettive e la satira più violente si susseguono; quando deve tornare a Parigi, Des Esseintes, esasperato, «si è si accorse infine che i sillogismi del pessimismo non erano in grado di sollevarlo, che l’impotente convinzione in una vita futura sarebbe la sola rassicurante».

Ed egli pensa, ricapitolando l’orrore di un secolo che vuole pretende di fare a meno di Dio: «non vi era più nulla, tutto era in frantumi; i borghesi si abbuffavano così come a Clamart, con della carta sulle ginocchia, sulle monumentali rovine della Chiesa, ormai diventata luogo d’appuntamento, un cumulo di macerie insudiciate da inqualificabili lazzi e scandalose facezie. Per dimostrare una buona volta ch’esistevano, il terribile Dio della Genesi e il pallido Schiodato del Golgota, erano dunque sul punto di rianimare i cataclismi estinti, riaccendere le piogge infuocate che consumarono i centri un tempo maledetti e le città morte? Questo fango avrebbe continuato a insudiciare e avvolgere con la sua pestilenza questo vecchio mondo in cui, da semi di iniquità, si ottengono solo raccolti di obbrobri?»

Ma questo non è proprio ciò che più interessa per voi del libro. Ciò che sarà più interessante per voi, abate, è che è proprio a partire da questo volume libro che s’insinua nello scrittore, cosa che egli non sospetta affatto, un nuovo elemento, l’elemento religioso, e del resto non è una delle minori curiosità che suggerisce lo studio delle prime opere libri di Huysmans, il riconoscere e seguire la marcia sorda della Grazia in un’anima che non la riconosce sospetta affatto.

 

Senza dubbio Huysmans non è mai stato ciò che si può definire uno scrittore antireligioso, che «divora gli ecclesiasti» negli articoli di giornale o che si lascia andare alle tristi a quelle miserabili facezie sulle questioni religiose che hanno assicurato il triste successo di alcuni libri; egli si limitava, in sostanza, a rimanere indifferente, confessando che dopo la sua prima comunione non aveva più messo piede, fino ad allora, in una chiesa, se non per le celebrazioni di funerali e matrimoni. Prima di À Rebours non si sentivano i tocchi divini che vanno moltiplicandosi, l’addolcirsi il peggiorare suo malgrado senza che egli potesse accorgersene, fino a terminare indurlo, dopo numerosi dibattiti e lotte interiori, all’esplosione di una conversione.

 

In À Rebours, si possono già scoprire intere pagine in cui colui che fu compagno di Zola, invaghito dell’arte ecclesiastica ch’egli esamina per la prima volta con attenzione, fa intravedere il futuro autore di En Route e di La Cathédrale. Qui egli già esalta la letteratura latina cristiana, il canto piano; si rende già conto del ruolo immenso che la Chiesa ha svolto nel corso dei secoli e, in certi punti, ne parla come ne parlerebbe un figlio.

 

Ascoltatelo:

«[Des Esseintes] vide, in un certo senso, dall’alto del proprio spirito, il panorama della Chiesa, la sua influenza ereditaria sull’umanità, dopo secoli; se la figurò desolata e grandiosa, ad annunciare all’uomo l’orrore della vita, predicare la pazienza, la contrizione, lo spirito di sacrificio, a cercare di curare le piaghe, mostrando le ferite sanguinanti di Cristo, ad assicurare privilegi divini e promettere la regione migliore del Paradiso agli afflitti, a esortare la creatura umana a soffrire, a presentare a Dio, come in olocausto, le proprie tribolazioni e le proprie offese, le proprie esperienze e le proprie pene. Ella diveniva realmente eloquente, materna per i miserabili, piena di pietà per gli oppressi, minacciosa verso ogni oppressore, ogni despota».

 

Ho dato una scorsa, per curiosità, ai numerosi articoli suscitati dalla lettura di À Rebours. Pressoché tutti si limitano a celebrare l’arte straordinaria di quest’opera, questa lingua inaudita che riesce a fissare ogni colore, ogni sfumatura, che è forse la più cosciente e anche la più inebriante che si conosca, poiché tutte, dopo questa, sembrano insipide; eppure nessun articolo rintraccia l’insinuarsi del fattore divino del libro, di cui tuttavia solo alcuni passaggi, esagerati nel tono, devono essere biasimati.

 

Nonostante ciò, due scrittori hanno la percezione che questo libro si elevi – debolmente certo, ma pur s’eleva, a forza di buona fede e dolore – verso Dio.

Il primo, Édouard Drumont, nel n° della rivista Le Livre del 10 giugno 1884, affermò, dopo aver parlato delle personali e dovute riserve sul taglio troppo sensuale dell’opera, «vi è realmente in questo libro come in Richepin, la straziante inquietudine verso il destino dell’anima umana, la sofferenza di chi non crede più, che esterna in maniera estremamente espressiva gli attacchi destinati a chi crede ancora. Per questo l’opera risulta interessante, ed è sempre per questo che l’opera resterà con le sue qualità e le sue mancanze ricercate a testimoniare il terrificante disordine della mente che un’epoca come la nostra può produrre. Non è curioso come la questione religiosa sia la sola costante preoccupazione di tutte le menti di un certo valore? Il cattolicesimo è finito, al dire di alcuni, eppure non si fa altro che parlarne...».

 

Il secondo, Barbey d’Aurveilly, ha una vista ancor più nitida. Egli colpisce direttamente all’anima, anticipa l’avvenire, quasi profetizza il destino che attende Huysmans, a seconda che egli obbedisca alla pressione influenza divina o che egli si ribelli a essa.

Nel suo feuiletton del «Constitutionnel» del 29 luglio 1884, questo mirabile scrittore affermò:

«È con una preghiera che termina À Rebours» e dopo averla citata: «Ah! Il coraggio e il cuore mi abbandonano, Signore, abbiate pietà di un cristiano che dubita, dell’incredulo che vorrebbe credere, del prigioniero della vita che s’imbarca [solo] nella notte, sotto un firmamento che non illumina più i consolanti bagliori dell’antica speranza», egli aggiunge: «È abbastanza umile e abbastanza sommesso? Lo è più della preghiera di Baudelaire: “Ah Signore donatemi la forza e il coraggio di contemplare il mio corpo e la mia anima senza disgusto!”. Baudelaire, il satanico Baudelaire che morì cristiano, deve essere una delle ammirazioni di Huysmans; si sente la sua presenza, come un calore diffuso, dietro le più belle pagine che Huysmans abbia scritto. E bene, un giorno, sfidai l’originalità di Baudelaire a ricominciare Les Fleures du Mal e di fare un passo in più nell’inaridito sentimento del blasfemo. Oggi sarei ben capace di proporre all’autore di À Rebours la medesima sfida. Dopo Les Fleures du Mal, dissi a Baudelaire, non vi resta più che la bocca di una pistola o i piedi della croce. Ebbene, l’autore di À Rebours cosa sceglierà?»

Huysmans ha, grazie a Dio, fatto la sua scelta: i piedi della croce!

 

Abbiamo già detto molto su questo libro, ma innanzitutto la sua influenza sulla letteratura arte dei nostri tempi, fu, come abbiamo già sostenuto, enorme. La letteratura decadente è superata, ahimè! lo ribadisco anche per quanto riguarda À Rebours. Quest’opera non ha ereditato dal decadentismo né il suo lato doloroso, né quello più elevato, bensì, più semplicemente, le raffinerie folli e i bizzarri appetiti – e, che lo si ami o no, Des Esseintes rimane lo stereotipo dell’uomo raffinato; il suo nome ormai è usato per designare il fine secolo e la nevrosi per l’arte.

 

Inoltre, questo libro è il punto di partenza per l’evoluzione spirituale di Huysmans; senza di lui l’autore resta incomprensibile e il cammino verso la Grazia che va culmina in En Route non si riuscirebbe più a intendere se voi doveste separare Huysmans dai sui libri precedenti; tutto diventerebbe incomprensibile, Huysmans poiché egli non ha avuto una folgorazione sul cammino per Damasco: egli si è convertito, poco a poco, lentamente, e se eliminiamo non studiamo i libri che precedettero En Route, ci priveremmo di seguire e ammirare constatare e seguire l’opera ammirabile della Provvidenza che arriva a forzare un uomo che non crede più, un miscredente che porta con sé solo la propria onestà e buona fede, a farlo cadere in ginocchio davanti a un frate, piangendo, in una Trappa!

Passano tre anni e Huysmans pubblica En Rade. Ciò che desta interesse di questo libro è soprattutto la sua trama innovativa. L’intreccio già piatto disteso dilatato del romanzo À Rebours, diventa ancor più malleabile in questo libro; è una sorta di tirso che s’attorce attorno a un fusto, creato dall’intreccio di due antinomie: la realtà e il sogno; la realtà durante il giorno, il sogno durante la notte. Il soggetto, infatti, è il seguente: un giovane, Jacques Marle, messo alle strette dai suoi creditori a Parigi, parte con la moglie malata per trasferirsi in campagna presso dei partenti; egli spera di trovare nel castello di Lourps (di cui lo zio di sua moglie è giardiniere) un riparo, una rada, contro la miseria e contro i suoi tormenti; tuttavia, una volta stabilitosi, viene duramente sfruttato dalla sua famiglia, e dunque torna a Parigi desolato!

 

Molto prima che Zola scrivesse La Terre, questo libro ci narra con una esattezza scrupolosa – assai scrupolosa – l’anima, il parlato, la vita e i costumi dei contadini. Sarebbe di poco interesse, se le amene descrizioni del castello abbandonato e dei paesaggi fragranti di campagna non avessero interrotto la monotonia del soggetto e la dolorosa psicologia degli sposi, i quali si accorgono in questa solitudine di quei difetti che erano riusciti a nascondersi durante la vita più frenetica di Parigi. Inoltre, malgrado delle spiacevoli e inutili licenze, si elevano, da tutte le questioni mondane di queste genti, le pagine del sogno – che mostrano, uno per volta, l’apparizione biblica di Ester, la luna e i suoi cerchi, i suoi mari, i suoi monti, e ancora l’incubo, sconnesso, che vaga in piena follia, l’incubo oscuro.

 

En Radesembra essere un libro di attesa nell’opera di Huysmans. La lingua qui è magnifica, più imbarbarita e probabilmente più sapida di À Rebours, ma questo libro è ancora ibrido. Huysmans vi mostra ancora, secondo l’espressione di Lucien Descaves «il rappresentante del fallimento della vita», ma se il naturalismo feroce dei ritratti dei contadini è controbilanciato dal bisogno di irrealtà, uno straripamento dell’immaginazione, una partenza quasi folle verso delle bizzarrerie le più bizzarre regioni dell’aldilà, che separa sempre di più Huysmans dalla scuola di Zola Médan, non troviamo più quegli accenni quasi cattolici che fremono nell’anima di Des Esseintes. En Rade è un libro la cui essenza è spiritualista, ecco tutto.

[...]

Per leggere gli altri articoli pubblicati sulla nostra Webzine n. 1/2014, clicca qui.



[1]Huysmans rinvia alla pagina 101 dell’edizione originale di À Rebours comparsa a Parigi nel 1884 presso l’editore Charpentier et Cie. Le ellissi segnalate tra parentesi sono indicate dallo stesso Huysmans (n.d.r.).

[2]Il manoscritto non contiene né la data né il numero del giornale. Huysmans ha incollato sulla seconda pagina l’estratto dell’articolo ritagliato dal giornale (n.d.r.).

[3]La parola utilizzata da Huysmans è cloportisme. L’intento è di accostare la scuola di Zola all’immagine di un cloporte, di un onisco. Quest’insetto, nell’uso comune della lingua, viene spesso utilizzato in senso figurato per indicare esseri ripugnanti, che si nascondono alla vista dell’uomo, esseri viscidi [n.d.t.].

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (3 voti)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.