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«Ho trovato insensato il boicottaggio ai Test Invalsi», parola di Margherita Oggero

«Ho trovato insensato il boicottaggio ai Test Invalsi», parola di Margherita OggeroÈ una storia di opposti, di conflitti e di lontananze e di avvicinamenti quella narrata ne La ragazza di fronte, l’ultimo romanzo di Margherita Oggero, edito da Mondadori. Due protagonisti, Marta e Michele, ma più diversi eppure accomunati da una solitudine e da un’incapacità di mettersi in gioco, a causa di esperienze deludenti e ferite che fanno ancora male. Sullo sfondo ecco Torino con il suo fascino aristocratico del centro storico e le case di periferia, brulicanti di vita e di storie che si agitano spesso nel silenzio, spiate dietro le tende delle finestre. Da questo spunto inizia la storia del nuovo romanzo di Margherita Oggero che abbiamo incontrato al Salone del Libro di Torino.

 

Come è nato il suo nuovo romanzo La ragazza di fronte? C’è qualcosa che l’ha ispirata in particolare?

Gli spunti per scrivere libri arrivano sempre intrecciando più idee, immagini e ricordi. In questo caso ho messo insieme la visione de La finestra sul cortile per la terza, quarta volta, e lo sguardo che io ho gettato nel cortile di casa mia. Di fronte a casa mia, fino a poco tempo fa, c’era un collegio di suore. Si poteva vedere ben poco perché c’erano, ovviamente, delle tende molto spesse e proprio questo “divisorio” non faceva che alimentare l’immaginazione, senza, però, una curiosità morbosa. Non c’era, dunque, niente di strano nel chiedersi se stessero pregando, a che ora andassero a letto e così via. A questi spunti che mi hanno sollecitato in un qualche modo, ho voluto aggiungere il racconto di una periferia che conosco abbastanza bene, quella dei miei nonni e dei miei genitori, e della Torino più “aristocratica”, quella più centrale, unitamente al racconto del rapporto tra generazioni: non necessariamente rapporti d’amore, ma rapporti familiari, d’amicizia o di rivalità

 

In questo romanzo prendono vita gli ultimi decenni della storia di Torino in una sorta di “operazione nostalgia”. Come è cambiato il capoluogo piemontese in relazione al “conflitto” tra torinesi e meridionali di un tempo e quello attuale tra italiani ed extracomunitari?

Partendo dal fatto che il mio non è un trattato, ma un romanzo, ho comunque ricordato che all’inizio c’era una barriera tra i piemontesi d’origine (perché a Torino arrivarono molti dalle campagne, insieme ai veneti) e i meridionali. L’arrivo in massa di questi ultimi fu sentito come un’invasione e i rapporti non erano ottimali, ma la condivisione del lavoro in fabbrica (vedi Fiat e tutto l’indotto) ha contribuito ad avvicinare le persone che avevano sì una diversa provenienza geografica, ma radici comuni, un’appartenenza, un sentire simile e ciò ha aiutato a far abbattere le divisioni. Questa nuova fase è, invece, indubbiamente più problematica per una difficoltà di lingua, di costumi. Il processo di integrazione è in parte in corso e in parte è ancora estremamente conflittuale.

«Ho trovato insensato il boicottaggio ai Test Invalsi», parola di Margherita Oggero

Ha ripreso un po’ il tema dei rapporti di buon vicinato. Come mai?

Beh, un po’ tutti ci facciamo incuriosire dalle abitudini del vicinato, ci interroghiamo sugli orari, sui movimenti e gli altri si incuriosiscono ai nostri. Ma quando penso alla mia infanzia e alla mia adolescenza, ho un bellissimo ricordo dei vicini di casa con cui c’era un rapporto di prossimità, di mutuo aiuto e di sostegno. Era una sorta di famiglia allargata e partecipe. Sono rimasta colpita da una notizia tragica riportata da un quotidiano di un anziano, il cui corpo è stato scoperto dopo 4 mesi dalla morte. Nel suo palazzo nessuno si era accorto che questo vecchietto non usciva più di casa, né la famiglia poteva seguirlo perché aveva due sorelle anziane ricoverate in un ospizio, nemmeno tanto lucide e presenti a loro stesse. È veramente una mutazione di costume molto forte quella che stiamo vivendo, con conseguenze pesanti sulla qualità della vita della nostra società. Forse meno visibile nei piccoli centri dove c’è più controllo sociale, nel bene e nel male.

 

Marta e Michele, i due protagonisti del romanzo, hanno un rapporto importante con le loro famiglie che occupano un peso specifico nelle loro vite. Che cosa ha voluto sottolineare con questo aspetto? Un ritorno alle origini? Un attaccamento alle radici?

Credo che non si possa prescindere mai dalla famiglia d’origine, sia come radice accettata, sia come radice da estirpare. Sono momenti fondamentali della crescita di ognuno e dunque il peso – positivo o negativo – che una famiglia può esercitare è determinante. Volevo raccontare anche delle storie di solitudini in città, che spesso sono solitudini affollate, e un conflitto di classe, rovesciato rispetto ai canoni delle fiabe. È lei a essere ricca e snob, ad appartenere a una famiglia importante, mentre lui viene da una famiglia meridionale, si è fatto da solo, ha studiato per raggiungere il suo obiettivo ed è molto più aperto nei confronti del mondo. Rimangono, comunque, due solitari.

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C’è qualche riferimento al mondo di oggi e al modo di comunicare mediato dalla tecnologia e non più vissuto dal vivo?

I protagonisti manifestano proprio questa difficoltà di esprimere sentimenti autentici. Il contatto virtuale non può appagare quelle che sono esigenze fondamentali nella comunicazione con le altre persone, quel bisogno di fisicità, di toccarsi, di guardarsi negli occhi, di prendersi per mano. Marta è un po’ ritrosa e reticente per via dell’ambiente in cui ha vissuto, delle esperienze che ha affrontato e dell’educazione. In fondo, dà un’interpretazione di ciò che le è capitato che non è detto che sia quella corretta, un po’ come succede a ognuno di noi. Si è sentita rifiutata dalla madre, poco accudita dal padre e per questo pensa che sia necessario “Bastare a se stessi”, come fanno i gatti. Michele, che pure è più aperto al prossimo e ama le donne, non riesce a lasciarsi andare a dei rapporti amorosi appaganti e sul più bello si allontana, se ne va senza farsi coinvolgere dal punto di vista affettivo. Non fa programmi né investimenti.

«Ho trovato insensato il boicottaggio ai Test Invalsi», parola di Margherita Oggero

Da insegnante, non posso non farle una domanda sulla riforma della scuola voluta da Renzi…

Bocciarla in blocco non mi sembra generoso perché c’è anche un investimento economico. Ciò che mi lascia perplessa è la figura del preside: è vero che finora è stato quasi solo un burocrate e che invece dovrebbe essere qualcosa di più, ma mi chiedo se non fosse stato il caso di investire qualcosa nell’affiancamento del preside con una figura didattica valida, una sorta di coordinatore. Tutto ciò è lasciato ai decreti attuativi che nessuno sa come saranno. Una forma di controllo meritocratico per gli insegnanti è necessario, come avviene per tante altre categorie. Ho trovato insensato il boicottaggio ai Test Invalsi. Un test è sempre un test e qualcosa si può ricavare.

 

Come si può promuovere la lettura tra i più giovani?

Beh, tanto per cominciare i bambini leggono e quello dell’editoria per bambini e ragazzi è un settore in crescita. I problemi iniziano quando i ragazzi cominciano ad affrancarsi dalla famiglia, a conquistare l’autonomia: la scuola dovrebbe intervenire con iniziative, proposte e suggerimenti. E poi anche la televisione potrebbe contribuire provando a trasferire un messaggio, un modello ispirato ai libri. Avete fatto caso che nella maggior parte delle case delle fiction non ci sono mai libri?



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