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Hitler e il nazismo raccontati da Jung

Hitler e il nazismo raccontati da JungQuello tra Carl Gustav Jung, il nazismo e Hitler è un rapporto di cui si parla spesso. Se molti sono d’accordo nell’affermare che Jung ebbe posizioni antisemite e fu un simpatizzante del nazismo, ovviamente l’interpretazione che viene offerta di tali posizioni non è univoca. C’è chi infatti usa queste informazioni per accusare Jung e denigrare in parte il suo lavoro e c’è chi invece le usa per celebrarlo come esempio di eroe ariano. Ma come stanno veramente le cose?

A differenza di Nietzsche, il cui lavoro fu deliberatamente manipolato dai nazisti, a cominciare dalla sorella, per Jung non ci fu bisogno di una tale manipolazione. Basti citare, ad esempio, il suo saggio del 1934, La psicoterapia oggi, nel quale riconosce il nazional-socialismo come un «fenomeno formidabile» e scrive che «l’inconscio ariano ha un potenziale superiore a quello ebreo». Secondo lo storico Andrew Samuels, si tratta solo di una delle affermazioni di questo tenore riscontrabili nelle opere di Jung.

 

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E se secondo alcuni Jung sarebbe stato inconsapevolmente “infettato” dalle idee naziste, lo psicologo John Conger si chiede «Perché allora non dire che sia stato infettato dalle idee antisemite?» e molto prima che il nazismo arrivasse al potere. Come il filosofo Martin Heidegger, Jung è stato accusato di aver approfittato delle sue relazioni professionali negli anni Trenta per mantenere il suo status e di essersi messo contro i suoi colleghi ebrei proprio mentre questi subivano le ritorsioni del regime.

Deirdre Bair, biografo di Jung, però ritiene che il nome dello psicanalista sia stato usato per sostenere queste persecuzioni senza il suo consenso. Jung fu incensato, scrive Mark Vernon sul «Guardian», «perché stava combattendo per mantenere la psicoterapia tedesca aperta a individui ebrei». Bair rivela anche che Jung fu «coinvolto in due complotti per far fuori Hitler, essenzialmente facendo dichiarare a un medico che il Führer era pazzo. Entrambi però non condussero a nulla». Inoltre a differenza di Heidegger, Jung denunciò con forza le posizioni antisemite durante la guerra. E «protesse gli analisti ebrei», scrive Conger, «e aiutò i rifugiati». Lavorò per l’OSS, il precursore della CIA; durante la guerra.

 

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Allen Dulles, che lo selezionò per quest’attività, scrive della «sua profonda antipatia per ciò che il nazismo e il fascismo rappresentavano». E aggiunge: «Probabilmente nessuno saprà mai quanto il professor Jung abbia contribuito alla causa degli alleati durante la guerra». Queste contraddizioni nelle parole, nel carattere e nelle azioni di Jung sono alquanto sconcertanti, bisogna ammetterlo. Ma comunque servono a ricostruire il contesto entro il quale si collocano le osservazioni di Jung su Adolf Hitler. I nazisti di oggi, che apprezzano Jung, molto spesso lo fanno per la sua supposta caratterizzazione di Hitler come Odino, un paragone che esalta i neo-pagani che usano le antiche religioni europee come sostegno per il moderno nazionalismo razzista.

Hitler e il nazismo raccontati da Jung

Nel suo saggio del 1936, Odino, Jung descrive il vecchio dio come una «personificazione delle forze psichiche» che hanno attraversato il popolo tedesco «verso la fine della Repubblica di Weimar», attraverso le «migliaia di disoccupati» che dal 1933 «hanno marciato in centinaia di migliaia».

Odino, scrive Jung, «è il dio della tempesta e della frenesia, il liberatore delle passioni e del desiderio della battaglia; inoltre è un mago superlativo e un artista delle illusioni che ha dimestichezza con tutti i segreti di una natura occulta». Nel personificare la «psiche tedesca» come un dio furioso, Jung si spinge fino a scrivere: «Noi che siamo all’esterno giudichiamo i tedeschi troppo come se fossero agenti responsabili, ma forse saremmo più vicini al vero se li considerassimo come vittime».

 

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«Si spera,» scrive Per Brask «persino contro ogni evidenza, che Jung non intendesse» le sue dichiarazioni «come un argomento a discolpa de tedeschi». Qualunque siano le sue intenzioni, la sua razializzazione mistica dell’inconscio si accorda perfettamente con le teorie di Alfred Rosenberg, uno dei maggiori ideologi del nazismo e di Hitler. Anche in questo caso, come per tutto ciò che riguarda Jung, la situazione è complicata. In un’intervista del 1938, pubblicata da «Omnibook Magazine» nel 1942, Jung ripete molte di queste idee, paragonando il culto tedesco verso Hitler al desiderio ebraico del Messia, «una caratteristica dei popoli con un complesso di inferiorità». Egli descrive il potere di Hitler come una sorta di magia. Ma quel potere esiste solo, dice, perché «Hitler ascolta e obbedisce…»

 

«La sua voce non è nient’altro che l’inconscio nel quale i tedeschi hanno proiettato i loro sé; cioè, l’inconscio di settantotto milioni di tedeschi. Questo è ciò che lo rende potente. Senza il popolo tedesco sarebbe nulla».

 

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Le osservazioni di Jung sono enfatiche, ma non sono lusinghiere. Il popolo potrà anche essere posseduto, ma è la sua precisa volontà, aggiunge, che il leader nazista rappresenta, non quella la sua personale. «Il vero leader», dice Jung, «è sempre guidato». E prosegue a dipingere un quadro ancora più scuro, dopo aver osservato da vicino Hitler e Mussolini insieme a Berlino:

Hitler e il nazismo raccontati da Jung

«Rispetto a Mussolini, Hitler mi ha lasciato l’impressione di una sorta di impalcatura di legno coperta di vestiti, un automa con una maschera, come un robot o una maschera di un robot. Durante l’intera apparizione pubblica non ha mai sorriso; come se fosse di cattivo umore, imbronciato. Non ha mostrato nessun segno umano.

La sua espressione era quella di un’intenzionalità disumanamente a senso unico, senza alcun senso dell’ironia. Sembrava come se fosse il doppio di una persona reale e che l’uomo Hitler fosse nascosto all’interno come un’appendice, e così deliberatamente nascosto per non disturbare il meccanismo.

Con Hitler non senti di essere con un uomo. Sei con uno stregone, una forma di vaso spirituale, un semi-dio, un mito. Con Hitler sei spaventato. Sai che non saresti mai capace di parlare a quell’uomo, perché non c’è nessuno lì. Non è un uomo, ma rappresenta un collettivo. Non è un individuo, ma un’intera nazionale. Prendo per vero il fatto che non abbia nessun amico personale. Come si può parlare intimamente con una nazione?»

 

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Alla fine dell’intervista, H.R. Knickerbocker conclude: «questa spiegazione psichiatrica dei simboli nazisti potrà sembrare fantastica a un profano, ma cosa può essere così fantastico come i nudi fatti che riguardano il partito nazista e il suo capo? Siamo certi che n questi c’è molto di più da spiegare di quanto si più fare chiamandoli semplicemente criminali».

In conclusione, quindi, si può affermare che le posizioni di Jung su nazismo e Hitler sono controverse al punto da oscillare, nella lettura di studiosi e critici, tra spiegazioni e giustificazioni.

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