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Hisperica Famina, il fascino letterario di un anonimo medievale

Hisperica Famina, il fascino letterario di un anonimo medievaleLa letteratura medievale, latina e volgare, ha prodotto capolavori che oggi attribuiamo a grandi filosofi, scrittori, pensatori, enciclopedisti, quali ad esempio Severino Boezio, Cassiodoro, Isidoro di Siviglia, Beda il Venerabile, Alcuino di York, solo per citare alcuni grandi nomi. Le loro opere sono studiate e conosciute, ma il Medioevo e i suoi esponenti ci hanno donato molti altri scritti, meno conosciuti, anonimi, comunque di grande fascino.

Durante i dieci secoli medievali, infatti, sono innumerevoli i lavori prodotti, e gran parte di essi, in particolare nell’Alto Medioevo (secoli vi-viii), sono di provenienza monastica, e dunque anonimi in quanto il monaco-autore non scrive per la propria gloria o fama, ma per la gloria di Dio, e non ha bisogno di firmare il suo lavoro. Il Medioevo riprende certamente le opere classiche, ma crea nuove “categorie” che ne segnano la peculiarità, ad esempio i celebri Bestiarii, oppure le Summae. Vi si aggiungono poi opere in apparenza fantasiose, che non si comprende bene a quale scopo siano volte, tanto particolari quanto complesse. Tra esse, uno dei risultati più stupefacenti è quello di un’opera irlandese anonima del vii secolo, ancora oggi oggetto di varie congetture sulla sua finalità.

 

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L’opera si compone di quattordici poemi latini, caratterizzati, però, da un vero e proprio pastiche linguistico che contribuisce a renderne ancora più difficile l’interpretazione, talvolta giungendo al limite della comprensibilità. Il latino, anche se particolare, predomina, ma contaminato da neoformazioni sempre latine, grecismi, parole di origine semitica, di origine celtica gallica o celtica insulare. Da parole derivanti dai glossari, di termini totalmente inventati, il tutto a formare un denso tessuto linguistico di cui inevitabilmente può sfuggire il senso.

Hisperica Famina, il fascino letterario di un anonimo medievale

I quattordici componimenti contano un totale di 612 versi, e la linea narratologica del testo farebbe pensare quasi con certezza che l’autore sia un monaco, anche se non è da scartare l’ipotesi che ciascuno dei componimenti possa avere il proprio autore. Non si può propriamente parlare di componimenti poetici in senso stretto, piuttosto di una scrittura in prosa assonante e ritmata, essendo del tutto assenti rigidi schemi metrici.

Una possibile traduzione del titolo è Detti occidentali, e nel testo si narra di argomenti di vario genere, delle situazioni della vita, in particolare in ottica scolastica, dei fenomeni naturali, anche di quella che pare essere una spedizione militare. Tra le fonti dell’opera si possono individuare Isidoro di Siviglia, Gilda e Virgilio. Per quanto riguarda Isidoro, si guarda alle celebri Etymologiae, ma anche agli scritti De natura rerum e De differentiis verborum. L’apporto virgiliano giunge dalle Georgiche e dall’Eneide, quello di Gilda dal De excidio Britanniae. Probabile anche l’uso della Vulgata di Girolamo per alcuni passi biblici. Per quanto riguarda Gilda e Isidoro, sembra che l’autore degli Hisperica attinga solo ai vocaboli più oscuri, a quelli poco conosciuti, tralasciando quelli di uso comune.

L’opera comincia con una lunga serie di versi, 115, che affrontano la retorica, l’insegnamento e l’eloquenza, di cui questo è l’incipit:

Ampla pectoralem suscitat vernia cavernam

mestum extrico pulmone tonstrum

sed gaudifluam pectoreis arto procellam arthereis

cum insignes sophie speculator arcatores

qui egregiam urbani tenoris propinant faucibus linpham

vipereosque litterature plasmant syllogismos

Hisperica Famina, il fascino letterario di un anonimo medievale

Ampia gioia solleva la profondità del petto

cavo fuori dai polmoni un mesto turbamento

ma serro nella trachea l’allegria che fluisce tempestosa

quando osservo gli insigni studenti della sapienza

che consegnano dalle loro bocche un’eccellente linfa di elegante tenore

e creano serpentiformi sillogismi delle lettere.

 

Alla lunga prefazione, segue il componimento De duodecim vitiis ausonicae palathi, ovvero i dodici errori in cui incappano i parlanti anglosassoni quando parlano il latino, che comincia con due dei versi più celebri: Bis senos exploro vechros / qui ausonicam lacerant palathum, Due volte osservo i vecchi stolti che straziano la parlata ausonia, intendendo con “ausonio” ciò che è riconducibile alle parlate italiche, in questo caso al latino.

Successivamente, comincia il componimento di una Lex diei, che è anche quello più lungo, e descrive una giornata di attività dall’alba al tramonto. Da sottolineare la bella descrizione dell’alba e del risveglio, Titaneus olimphium inflamat arotus tabulatum, La stella dell’Aurora accende il piano dell’Olimpo, a cui segue la ripresa delle attività nella campagna, dagli animali ai contadini, fino alla giornata degli studenti. Segue poi una sezione dedicata alla natura, e si avvicendano cinque componimenti: De caelo, De mari, De igne, De campo, De vento, dove gli elementi naturali sono presentati e descritti con linguaggio ricercato, talvolta enigmatico, usando spesso, come già si è visto, il termine arotus per dire “stella”, di origine ebraica.

Dopo questa analisi naturalistica, si giunge all’interessante componimento De plurimis, la cui traduzione più corretta non sarebbe Su vari argomenti ma La folla. Compare, infatti, una folla, i cui componenti sono abbigliati con vesti di vario colore e hanno diversi oggetti tra le mani; allegoricamente, queste caratteristiche potrebbero rappresentare i diversi gradi degli studi, ma è un’ipotesi.

I quattro carmi successivi sono dedicati agli strumenti e ai luoghi della vita del monaco, in particolare al lavoro del monaco scriba e alla preghiera. Essi sono: De taberna, De tabula, De oratorio, De oratione. La “taberna” è termine che indica uno scaffale o l’armadio per i libri, come Giovanni Polara scrive nella sua opera, partendo da uno scolio a Giovenale. Con “tabula” si fa riferimento alla tavoletta scrittoria. L’“oratorio” è la cappella, uno dei luoghi centrali della vita di un monaco, descritta come solida, come uno stabile tempio. Il componimento dedicato all’“orazione” è il più breve, conta appena 10 versi, ed è una preghiera a Dio.

 

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Il quattordicesimo, e ultimo, componimento è il De gesta re, ossia “Un’impresa” che narra di una scorreria di una banda di ladri in un paese, con un furto di suini. Gli abitanti tentano di fermarli, ma vengono sconfitti, alcuni di essi uccisi, mentre ad altri sono sottratte anche le vesti. Nel racconto comparirebbero tipici elementi della tradizione celtica, come grida di battaglia e gesti specifici durante il combattimento.

Viene ora da domandarsi a quale scopo sia stato redatto un testo così composito e particolare. Tra le prime ipotesi compare quella di Heinrich Zimmer, che vedrebbe l’opera come una sorta di enciclopedia sul modello del De nuptiis di Marziano Capella; Grosjean ipotizzò fosse un testo finalizzato agli studenti avanzati, in modo da illustrare finezze retoriche. Edward Rand avanzò l’ipotesi della creazione letteraria prodotta dallo sperimentalismo che intende mettere alla prova i limiti dell’invenzione retorica in una produzione artificiosa.

Ancora, però, non si sa con certezza a cosa si sia dovuta la creazione degli Hisperica Famina, la loro interpretazione rimane complessa, così come resta difficile stabilire l’esatto ruolo della cultura latina nell’Irlanda di quei secoli.


Riferimenti bibliografici:

Polara G., Letteratura latina tardoantica e altomedievale, con bibliografia di A. De Prisco, Roma, Jouvence, 1987.

The Hisperica Famina, edited with a short introduction and index verborum by Francis John Henry Jenkinson, Cambridge, at the University Press, 1908.


Per la prima foto, copyright: Wynand van Poortvliet su Unsplash.

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