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Hans Jonas e Dio dopo Auschwitz

Hans Jonas e Dio dopo AuschwitzHans Jonas è un filosofo tedesco di origine ebraica del Novecento che, ne Il concetto di Dio dopo Auschwitz, si interroga sull’esistenza divina dopo un evento così catastrofico come quello dei campi di concentramento.

Nella carriera universitaria fu molto legato al suo maestro Martin Heidegger, con il quale ebbe il piacere di lavorare per la tesi di laurea sullo gnosticismo. Dunque, Hans Jonas ha nutrito, sin da giovane, un interesse profondo verso la riflessione teologica. In realtà, tutte le sue opere – possiamo dire – sono indispensabili per pensare (e soprattutto ripensare) il nostro tempo e il nostro avvenire, analizzando tematiche che costituiscono il nostro stesso essere umani, a partire da riflessioni più terrene come quelle antropologiche ed etiche fino a giungere a riflessioni più “astratte” come quelle su Dio. Ad esempio, ne Il principio responsabilità, Hans Jonas cerca di fondare la sua «filosofia della responsabilità» senza giustificazioni teologiche, costituendola come un dovere etico importante da parte dell’uomo nei confronti delle sue azioni, in particolare verso gli interventi tecnologici, i quali possono costituire una seria minaccia verso il pianeta. Davanti ai suoi occhi, Jonas, aveva ancora le immagini nitide della guerra: i campi di concentramento, i bombardamenti in Europa e, soprattutto, la creazione e l’uso della bomba atomica.

 

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Negli anni Ottanta Jonas s’impegnò in una seria indagine filosofica su riflessioni etiche e religiose: il suo intento principale era quello di prendere consapevolezza del fatto che il principio responsabilità possa applicarsi nella pratica delle moderne scienze naturali: «per la biotecnologia e la genetica, per la prassi medica». Le linee etiche che delinea Jonas partono dal diritto al progresso della ricerca e, al contempo, ne definisce i confini: il criterio è il rispetto della naturalità del “processo biologico” umano, ovvero la vita e la morte. Se il potere tecnologico umano esprime la sua libertà, allora la società moderna industriale deve tracciare confini da garantire al futuro anche rinunciando a «conquiste vantaggiose a breve termine».

Hans Jonas e Dio dopo Auschwitz

 Un altro aspetto fondamentale dell’etica della responsabilità è quella di fondarla senza giustificazioni teologiche. Ma al di là della questione che riguarda ciò che l’esistenza di una divinità debba conseguire sul piano etico-filosofico per avere efficacia, Jonas affronta, nella sua filosofia della responsabilità, il rapporto tra «ebraico» e «secolare», dimostrando l’attenzione che, almeno dagli anni Settanta, egli rivolse verso quesiti su Dio dai quali derivavano riflessioni etiche e antropologiche.

E proprio a partire da Il principio responsabilità, Hans Jonas nel 1987 pubblicò la sua opera, intitolandola Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, nella quale egli racchiude la sua riflessione etico-filosofica sull’interpretazione della fede ebraica dopo Auschwitz.

In questo testo Jonas vuole esprimere la responsabilità dell’essere umano nei confronti del cammino del mondo da parte di Dio, riprendendo il concetto giudaico-cristiano della somiglianza dell’uomo con il divino: «nelle nostre mani incerte abbiamo letteralmente il futuro dell’avventura divina sulla terra, e non possiamo piantarlo in asso, neppure se volessimo piantare in asso noi stessi».

Hans Jonas, attraverso quest’opera, decise di andare contro la corrente maggioritaria di filosofi e teologici che vedevano, nell’esperienza di Auschwitz, la fine della teologia filosofica e decise di rispondere alle «interpretazioni nichilistiche di Auschwitz» attraverso un trattato di teologia filosofica, ovvero cercando di trascrivere nel linguaggio filosofico il messaggio religioso derivato dall’esperienza dei campi di concentramento.

Hans Jonas e Dio dopo Auschwitz

È possibile dividere l’opera in tre parti fondamentali: nella prima parte, Jonas, reinterpreta il racconto biblico della creazione; nella seconda parte delinea le caratteristiche della nuova figura divina che emerge dal mito precedente, ovvero un Dio che soffre, che, coinvolto nel divenire, ha cura di sé e del proprio destino. Nella terza parte, invece, Jonas confronta la figura divina della tradizione ebraica nelle sue caratteristiche fondamentali di bontà infinita, onnipotenza e comprensibilità da parte dell’uomo, con la nuova figura di Dio derivata dal suo mito. Attraverso argomenti filosofici egli dimostra che il pensiero umano, dopo l’esperienza di Auschwitz, è obbligato a rinunciare a uno di questi tre attributi divini della tradizione ebraica, notando come il «Dio infinitamente buono» sia del tutto impotente di fronte al male: una verità amara per l’umanità, poiché questo ne assegna l’uomo, in ogni tempo e in ogni luogo, la responsabilità.

 

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Nella consapevolezza che ogni discorso umano su Dio è un balbettio, un primo passo può essere il richiamo che il discorso di Hans Jonas suggerisce: alla responsabilità umana nei confronti del male. Solo se saprà essere, infatti, vera immagine e somiglianza della bontà infinita dell’immagine divina, l’umanità potrà salvarsi dal pericolo di una nuova esperienza di Auschwitz e dalla soluzione finale del problema umano.


Per la prima foto, copyright: Albert Laurence su Unsplash.

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