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“Hannah e le altre” di Nadia Fusini

Hannah e le altreHannah e le altre è uno di quei libri che possono generare un processo trasformativo nel lettore. Non perché proponga chissà quale visione o approccio rivoluzionari (che Nadia Fusini ha almeno in parte mutuato dalle protagoniste del suo libro), ma perché divulga una visione e un approccio che l’autrice ha fatto propri e che ora intende condividere con noi, convinta che, se leggiamo davvero, continuiamo a nascere.

L’operazione non deve essere risultata ostica per lei, che, oltre ad essere docente di Letterature comparate presso il SUM di Firenze, è traduttrice e scrittrice di romanzi. Hannah e le altre in effetti, pubblicato per i tipi di Einaudi, appartiene a un genere “ibrido”, assimilabile a una “conversazione” che l’autrice intrattiene con sé stessa e con i lettori, e che prima ancora ha intrattenuto con le opere delle tre protagoniste di questo saggio coerente, coeso e dai chiarissimi intenti, nonostante, anzi proprio grazie al suo carattere ondivago e frammentato (brevi, e numerosissimi, i capitoli). Non c’è trattazione lineare né racconto cronologico, bensì una “narrazione” che si fa naturalmente, come assecondando – in associazioni apparentemente libere, in realtà sapientemente organizzate dalla sensibilità di una scrittrice fine – le concordanze, le coincidenze, i parallelismi che hanno segnato le esistenze e le riflessioni di Hannah Arendt, Simone Weil e Rachel Bespaloff. Ci sono poi Virginia Woolf e Emily Dickinson, W. H. Auden e Jean Wahl, e altri ancora, in questo puntuale e sensibile ritratto di uomini e donne per cui il “pensiero” era vita, anzi “carne”; che hanno vissuto un destino di déracinés, refugees o outsiders perché donne e/o perché ebrei; che si sono confrontati con la violenza e con la durezza dei totalitarismi rifiutando la rassegnazione o la fuga nella bellezza consolante dell’arte, optando per un pensiero-azione da maturarsi in dialogo con gli altri.

Affascina la modalità attraverso cui la Fusini ci introduce a un’idea di “lettura” che è prima di tutto ascolto attento e assorbimento profondo fino all’«ingravidamento» cui segue l’urgenza di una risposta, perché «l’atto della lettura innesca nel lettore una ricerca speculare, obliqua, indiretta di sé, dei propri aspetti ignorati, delle proprie guerre inespresse – finché passo a passo emerge quell’altro sé che è il proprio volto sconosciuto». Ed esso ci guida a un pensiero indipendente, libero, identitario, fosse anche passando per shock emotivi violenti, e da riversarsi sulla pagina scritta, risposta necessaria a quanto letto, mai speculazione algida o bellezza cristallizzata in forme pure e astratte; e che non riguarderà solo lo scrivente ma la realtà in cui è coinvolto e di cui è parte attiva.

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Nadia FusiniEcco allora Simone Weil, la “vergine rossa”, così strana per molti con quel suo viso piccolo e stretto, gli occhi neri penetranti, le labbra carnose e i denti guasti; così buffa nella sua mantella nera lunga fino ai polpacci. La Weil che non portava le calze d’inverno perché non tutti le avevano. Emotiva e appassionatamente protesa all’abnegazione di sé fino al punto di morire per le conseguenze della dieta impostasi per condividere la condizione dei francesi a cui il cibo era stato razionato. La Weil che nell’Iliade di Omero, tradotta e interpretata in modo personale, cercava il “futuro alle spalle” che le permettesse di leggere un presente talmente violento da apparire irreale. Ed ecco poi Rachel, bellissima e fragile, oppressa da una madre possessiva e dispotica alla cui influenza è probabilmente da attribuirsi il suo suicidio. Lei che invece legge Omero come il poeta dell’infelicità. E l’Hannah Arendt vitale, indipendente, acuta e decisa, anticonformista dall’apparenza arrogante, coi suoi capelli alla maschietta e il sigaro in bocca. Lei che vide prefigurato nelle opere del profetico Kafka lo strapotere disumanizzante che la burocrazia avrebbe assunto nei regimi totalitari, e che al Processo di Norimberga fu colpita dalla “banalità” dell’Eichmann esecutore dello sterminio degli ebrei.

Con la sua prosa fluida, con una notevole delicatezza di tocco nel ritrarre figure complesse senza pretendere di comprenderne gli abissi inconsci, con la serietà e ricchezza di spunti della studiosa attenta, Nadia Fusini elegantemente passa dal racconto di dettagli biografici significativi a delineare il nucleo di un pensiero, fino al tratteggio del vivacissimo panorama culturale sviluppatosi proprio in risposta alla violenza dei totalitarismi.

Hannah e le altre può insegnare a leggere, e anche, sotto certi aspetti, a scrivere «a caccia del reale», come scrisse Rachel Bespaloff. Pare proprio che Nadia Fusini voglia ricordare e rivendicare questa funzione alla parola scritta, anche tramite l’esempio da lei offerto con Hannah e le altre.

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