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Grazia Deledda, il Nobel italiano dimenticato

Grazia Deledda, il Nobel italiano dimenticatoPuntata n. 1 della rubrica Il Premio Nobel in 12 scrittori

 

Dopo aver raccontato alcune delle figure che hanno contribuito a tessere la poliedrica trama della letteratura americana, il nostro orizzonte artistico guarda oltre gli Oceani, a Est e a Ovest.

Invero, inizia ora, con la paradigmatica figura della (dimenticata) Grazia Deledda, un percorso in dodici tappe che tratteggerà nuovi autori che hanno reso immortale l’elemento letterario nel mondo, seguendo le orme del Premio Nobel, un riconoscimento che per la sua storia meriterebbe una riflessione a tutto tondo.

***

Edito a puntate tra il 12 gennaio e il 27 aprile 1913 su «L’illustrazione italiana», Canne al vento è certamente una delle prove più celebri dell’autrice sarda, Premio Nobel nel 1926, Grazia Deledda. Scrittrice troppo spesso bistratta e ignorata dai programmi ministeriali delle nostre scuole, che invece dovrebbero restituire dignità a una figura che ha indubbiamente fatto la storia della nostra letteratura, anche solo essendo ancor oggi l’unica donna italiana ad aver vinto il prestigioso riconoscimento dell’Accademia svedese.

 

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L’intenzione che muove Deledda in Canne al vento – come sotteso dal titolo, il completo abbandono a Dio – è la medesima già rintracciabile in Elias Portolu del 1903. Quest’opera della scrittrice nuorese è rappresentativa delle cifre tematiche che si rincorrono all’interno di tutta la sua produzione: dalla centralità delle indomite vicende amorose all’imperturbabile presenza/assenza della morte e del suo continuo presagio, dal nodo religioso del senso di colpa alla dominante figurazione dell’elemento paesaggistico, che è anche vivo principio biografico. Canne al vento è forse la più brillante e sottile fusione di tutti questi topoi letterari, che nel romanzo trovano una voce propria. A cui si legano quelle di Efix, il servo e protagonista della vicenda, che vive nella certezza del senso del peccato; di Giacinto, nipote di Pintor, che arriva in Sardegna sconvolgendo la vita delle zie; di Grixenda che s’innamora dello stesso Giancinto.

Grazia Deledda, il Nobel italiano dimenticato

Come sopraddetto, Efix – nome comune nel sud della Sardegna – si rivela essere il protagonista, il quale, con la sua irriducibile volontà di assistere le donne Pintor, dona a quest’ultime ogni cosa pur di poter espiare l’omicidio di cui si è macchiato. Attorno a questo vortice di possibile redenzione, invero, prende forma ogni intreccio narrativo della vicenda. Tant’è che la linea evolutiva di Efix è propriamente quella del deus ex machina involontario, la cui culpa è indirettamente e quasi inconsapevolmente motore di quanto gli ruota attorno. In questo senso, le padrone cui dedica la vita sono la rappresentazione di quella risposta cristiana della Deledda: costoro provano solo pena e affetto per l’uomo (anche perché ne ignorano del tutto il lanciante dramma psicologico). Tuttavia, Canne al vento è anche uno dei libri più lucanei della Deledda: come accennato, la morte è onnipresente. Basti pensare al conclusivo disfacimento del romanzo, in cui avviene la dipartita del servo, nonostante a quest’ultimo sia concessa “un’ultima possibilità”. Ma l’aurea di rovina che permane ogni intertestualità del romanzo comporta la sopraddetta risoluzione infelice della storia, che, ovviamente, è anzitutto intrisa di un ambientalismo nostalgico:

«E tutto era silenzio: i fantasmi s’erano ritirati dietro il velo dell’alba e anche l’acqua mormorava più lieve come per lasciar meglio risonare il passo di Efix giù per il sentiero; solo le foglie delle canne si movevano sopra il ciglione, dritte rigide come spade che s’arrotavano sul metallo del cielo. “Efix, addio, Efix, addio».

Grazia Deledda, il Nobel italiano dimenticato

Invero, il paesaggio, come detto ovunque dalla critica, è l’altro grande protagonista del romanzo e di tutto il campionario deleddiano. Ed esso è anzitutto vincolato alla mente della memoria, fungendo, nella Deledda, come veicolo per il passato, per il ricordo che è categoricamente nostalgico e intriso quasi sempre di tonalità cupe e non necessariamente ben definite o intendibili, anche a riprova, forse, del grande amore che la Deledda aveva per Leopardi. Tuttavia, è sempre il protagonista che domina il paesaggio, come se quest’ultimo diventasse un’ombra inscindibile ma distante; addirittura, però, in certi frangenti il personaggio è natura: la personificazione avviene al contrario, ovvero rideclinandosi in una naturalizzazione. Ecco, pertanto, come avviene quella mirabile serie indefinita e indefinibile di compenetrazione uomo-natura che sovrasta e sorregge l’elemento narrativo della scrittrice sarda; la natura si oggettifica, mentre l’uomo si naturalizza in fusione del tutto omogenea, esemplificandosi a vicenda:

«Ed ecco a un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco di una collina simile a un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del Castello: da una muraglia nera, una finestra azzurra, vuota come l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico […]. Lunghe muricce in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recenti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiando le strade in pendio selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città […]. Ma a misura che Efix saliva la tristezza aumentava e a incoronarla si stendevano sul ciglione, all’ombra del Monte, fra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e la basilica pisana in rovina. Le strade erano deserte e le rocce a picco del Monte apparivano adesso come torri di marmo».

 

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Com’è evidente, dunque, la natura è veicolatrice dell’abbandono di cui lo stesso titolo si fa portavoce e che è ben esemplificato da un breve dialogo tra Efix e Donna Ester, in cui il vento è associato alla volontà di Dio. Resta, però, come spesso in Deledda, un messaggio incompiuto: l’abbandono a Dio e/o l’abbandono al vento e alla natura coincidono? È dunque l’elemento se vogliamo divino o quello umano chiave di volta del mondo deleddiano?

 

LEGGI ANCHE – Discorso di Grazia Deledda al Premio Nobel

 

 


Riferimenti bibliografici

Deledda G., 2001, Canne al vento, Mondadori, Milano.

Deledda G., 1983, Romanzi e novelle, Mondadori, Milano.

Miccinesi M., 1975, Grazie Deledda, La nuova italia, Firenze.

Missaiu M., 1972, La Sardegna di Grazie Deledda, Celuc, Milano.


Per la prima foto, la fonte è qui.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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