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“Gravity”: forme di vita nello spazio

George Clooney, GravityC’è una sorta di capacità, innata, potremmo dire, che ha accompagnato, e contraddistinto, il cinema di fantascienza nella sua storia: quella capacità di dare spazio all’approfondimento psicologico, e di esplorare problematiche sociali, politiche, persino filosofiche, che pochi altri generi (se ancora ha senso una divisione in generi così stringente) possono vantare. In questo senso, Gravity di Alfonso Cuarón rappresenta un nuovo paradigma. Un innesco narrativo quasi banale, cioè una missione spaziale che “va male” ed ecco servito un saggio sul senso della vita, umana e non.

Sandra Bullock, bravissima, commovente, e George Clooney, danno corpi e sangue a due astronauti alla deriva, e il loro viaggio diventa, nel momento in cui si rischia in concreto la vita, una potente metafora, messa in scena con una forma tecnica decisamente spettacolare.

 

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Tanto più merito è da attribuire a Cuarón per essere riuscito a coniugare, con un equilibrio quasi miracoloso, azione e riflessione, approfondimento e spettacolarità. Le forme di vita nello spazio, di cui si diceva nel titolo, non sono altro che i protagonisti, nel momento in cui realizzano, come non l’avessero mai saputo fino in fondo, di essere in vita e voler continuare ad esserlo. Minime le indulgenze al sentimentalismo, e comunque sempre calate con sicurezza in un impianto drammaturgico di grande livello e imponente resa visiva. Una nuova pietra miliare della fantascienza, insomma, e non sembra eccessivo affermarlo, che riesce ad attraversare il codice del cinema in quanto tale. A dispetto di chi perde ancora tempo con le sue caselline ordinate e in attesa di essere riempite.

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