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Gramsci e il fascismo, storia di una resistenza. Intervista a Luciano Canfora

Gramsci e il fascismo, storia di una resistenza. Intervista a Luciano CanforaIntervista a cura di Sara Minervini e Gerardo Perrotta.

Parlare di Antonio Gramsci, qualunque sia la causa o l’occasione, è sempre toccare un nervo scoperto della Storia italiana del XX secolo. In molti hanno provato ad amministrare e, soprattutto, interpretare la sua eredità morale e intellettuale ma giudicarne l’esito è impresa ardua, forse impossibile. Il carattere etico dell’intelligenza, dello spirito, delle riflessioni di questo “pensatore eretico”, trascende ogni definizione che, non per caso, finisce spesso con l’assumere l’aspetto di una strumentalizzazione.

Il primo e fondamentale passo per quantomeno avvicinarsi alla figura di Gramsci è considerare la sua vastissima cultura che si innerva in una formidabile autonomia di giudizio, una eterodossia critica che il marxismo, matrice della propria filosofia politica, lungi dal segnarne il confine, apre, invece, a orizzonti di libertà di pensiero mai solcati prima e, con ogni probabilità, neppure dopo la sua morte avvenuta il 27 aprile del 1937 durante la lunga prigionia a cui il regime Fascista l’aveva sottoposto.

Nell’occorrenza dei 125 anni dalla sua nascita, (Ales, 22 gennaio 1891) abbiamo intervistato Luciano Canfora, Professore Emerito di Filologia Classica presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari e studioso d’elezione di Gramsci.

 

Lei apre Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno Editore, 2012) con un riferimento alla riflessione di Antonio Gramsci sulla libertà. Possiamo provare a circostanziare meglio cosa fosse la libertà per Gramsci?

Il concetto di libertà è l’architrave di tutto il nostro pensiero filosofico da Omero in avanti. Gramsci è assertore di una corrente filosofica che si chiama socialismo, in particolare di ispirazione marxistica, che trasferisce il concetto di conflitto tra le classi a ogni aspetto del reale e dell’esistenza. Nella fattispecie, la questione della libertà, che il liberalismo risolve in termine astratti, individualistici, per Gramsci è l’affrancamento dal bisogno da parte delle classi oppresse, dipendenti, subalterne. Quindi è un concetto storicizzato e calato nel contesto del conflitto sociale.

 

A proposito della libertà personale, Gramsci rifiutò la strada più semplice, quella della richiesta di grazia, definendola un «suicidio». Nell’economia del pensiero intellettuale di Gramsci cosa avrebbe comportato chiedere la grazia al Fascismo?

Bisogna partire dal presupposto che il Partito Comunista, che era l’avversario principale e più combattivo del Fascismo, aveva dato ai militanti caduti in mano del nemico e messi in carcere la direttiva che la richiesta di grazia si poteva fare strumentalmente, ovvero dichiarandosi pentiti delle colpe per le quali si era stati condannati in cambio del rilascio dalla galera. Dopodiché i militanti, che sono dei combattenti in servizio permanente, fuoriescono e scappano – l’usanza all’epoca era di metterli al confino dove riprendevano l’attività di lotta. Questa era una direttiva che il Fascismo conosceva, per cui aveva qualche imbarazzo a risolvere concretamente la questione (se si accetta, l’oppositore scappa dalle mani; se si rifiuta si viene meno alle ragioni stesse per cui è ammessa la grazia, ovvero il ravvedimento). Gramsci però non solo rifiuta questa strada perché sarebbe stata una capitolazione di cui il Fascismo si sarebbe servito («Ecco, il capo dei comunisti italiani si è ravveduto, riconoscendo dunque che il processo era giusto»). Quindi Gramsci si rende conto che il suo è un caso a parte rispetto a quello dei militanti che fuoriescono strumentalmente dicendosi pentiti. E ciò lo conduce alla scelta etica di non fare questo passo umiliante e, d’altra parte, anche la scelta politica di non concedere al Fascismo una carta formidabile consistente nell’ostentare al mondo il pentimento del principale avversario.

Gramsci e il fascismo, storia di una resistenza. Intervista a Luciano Canfora

Uno dei passaggi più duri della vita di Gramsci durante la prigionia, e sul quale anche Lei si sofferma in Gramsci in carcere e il fascismo, fu il rendersi conto di essere stato vittima di «un organismo molto più vasto» di condannatori. Come fu possibile, a suo avviso, muovere un insieme di forze così eterogenee contro Gramsci? Cosa le animava?

La frase che Gramsci adopera scrivendo alla cognata Tanja è: «Io sono stato condannato dal tribunale speciale nel 1928 ma un più grande tribunale di condannatori mi ha condannato e di questa più grande manovra fa parte anche la lettera “strana” che mi è giunta da Ruggiero Grieco etc…». Su questa base si può molto discutere, fare ricerca… Gramsci si è convinto che una parte del partito di cui era stato il capo preferisca comunque tenerlo in carcere. Per quali ragioni? Premesso che siamo su un piano congetturale – lui non ha mai potuto scrivere chiaramente la sua diagnosi, sono sempre delle allusioni – possiamo immaginare che per il partito avere un martire così insigne fosse uno strumento politico particolarmente efficace. Coloro i quali non si rendono conto che l’agitazione all’esterno, i tentativi di contatto col detenuto, che violano certe regole carcerarie, possono appesantire la sua posizione, si disinteressano di questo lato della questione. Vogliono che a tutto il mondo sia chiaro che un insigne intellettuale, capo dei comunisti italiani, è detenuto politico, detenuto per le sue idee. È naturale che chi si trova nella posizione in cui si trova Gramsci si senta strumentalizzato; aggiungiamo a questo il fatto che la posizione personale di Gramsci rispetto all’evoluzione della politica sovietica era stata oggetto di allarme quando, nell’ottobre del ’26, aveva manifestato dissenso rispetto al modo in cui la maggioranza del partito comunista russo prevaricava sulla minoranza. Questa voce di dissenso, che non era sulla linea ma sul metodo, probabilmente ha avuto un suo effetto. Da poco è uscito un libro piuttosto rilevante di un autore italiano, Giorgio Fabre, Lo scambio, come Gramsci non fu liberato (Sellerio, 2015) che dimostra come invece da parte sovietica c’è stato reiteratamente il tentativo di tirarlo fuori dal carcere. Ma il governo italiano ha sempre risposto negativamente. Ha accettato soltanto di attenuare il trattamento, di metterlo in clinica, di dargli la libertà condizionale, ma non di restituirlo alla piena libertà. Allora l’idea di tutti questi condannatori è un’idea sbagliata, un’idea che lui si è formato sovrainterpretando alcuni episodi o comunque leggendo tra le righe. Io non credo che sia accettabile l’idea di questa grande congiura ai suoi danni; credo piuttosto che una parte del partito – non Togliatti ma gli altri – ritenessero che il fatto che lui ormai fosse dentro fruttasse politicamente come estrema segnalazione del carattere oppressivo del Fascismo italiano.  

 

Particolare rilievo assunse la lettera «strana» che, nel 1928, Gramsci ricevette da Ruggero Grieco, lettera che avrebbe potuto aggravare di molto la sua posizione. A questo proposito, Gramsci stesso si chiederà: «Si trattò di un atto scellerato, o di una leggerezza irresponsabile?». Come può interpretarsi, secondo lei che più di tutti l’ha studiata, quella lettera nell’insieme delle azioni contro Gramsci?

A quella lettera io ho dedicato molta attenzione nel tempo, attraverso vari studi. Inizialmente avevo prospettato un’ipotesi, e cioè che fossimo dinanzi a una falsificazione, cosa che tecnicamente è del tutto possibile dal momento che l’originale non esiste più, non si è mai trovato e invece si sono trovate soltanto delle fotografie fatte nella Questura di Milano. Quindi la lettera è a noi nota sotto forma di fotografie scattate e sviluppate in più copie e approdate a un certo momento all’Archivio Centrale dello Stato a Roma nel dopoguerra. Si tratta dunque di un falso? Credo di no. Perché altre lettere di Grieco successive hanno lo stesso carattere, la stessa tipologia. Quindi c’è stata effettivamente da parte di Grieco la volontà di mandare una lettera provocatoria, nel senso che parla di politica come se Gramsci fosse un dirigente tuttora in carica mentre è stato condannato proprio in quanto ritenuto un dirigente politico. L’elemento che ancora non si riesce a comprendere è perché questa lettera sia così piena di inesattezze fattuali, di dati di fatto erronei. È uscito qualche anno fa, nel 2009, un articolo di un ottimo studioso italiano, D’Alessandro su «Studi Storici»; la rivista dell’Istituto Gramsciebbene, quest’articolo che parla del «processone» che culminò nella condanna di Gramsci, riconosce che quella lettera è piena di stranezze, contraddizioni e nonsense. Poiché Grieco era una persona del tutto razionale, un dirigente di rilievo, una persona di buoni studi, allora la domanda è: perché scrivere in quel modo? E io tuttora mi interrogo se queste stranezze non facciano parte della provocazione. Ciò detto, sorge una seconda domanda: come mai queste lettere sono state tirate fuori da Spriano così tardi, nel 1968, mentre era nota la loro esistenza fin da subito, dal 1928, e nelle lettere di Gramsci vi si fa riferimento spessissimo? Questo è quindi un po’ l’arcano, il segreto di partito. Finché non verrà fuori la cartella, il fascicolo della polizia politica su Ruggero Grieco, che ancora non si trova, noi non riusciremo mai ad avere una vera, piena comprensione di quella «strana» lettera.

Gramsci e il fascismo, storia di una resistenza. Intervista a Luciano Canfora

Sempre a proposito della «famigerata» lettera, al di là della verità sulla stessa, pure essenziale, la lezione che pare evincersi è che la Storia è o facilmente manipolabile oppure non fa differenze tra alleati e nemici. La mia domanda è dunque questa: esistono degli strumenti, intellettuali, morali, etici, che possano permettere, soprattutto ai più giovani, di comprendere e interpretare i fenomeni della realtà socio-politica che ci circonda con la stessa autonomia di pensiero e lucidità di giudizio di Antonio Gramsci?

Penso di sì. Penso anzi che questa domanda andrebbe diffusa nel mondo della scuola perché la scuola, se funziona, se impartisce un insegnamento al tempo stesso storico e critico, è il principale strumento per orientarsi nel mondo.

 

Gramsci, in carcere, definisce il fascismo «come rivoluzione passiva» dal futuro potenzialmente molto lungo e destinato a un ruolo storico pari a quello svolto nell’Ottocento dal liberalismo. Quest’errore di prospettiva fu dettato solo dal pessimismo derivante dalla prigionia, oppure vi sono delle ragioni politiche e storiche che lo sostengono?

Lui parla di rivoluzione passiva del secolo XX, così come il liberalismo dopo i 25 anni di rivoluzione francese e Napoleone, è stata la rivoluzione passiva del secolo XIX. Ma che vuol dire «rivoluzione passiva»? Vuol dire una modificazione lenta, molecolare della realtà in direzione del rinnovamento, ma non attuata in modo drammaticamente veloce com’è tipico delle rivoluzioni. In questo senso è passiva: c’è un processo storico che è lento ma trasforma, e trasforma in senso di progresso. Si tratta di una concessione molto forte al ruolo storico del fascismo, notevolissima, che lui fonda sullo studio, che sta conducendo in carcere, del corporativismo come terza via tra il liberalismo selvaggio e il collettivismo sovietico. Perché noi lo consideriamo un errore di prospettiva? Perché noi sappiamo come è andata a finire, sappiamo che con l’entrata in scena del nazionalsocialismo tedesco, della spinta di carattere aggressivo-imperialistico, guerrafondaio del nazismo sul cui carro sale Mussolini, quel processo che poteva sembrare di lungo periodo si è accelerato e infranto, trasformandosi in una guerra gigantesca che ha travolto tutto il mondo. Ma Gramsci era già morto in quel momento, quindi non aveva percezione di questa svolta, anche se, va detto, nei Quaderni c’è un’attenzione vigile pure al fenomeno del nazionalsocialismo tedesco. In un altro libro che scrissi poco dopo, sempre sul periodo di detenzione di Gramsci, Spie URSS e Fascismo (Salerno Editore, 2012), ho messo in rilievo quello che mi pare non fosse stato notato a sufficienza e cioè gli studi che Gramsci ha condotto anche sul caso tedesco. Quindi egli ha cominciato a percepire che qualcosa si stava trasformando rispetto a ciò a cui lui pensava nel ’32, quando scrive la frase citata, e che è comunque molto importante. C’è un elemento di verità, naturalmente, in quello che dice, se ci mettiamo nell’ottica del 1932 e proviamo a non pensare a ciò che è successo dopo, nel senso che il Fascismo, nonostante la violenza con cui è giunto al potere, ponendosi come vera rivoluzione nazionale in contrapposizione alla rivoluzione di tipo bolscevico-internazionalista, ha comunque trasformato la realtà economica del Paese, per esempio con la creazione dell’I.R.I., ovvero le partecipazioni statali, cioè cercando una terza via tra il liberalismo classico (che non è assolutamente disposto a concessioni al mondo del lavoro ma persegue il solo profitto) e il collettivismo che comporta un’estrema violenza espropriatrice, cosa che Gramsci dice molto chiaramente. Questo elemento di terza via che connota il Fascismo, connota anche il pensiero economico-sociale, per esempio, del mondo cattolico. Oggi noi viviamo in un’epoca nella quale continuamente si chiede l’intervento dello Stato in tempo di crisi, come accaduto con la crisi economica iniziata nel 2007 e che ancora dura. Quindi quel nucleo di pensiero che Gramsci legge nel Fascismo degli anni ’30 non è una sua invenzione. È un fatto. Poi gli sviluppi successivi sono legati alla politica estera, alla politica di potenza, ma tutto questo trascende l’analisi. L’analisi era riferita alla novità specifica che il Fascismo gli offriva arrivato al potere e stabilizzatosi intorno al progetto corporativo.

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L’altro elemento su cui si fonda la riflessione gramsciana su Mussolini è quello del «cesarismo», individuando in Mussolini la soluzione «cesaristica» della crisi italiana. Si tratta di una riflessione che è stata sovente strumentalizzata. Possiamo provare a ridefinirne i contorni corretti?

Il cesarismo è un concetto che Gramsci adopera con grande insistenza, ritornandoci più volte, ampliando il testo originario in cui ne tratta, quindi è un concetto che gli sta molto a cuore. Nel mondo della Terza Internazionale, del bolscevismo, il cesarismo invece era usato a corrente alternata, si potrebbe dire; per esempio contro Trotskij veniva lanciata l’accusa di “aspirazione cesaristica”, bonapartismo; Trotskij reagiva affermando che Stalin rappresentava il Termidoro della rivoluzione, quindi l’arretramento in senso conservatore della rivoluzione. Marx, a suo tempo, scriveva che il cesarismo era un concetto inutilizzabile per la realtà contemporanea; nelle Lezioni sul Fascismo Togliatti dice che il cesarismo è una categoria da non adoperare. Quindi già il fatto che Gramsci l’adoperi è segno di grande originalità rispetto alla sua stessa tradizione politico-culturale, un’anomalia, e il fatto che egli non sia un ortodosso subalterno a una dottrina, ma piuttosto un pensatore originale è tutto merito suo. Quando include anche la figura di Mussolini in quella pagina famosa sul cesarismo, come uno tra quelli che ha rappresentato la soluzione di compromesso tra rivoluzione che fallisce e reazione incapace di riprendersi il potere, non è una concessione: è un’interpretazione abbastanza convincente del ruolo storico che per almeno un decennio Mussolini ha svolto nel nostro Paese, ponendosi indubbiamente al vertice di un movimento che si presentava come rivoluzionario ma di tipo diverso, il “grande mediatore” appunto. Come dice Gramsci, una soluzione cesaristica è quella che si afferma quando nessuno dei contendenti può vincere o prevalere. Non posso credere che questa diagnosi appaia sbagliata o strumentalizzata, né si può ritenere che ci sia una concessione alla figura morale e politica di Mussolini; è un’interpretazione del tutto legittima di un fatto nuovo nella dinamica politica del nostro Paese.

 

L’attenzione di Mussolini verso Gramsci proseguirà anche dopo la morte di quest’ultimo (basti ricordare l’episodio dell’articolo apparso il 12 maggio 1937 sulla prima pagina de «Il Messaggero» nel quale a Gramsci veniva rimproverato di aver terminato «i suoi giorni in una soleggiata clinica di Roma»). Quali ragioni animarono quest’accanimento post mortem?

Si fece anche di più. Non soltanto l’articolo non firmato sul «Messaggero» ma l’articolo, invece firmato, sul «Popolo d’Italia» nel quale si riproducono alla letterale parole di un anarchico che in realtà era una mezza spia dell’OVRA, Ezio Taddei, che riferiva di insulti e di presunti privilegi di cui Gramsci avrebbe goduto in carcere. Cosa intende fare Mussolini con quell’operazione? In parte, far notare che il tipo di trattamento che Gramsci aveva avuto, almeno da un certo punto in poi, era diverso da quello abitualmente inflitto ai detenuti politici. “Sappiate”, dice al mondo attraverso il suo giornale, “che lo abbiamo trattato bene”. La polemica è anche contro i sovietici: in URSS si finisce fucilati se si è dissenzienti politici, nell’Italia fascista, se è il caso, si va anche in clinica. Perché questa provocazione? Perché nel frattempo i rapporti tra Italia e Unione Sovietica sono peggiorati dopo la guerra d’Etiopia; i sovietici hanno aderito alle sanzioni comminate dalla Società delle Nazioni al nostro Paese e Mussolini non ha gradito, quindi il patto d’amicizia del ’33 tra Italia e Unione Sovietica viene considerato ormai archiviato e la polemica si riacutizza. Ecco perché tira fuori la questione Gramsci, per dire che il Fascismo è molto più umano rispetto al regime comunista. Quello che colpisce è che sia stato utilizzato l’articolo di un anarchico apparso su una rivista anarchica che si stampava in America, «L’adunata dei refrattari». Probabilmente Mussolini sapeva anche chi fosse questo Taddei e credo di aver contribuito alla conoscenza di quest’uomo nel libro citato, Gramsci in carcere e il fascismo.

Gramsci e il fascismo, storia di una resistenza. Intervista a Luciano Canfora

Tra le note più interessanti dei Quaderni quelle su americanismo e fordismo, su cui attirò l’attenzione già negli anni Settanta lo storico Franco De Felice; in anni molto più recenti le stesse hanno dato adito a interpretazioni, anche in ambito politico, che hanno fatto parlare di un Gramsci “liberale”. Fino a che punto ritiene fondate tali letture?

Gramsci liberale non sa di niente. È una definizione erronea perché liberale vuol dire tutta un’altra cosa e la cultura politica di Gramsci è lontanissima dagli approdi liberali. Chi scrive questo non può portare delle argomentazioni serie a sostegno. Immagino qui ci si riferisca anche alle polemiche recenti del “quaderno mancante” che sono convinto esista e in cui si parlava di cose di cui noi non sappiamo perché non lo troviamo più. Congetturare quello che c’è scritto dentro è immetodico. È molto importante invece l’aver segnalato che gli indizi convergono vero la constatazione che questo quaderno c’era e ora non c’è. Quando, nell’aprile del ’45, Togliatti afferma che i quaderni sono appena arrivati a Roma, dice che sono 34 e invece noi ne abbiamo 33, quindi è chiaro che ne manca uno. Ma inventarsi quello che c’è scritto dentro è un altro discorso. Inventarsi poi che fosse un’opzione tardiva verso il liberalismo è ancora più arbitrario. Le pagine dei quaderni che noi leggiamo sono in questo senso inequivocabili, mi riferisco in particolare a una, nel Quaderno 11, Il numero e la qualità dei regimi rappresentativi, che è un testo gramsciano fondamentale, che è agli antipodi della mentalità e della pratica del liberalismo politico.

 

Nel 1947, così Croce descriveva Gramsci: «apertura verso la verità da qualsiasi parte gli giungesse, scrupolo di esattezza e di equanimità, gentilezza e affettuosità del suo sentire». A distanza di quasi 70 anni da questa descrizione, Lei come descriverebbe oggi Gramsci?

Molte di queste formule che Croce ha adoperato mi paiono calzanti, ben appropriate. La gentilezza forse un po’ meno, nel senso che Gramsci era un polemista sferzante. Croce usava quelle parole nella recensione su «La Critica» alla prima edizione delle Lettere, ed è ovvio che nelle lettere, che sono eindirizzate esclusivamente ai famigliari, le caratteristiche messe in luce siano verissime. Quando poi viene fuori il primo dei Quaderni dal Carcere intitolato Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Croce si rifiutò di recensirlo, benché sollecitato a farlo, perché non condivideva per nulla il contenuto, molto polemico, dell’analisi che Gramsci faceva del suo pensiero filosofico. Quindi io condivido quella definizione aggiungendo che il carattere di polemista implacabile va sommato alle caratteristiche menzionate.

Gramsci e il fascismo, storia di una resistenza. Intervista a Luciano Canfora

In Letteratura e vita nazionale, Gramsci ha analizzato e in alcuni casi preconizzato alcuni dei fenomeni letterari che hanno poi influenzato l’evoluzione della letteratura italiana. In quale modo la letteratura del dopoguerra ha interloquito con una personalità così limpida e acuta quale quella gramsciana?

La figura di Gramsci dal punto di vista filosofico, politico e letterario ha influenzato per mezzo secolo la nostra cultura. L’operazione di Togliatti che pubblica, trasformandoli in libri, i 33 Quaderni, facilitandone la lettura e facendone dei veri e propri saggi, ha avuto un effetto decisivo sulla cultura italiana. Anche gli avversari non hanno potuto fare a meno di tenerne conto. Sono convinto che gli sviluppi della letteratura nel nostro paese dopo il ’45 siano strettissimamente legati al pensiero e all’insegnamento di Gramsci. La casa editrice Einaudi che ha pubblicato i quaderni per volere di Togliatti (quindi non una casa editrice di partito ma di cultura) è anche la produttrice di tanta letteratura italiana che risente di quello che nei Quaderni si legge e da cui gli autori sono stati letteralmente impregnati, da Bilenchi a Calvino. Direi che la letteratura italiana è, per molti decenni, gramsciana.   

 

Cosa resta dell’eredità politica e intellettuale di Gramsci?

Secondo me, la critica, tuttora validissima, del cosiddetto meccanismo parlamentare democratico elettivo-rappresentativo che è il feticcio, potremmo dire, dei nostri regimi politici attuali che fingono di credere che i nostri sistemi siano democratici. Sono in realtà meccanismi elettorali dominati da élite potenti. Gramsci ha scritto pagine fondamentali e tuttora validissime per svelare questo concetto.



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