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Gli uomini e le donne non sono uguali. Intervista a Giuliano Guzzo

Gli uomini e le donne non sono uguali. Intervista a Giuliano GuzzoCavalieri e principesse di Giuliano Guzzo (Edizioni Cantagalli) si prefigge un obiettivo a dir poco ostico: raccontare (e dimostrare) l’incontrovertibile differenza tra uomini e donne. La bibliografia del saggio è piuttosto corposa, in quanto Guzzo cerca di avvalorare le proprie tesi richiamando studi e ricerche su un argomento che, soprattutto negli ultimi anni, è stato al centro di accesi dibattiti: perché parlare della differenza tra uomini e donne significa, in parte, chiamare indirettamente in causa anche una serie di altri argomenti correlati e spesso opposti (pensiamo, per esempio, al transgenderismo).

Cavalieri e principesse potrebbe risultare utile, a prescindere dalle questioni ideologiche individuali, proprio come confronto, per confermare le proprie idee o per trovarvi una valida opposizione. Per molti le differenze tra uomo e donna sono determinate dagli stereotipi di genere, e andrebbero contrastate per evitare discriminazioni; per Guzzo la differenza sessuale e la discriminazione sessista non sono necessariamente l’una la premessa dell’altra.

La lettura del saggio ci ha ispirato alcune domande, che abbiamo voluto porre direttamente all’autore. Ma, prima, due parole su di lui. Giuliano Guzzo è nato nel vicentino nell’84, ed è un sociologo che vive e lavora a Trento. È una delle firme de «La Verità», collabora con diverse riviste e siti web, e fa parte del «Movimento per la vita» e dell’associazione «Vita è».

 

La prima domanda che mi sorge spontanea è: da dove nasce l’esigenza di scrivere un libro che racconta, da diverse prospettive, la differenza tra uomini e donne?

Bella domanda. Più di qualche amico, mentre scrivevo Cavalieri e principesse, saputo del tema che stavo approfondendo, mi ha affettuosamente rimproverato il fatto che mi stavo occupando di un tema sintetizzabile in una riga. Forse è così, dato che la differenza tra uomini e donne è cosa sotto gli occhi di tutti. Assai meno scontato, però, è il fondamento di queste differenze, messo da decenni in discussione rispetto alla sua base naturale. Più precisamente, oggi assistiamo a una serrata contestazione della base biologica delle differenze, che origina da un filone antropologico che ha i suoi riferimenti principali nell’antropologa Margaret Mead e nella pensatrice Simone de Beauvoir la quale, nel suo libro più celebre, Il secondo sesso, sintetizzò a meraviglia detta contestazione del fondamento delle differenze: «Donne non si nasce – scrisse – lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo: è l’insieme della storia e della civiltà a elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna». Ora, senza sposare la folle idea di un determinismo biologico – tale per cui esistono modelli maschili e femminili socialmente immutabili –, a fronte della citata contestazione delle differenze, evoluta oggi al punto che il solo parlare della diversità tra i sessi, secondo alcuni, vorrebbe dire alimentare delle discriminazioni, mi sono semplicemente chiesto: ma davvero, nella definizione del mondo maschile e femminile, la natura non conta, oppure un ruolo l’ha ancora? Cavalieri e principesse è una ricerca, credo intellettualmente onesta, che origina da questa domanda.

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A pagina 23 del saggio, afferma: «se maschi e femmine fossero interscambiabili sarebbe inevitabilmente destinata a tramontare la concezione di matrimonio come istituto che ha storicamente sempre avuto […] la differenza dei sessi dei contraenti come requisito». Una dichiarazione che, implicitamente, ci lascia supporre una precisa posizione contro le unioni civili, o sbaglio?

Non sono tra i favorevoli alle unioni civili – ma la cosa non è un mistero né ho mai cercato di nasconderla, anzi, dato che ho dedicato il mio primo libro alla famiglia tradizionale –, ma non credo questo c’entri molto con l’affermazione secondo cui «la concezione di matrimonio come istituto che ha storicamente sempre avuto la differenza dei sessi dei contraenti come requisito». Questa considerazione, infatti, si basa in primo luogo non su testi sacri o su qualche passo del Vangelo, ma su un’evidenza inconfutabile: il matrimonio non solo è sempre esistito, ma da tempi remotissimi è stato associato a un istituto naturale. Aristotele – che visse secoli prima di Cristo – definì la famiglia come «associazione istituita dalla natura», e non si soffermò sul fatto che questa sia tra uomo e donna solo per un motivo: lo dava per scontato. Tutti lo davano per scontato. Non per nulla Cicerone, anch’egli non cristiano, definì il matrimonio «la prima forma di società» e persino Karl Marx, il grande fustigatore della civiltà borghese, nei suoiManoscritti economico-filosoficidel 1844si lasciò scappare che «il rapporto immediato naturale […] è il rapporto dell’uomo con la donna». Non solo: il matrimonio, etimologicamente deriva damatrismunus, il dovere della madre, quindi si può benissimo essere favorevoli alle nozze gay, purché si sappia che il primo ostacolo non è la dottrina cattolica, ma il significato delle parole che, si dà il caso, sia abbastanza preciso. A ogni modo, insisto, tutto ciò c’entra poco con Cavalieri e principesse.

 

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Come vede lo stravolgimento dei modelli tradizionali? Anche rispetto al processo di transizione che coinvolge alcuni individui, i quali scelgono il percorso di riassegnazione per acquisire una nuova identità sessuale.

La mia formazione è sociologica e il percorso di riassegnazione per acquisire una nuova identità sessuale è materia essenzialmente psichiatrica e chirurgica, per cui, non essendo il mio campo, mi limito a due considerazioni molto scarne. La prima è che la disforia di genere, ossia la disarmonia tra il proprio sesso biologico e il genere cui si sente di appartenere, è qualcosa che a livello giovanile non interessa che tra il 0,3 o al massimo l’1% del totale dei bambini. La seconda è che la percentuale di giovani che durante la pubertà supera il proprio disagio sull’identità di genere – non secondo qualche ente cattolico fondamentalista, ma a detta della laicissima American Psychiatric Association – vede il 98% dei ragazzini e l’88% delle ragazzine riconoscersi nel loro sesso biologico. Significa in sintesi che, in una scuola mista, mediamente solo il 7% dell’1% dei soggetti potrebbe essere durevolmente interessato da disturbi dell’identità di genere. Pur con tutto il rispetto per ciascuno – e pur consapevole dei mutamenti in corso –, mi pare un po’ poco per decretare avvenuto uno stravolgimento dei modelli tradizionali.

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Leggendo il saggio intuisco la sua convinzione nell’affermare che uomini e donne sono geneticamente, psicologicamente e socialmente diversi. Non crede che tale visione vada rivista alla luce delle trasformazioni che stanno coinvolgendo il nostro secolo? È assodato che il concetto stesso di famiglia tradizionale stia cambiando, che esistono donne che scelgono di diventare uomini e viceversa, per non parlare delle adozioni omosessuali e di una serie di altri fenomeni che investono l’ambito privato e professionale, e che, in qualche modo, rendono sempre più labile il confine esistente tra uomini e donne. Considerando che i modelli femminili e maschili che richiama nel libro continueranno a esistere, non è possibile (oltre che giusto) riconoscere pari diritti e dignità a chi se ne discosta?

In tutto il mio saggio non c’è una riga di contestazione – e sfido chiunque a dimostrare il contrario – alla libertà di ognuno, siano esse civili o di altro tipo. Infatti Cavalieri e principesse non si prefigge alcuno scopo se non quello di verificare un dato, a partire da un interrogativo, che è questo: è proprio vero che il nostro essere uomini e donne, a prescindere dall’orientamento sessuale (cosa di cui nel mio libro, peraltro, quasi non si parla), è interamente determinato dalla società? Se ci sentiamo maschi e femmine, ciò è esclusivamente dovuto al fatto che siamo stati educati e trattati come bambini e bambine? È insomma la cultura a definire la natura, oppure la natura tutto sommato ancora conta, nella definizione del nostro essere maschi e femmine? Le conclusioni cui giungo nel mio libro partono solo ed esclusivamente dal tentativo di verificare queste tesi, che per quanto vigorosamente oggi difese e promosse in tanti ambiti, anche accademici, non mi pare poggino su basi salde; anzi, il più delle volte direi proprio che non ne abbiano, di basi. Di conseguenza, per quanto la società cambi – realtà che non sarò certo io a negare –, se una natura maschile e una natura femminile effettivamente coesistono come differenti e distinte, che senso ha negarlo o comunque minimizzarlo? Pur rigettando ogni determinismo biologico, ritengo dunque che misurarsi con tutto ciò non implichi alcuna adesione confessionale ma solo un libero e pacato esercizio della ragione. A cui troppi, aggiungo, oggi sembrano volersi sottrarre.


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