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Gli uomini e la zona buia delle donne. Intervista a Marida Lomdardo Pijola

Gli uomini e la zona buia delle donne. Intervista a Marida Lomdardo PijolaL’imperfezione delle madri, ultimo romanzo di Maria Lombardo Pijola da poco edito da La nave di Teseo, pone al centro della narrazione la storia di tre donne, Agata, Angela e Azzurra, rispettivamente nonna, madre e figlia/nipote, indagando non solo le loro imperfezioni, come recita il titolo, ma anche le loro perfezioni, le origini dei loro dolori e la capacità di opporvi una forte dose di resilienza.

 

Di questo abbiamo parlato con l’autrice per mettere in evidenza luci e ombre delle donne, ma anche degli uomini e della società nella sua interezza.

 

Perché un romanzo sull’imperfezione delle madri? Quale valore e importanza possiamo attribuire a tale imperfezione una volta riconosciuta e accettata?

Per molti anni, mentre cercavo di capire e raccontare la famiglia, le sue risorse e le sue trappole infernali, mi sono chiesta da cosa tragga origine quella complicata trama di emozioni così comune nella fisionomia interiore delle donne, che delle famiglie in prevalenza si prendono cura. Le donne, nonne o madri o figlie che siano, raramente viaggiano leggere, nella vita, e invece spesso si trascinano dietro un bagaglio più o meno pesante di insicurezza, malinconia, paure, ansie, mancanza di autostima, dolori sepolti, vocazione all’infelicità. E chissà come mai, mi sono chiesta, le donne così facilmente riconoscono le loro emozioni in quelle delle altre, e come mai ci siano tante affinità tra le rispettive inquietudini, e come mai queste inquietudini siano trasversali rispetto alle generazioni, alle identità sociali, alle provenienze geografiche e tutto il resto. Sono convinta che quel malessere sia quasi sempre parte di un’eredità familiare, l’ultimo anello di una catena di dolori antichi, sopraffazioni, frustrazioni e prepotenze che nei decenni le donne hanno dovuto subire. Credo che quel malessere sia parte di una zona buia che proviene da chissà quanto lontano, che si trasmetta di madre in figlia, che entri a far parte del corredo genetico, e che in seguito si trasformi, assumendo forme e intensità diverse generazione dopo generazione, esattamente come accade con il carattere, con i colori, con la morfologia di una persona. L’imperfezione delle madri, ovvero la loro fragilità e le loro insicurezze sono spesso la fonte di questo grumo di inquietudini. Le madri, loro malgrado, subiscono dalle loro madri, che avevano a loro volta subito dalle loro, e poi infliggono alle loro figlie gli effetti di questo disagio. Così facendo le rendono più fragili e dolenti, ma anche più sensibili, più empatiche, più combattive, più creative, più attente agli altri, più cariche di energia, più belle. E dunque, alla fine, paradossalmente, l’imperfezione delle madri attiene alla perfezione delle donne, alla loro capacità di essere, anche in virtù dei loro dolori, le creature preziose che sappiamo. È questo che volevo raccontare.

 

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Al centro del romanzo ci sono tre donne, Agata, Angela e Azzurra, nonna, madre e nipote, cioè tre generazioni che si confrontano. Quali cambiamenti hanno attraversato le donne in questo arco di tempo? E in quali aspetti si somigliano ancora?

Parto dalla seconda domanda. Si somigliano ancora e si somiglieranno sempre nell’istinto a prendersi cura di ogni cosa, della famiglia, del lavoro, delle amiche, del mondo, cosa che le rende madri tutte, sempre, anche quando non hanno figli biologici, e che conferisce loro un valore aggiunto straordinario che la società assurdamente spreca. Si somigliano poi nella sensibilità, nella vulnerabilità, nella capacità di sognare, nella capacità di fatica, nella capacità di amare in modo totalizzante e generoso, negli slanci del cuore. Agata, Angela e Azzurra si sentono tutte diversissime dalle loro madri e rabbiosamente decise a essere il contrario di ciò che sono loro. Agata tramortita da un dolore lontano e da un abbandono coniugale, Angela invece caricata a mille dall’energia dalle sue stesse delusioni e decisa a cambiare il suo futuro, Azzurra rabbiosa e strafottente, decisa a riscrivere e dettare le regole dell’amore così come le vuole e come le serve che siano. Tra gli anni Settanta e il 2020, arco di tempo della narrazione, il cambiamento è radicale, le donne recuperano potere sulla propria vita e nella società, si liberano progressivamente da un conformismo ottuso e persecutorio che le segregava nelle gabbie della subalternità e delle convenzioni. Eppure le mie tre donne alla fine comprendono, anche in virtù di un evento inatteso e sorprendente che intreccerà le loro storie, di assomigliarsi assai più di quanto non credessero nei rispettivi sistemi di aspettative e di emozioni; recuperano fili sommersi che le tenevano unite a loro insaputa; ritrovano nell’integralismo e nella generosità dell’amore la forza di trasformare la famiglia da territorio di agguati a territorio di riscatto. Questo non vuole assolutamente essere un lieto fine, perché il lieto fine di solito è stucchevole e poco verosimile, nella vita esiste di rado. Vuol essere invece un finale aperto, vuol inseguire un sogno: quello che le donne riescano, anche facendo rete tra di loro, a demolire qualcuna delle barriere che ancora si frappongono tra loro e il loro futuro, i loro talenti, i loro progetti di armonia. Spianato il percorso, il resto è tutto da costruire.

Gli uomini e la zona buia delle donne. Intervista a Marida Lomdardo Pijola

Tutte e tre le donne hanno alle spalle o vivono frequentazioni e/o relazioni non proprio entusiasmanti con uomini che non sempre rappresentano il massimo della positività. Per quale ragione ha deciso di disegnare e connotare in questo modo la loro vita sentimentale e l’elemento maschile del libro?

Perché sono convinta che la zona buia delle donne sia abitata in prevalenza dagli uomini. Tradimenti, disamore, narcisismi, egocentrismi, sciatterie affettive. Non tutti gli uomini sono così, per carità, ma di frequente le frustrazioni femminili sono originate da un rapporto sbilanciato e complicato con gli uomini, che siano padri, compagni, a volte figli. Sono rapporti ai quali le donne si consegnano con generosità, senza riserve e senza difese, restandone spesso ferite e deluse nel profondo. Nel corso degli anni, le donne hanno messo a segno la rivoluzione più importante del secolo scorso, hanno cambiato profondamente il volto della famiglia, del mondo del lavoro, della società, si sono emancipate da ogni dipendenza, tranne due: quella dalla paura della solitudine e quella dall’amore. Gli uomini della mia storia sono quasi tutti, in modi e in tempi diversi, inadeguati rispetto all’aspettativa e alla ricchezza interiore delle mie protagoniste. Questo assomiglia alla vita, ma non contiene alcun giudizio. Sarebbe sciocco. E poi nei romanzi non c’è mai giudizio. Infatti per ognuno dei miei uomini alla fine invento un piccolo riscatto che riconduca i loro comportamenti a una certa caratteristica maschile dissimulata sotto gli atteggiamenti spregiudicati, anaffettivi o muscolari: la fragilità. È la fragilità degli uomini che induce le donne a tollerare, a proteggere, a sperare, a voler cambiare gli uomini che amano. A diventarne madri. E tuttavia la fragilità degli uomini può essere una dannata trappola per le donne. Può generare condotte infantili, superficiali, crudeli e spregiudicate. Può fare molto male.

 

In una delle prime battute con cui si espone, Angela presenta se stessa come un esempio tipico di coazione a ripetere, destinata al martirio di amore. Cosa spinge una donna come Angela verso questi comportamenti? E il diventarne consapevole è un aiuto o un’ulteriore maledizione?

La consapevolezza aiuta Angela. Le permette di fare autoanalisi per non sbandare, ma soprattutto le ispira l’esercizio di una delle più grandi qualità femminili: l’ironia. La capacità di prendersi in giro, di ridere di sé, dei propri errori, delle proprie pene. Ho voluto che questo romanzo avesse due diverse intonazioni, che fosse dolente ma anche un po’ comico: il sorriso non neutralizza il dolore, ma del dolore è un formidabile salto di qualità. Lo rende sopportabile e persino interessante.

Gli uomini e la zona buia delle donne. Intervista a Marida Lomdardo Pijola

Ci fa una breve descrizione, un ritratto fulmineo delle tre donne del romanzo, magari indicando, se esiste, il riferimento da cui ha tratto ispirazione per ognuna di esse e quali modelli di donna rappresentano?

Agata potrebbe essere sorella della donna spezzata di Simone De Beauvoir: la sua vita va in frantumi per il tradimento di un marito, come accadeva alle nostre mamme e nonne ai tempi in cui un marito era fonte di tutto, amore, futuro, reddito, identità sociale. Angela potrebbe invece riconoscersi in madame Bovary, la noia e l’insofferenza nei confronti di un marito e di una vita inadeguati la scagliano verso la follia di un nuovo, scintillante, improbabile amore, senza la capacità né la volontà di proteggere se stessa dalla delusione. Azzurra come carattere potrebbe assomigliare alla Lila di Elena Ferrante, geniale, provocatoria, trasgressiva, prepotente, imprevedibile, ingestibile, vorace. Ognuna delle tre cercherà una sua fantasiosa fuga dal dolore, una sua rivoluzionaria ricerca della felicità lungo tre strade parallele e al tempo stesso strettamente intrecciate. Ognuna delle tre capirà che non è possibile costruire nessuna armonia senza integrare nel progetto le altre due, senza raccogliere e spendere l’eredità del loro cuore.

 

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L’imperfezione delle madri però è anche il racconto della capacità delle donne di riprendere in mano la loro vita, cominciando a pensare al futuro come a un progetto. Da dove nasce questa forza? Quale molla spinge al cambiamento una donna, che fino a un dato momento ha vissuto sempre in un certo modo?

Le donne sono molto portate alla resilienza, ovvero la capacità di non piegarsi al dolore, d’incassare i colpi senza rompersi. Secoli di sofferenze e di sopraffazioni le hanno addestrate bene, hanno insegnato loro a trasformare il dolore in energia. La forza interiore delle donne è come il motore di una Ferrari, così come la loro saggezza e la loro fantasia. Questi strumenti aiutano molto nello slancio verso il futuro, nell’elaborazione dei lutti, nella capacità di recuperare l’autostima, di rilanciare i progetti e di non chiudere mai il cuore. Noi siamo in grado di dare la vita, figuriamoci se non siamo in grado di generare e di rigenerare anche la nostra. Credo però che una rete femminile di sostengo sia imprescindibile. Ognuna di noi, nei momenti duri, è bene che si muova con attorno un piccolo corteo di donne che ci sono già passate, che si preparano a passarci o che non ci passeranno mai. Donne che sono lì per sostenerci, a prenderci per mano e accompagnarci fuori dalla zona buia. Come fa una madre.


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Per la prima foto, copyright: Nine Köpfer su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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