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Gli ultimi giorni di Robert Schumann

Gli ultimi giorni di Robert SchumannIl 4 marzo 1854 Robert Schumann venne trasferito nel sanatorio di Endenich in preda a una serie di disturbi nervosi, «devastato da un susseguirsi di piccoli e grandi fallimenti, in uno slabbrarsi di facoltà mentali e fisiche, in un impoverirsi e consumarsi che è in qualche modo legato al suo atto di osservarsi e all’impossibilità di cogliersi nella catastrofe che lo sta annientando».

Sono queste le parole che usa Filippo Tuena nell’introduzione al volume Lettere da Endenich, pubblicato da Italo Svevo Edizioni con la curatela dello stesso Tuena e la traduzione di Anna Costalonga.

Il volume raccoglie le lettere di Schumann spedite alla moglie, alle figlie e ad alcuni amici, tra cui Brahms, durante la sua permanenza presso la clinica del dottor Richarz, intervallate da estratti dal diario di Clara Schumann e dai referti medici.

 

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Gli ultimi giorni di Robert Schumann

Come abbiamo scritto, Schumann arrivò il 4 marzo a Endenich. A raccontare il suo trasferimento è proprio la moglie Clara nel suo diario:

Sabato, il 4 arrivò!

Oh Dio, la carrozza era di fronte alla nostra porta, Robert si vestì con molta fretta, entrò nella carrozza con Hasenclever e i suoi due infermieri, non chiese di me, né dei suoi bambini, e io me ne stavo seduta vicino alla signorina Leser immobile dal dolore e pensavo, ora soccomberò! Il tempo era splendido, almeno il sole l’ha accompagnato! Avevo consegnato al dottor Hasenclever un bouquet di fiori per lui, che poi gli diede in viaggio; l’ha tenuto a lungo in mano, senza pensarci, poi all’improvviso ne ha annusato il profumo e sorridendo ha stretto la mano del dottor Hasenclever! Più tardi ha regalato a ciascuno nella carrozza un fiore. Hasenclever mi portò il suo – con il cuore sanguinante, l’ho conservato! Alle sei di sera, mi sono recata con mia madre a casa – l’entrata nella sua camera! Ne posso a malapena scrivere…

In serata tardi giunse un infermiere, un diacono da Duisburg, di ritorno da Endenich e mi portò la notizia che Robert era arrivato e che aveva ricevuto un paio di camere molto belle e che aveva fatto in serata un bagno. Fino a Colonia sarebbe stato calmo, ma da là in poi si sarebbe inquietato; chiedeva sempre se sarebbero arrivati presto. Non erano piccolezze per lui, starsene calmo otto ore in carrozza dopo quei giorni di dolori terribili; per otto giorni quasi non sono morta dal dolore!

Gli ultimi giorni di Robert Schumann

Ma quali disturbi costrinsero Robert al ricovero? Secondo alcuni, si sarebbe trattato delle conseguenze di una sifilide contratta anni prima ma mai curata, mentre ipotesi più accreditate parlano di un disturbo bipolare che sarebbe andato sempre più peggiorando nel corso degli anni.

Fatto sta che, stando all’anamnesi al suo arrivo a Endenich, Robert Schumann «non ha mai dormito da solo, dice, da quattordici anni non può dormire senza compagnia, come un bambino, deve sempre avere qualcuno accanto».

 

La situazione ovviamente non è destinata a migliorare e il referto medico del 25 dicembre 1854 registra, dopo la visita di Joseph Joachim, quanto segue:

Ha ricevuto ieri la visita del signor Joachim. All’inizio molto eccitato con gioia, poi si è comportato con più calma. L’amico ha trovato il paziente nel suo comportamento e aspetto esteriore poco diverso rispetto al suo solito; nei discorsi spesso assente, digressivo, sconnesso; ha proferito molte idee insensate di carattere melancolico basate sulle allucinazioni uditive, definendole però egli stesso come infondate e ridicole. Ha espresso il desiderio di recarsi a Düsseldorf o nelle sue vicinanze. In serata ha parlato da solo: «È però straordinario! No, è una bugia!»

 

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L’11 gennaio 1855 la situazione sembra essere alquanto migliorata, al punto che Clara nel suo diario scrive:

Johannes Brahms è andato a Endenich, e tornato in serata pieno dell’amato, che ha trovato bene e sereno; a Robert ha fatto molto piacere vederlo e l’ha ricevuto cordialmente. Johannes deve avergli suonato le sue Ballate e le sue Variazioni.

 

il referto medico del 12 gennaio 1855 conferma tale miglioramento:

Ieri visita del signor Brahms, di cui si è rallegrato molto […]. Durante la visita parla in modo abbastanza naturale, e comprensibile, ma molto biascicato e la voce sembra quasi quella di un bambino.

Gli ultimi giorni di Robert Schumann

Ma il 22 gennaio la situazione sembra peggiorare:

Ieri di buonumore; la sera sorride da solo leggendo il giornale. Dormito bene. Oggi dopo la colazione un accesso di grande paura, dice che l’infermiere lo ha avvelenato, diventa pazzo, furioso, dice che deve essere portato in un manicomio e tenuto scrupolosamente sotto guardia. Poi è diventato molto pallido, con tremori intensi, tanto che si è dovuto tenere; accusava tremori negli arti inferiori, sui quali ha appoggiato la mano […]. Durante l’accesso ha domandato dell’acqua di Colonia. Durante la visita, ha detto di credere che con lui è finita; che non gli è mai capitata prima una cosa simile; che erano state convulsioni, per la precisione nella mano destra. Durante la visita, mezz’ora dopo gli spasmi, abbastanza libero, parlava in maniera comprensibile, come al solito; umore sincero e malinconico. Ha avuto convulsioni nelle dita, che non riusciva ad arrestare.

 

Il 13 febbraio, Clara si lamenta di un ulteriore peggioramento:

Lettera del dottore! Robert crede spesso di sentire della musica: quanto scoraggiante è questo, vedersi rigettare ogni speranza!

 

Pochi giorni dopo, il 24 febbraio 1855, Clara Schumann riceverà una lettera di Johannes Brahms che, di ritorno da una visita a Robert, scrive: «Sono stato il 23 febbraio dalle due fino alle sei con il suo amato marito; se lei potesse vedere la felicità sul mio volto, capirebbe meglio che non dalla mia lettera. Mi ha ricevuto calorosamente e amichevolmente, come la prima volta, solo che non c’è stata l’agitazione che ne seguì allora». Brahms riporta poi con dovizia di particolari come hanno trascorso la giornata insieme, a testimonianza di quanto fossero migliorate le condizioni dell’amico.

 

Segue un lungo periodo di silenzio tra Clara e Robert, interrotto da quest’ultimo il 5 maggio 1855 con questa che la stessa destinataria indicherà come «Ultima lettera»:

Cara Clara,

il primo maggio ti ho spedito degli araldi di primavera; i giorni seguenti sono stati molto movimentati; ne saprai di più nella mia lettera che riceverai dopodomani. C’è un’ombra che fa male; ma quelle altre cose che contiene ti faranno felice, mia amata.

Non sapevo che fosse il compleanno del nostro caro; perciò devo mettere le ali, ché la lettera arrivi con la partitura domani. Ho accluso il ritratto di Felix Mendelssohn, così che tu possa metterlo nell’album. Un ricordo inestimabile!

Addio, amore mio!

Il tuo Robert

 

Data lo stesso giorno però una lettera di Clara a Robert:

Robert mio,

perché non ricevo da te una parola, un segno? La aspetto speranzosa giorno dopo giorno e sempre invano! Ho scritto al dottor Peters e gli ho chiesto di spronarti a scrivermi! Oggi sono quattordici giorni da che ho visto le tue ultime righe! Non so cosa pensare. Sei adirato con me, mio amato? Ah, dimmi qualcosa almeno! Ma non sapere nulla così è terribile! Ti prego, scrivimi subito, anche solo una parola! A volte vorrei scriverti, ma mi si strazia troppo il cuore! Devo prima avere tue nuove, poi mi torna il coraggio.

Ti prego, amatissimo Robert mio, una tua parola, presto.

sempre tua

Clara

 

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Robert però continua a non rispondere, al punto che Clara, il 4 settembre1855, annoterà nel suo diario quanto segue:

Mi scriverà una parola? Sono quattro mesi, da che ho ricevuto le sue ultime righe.

Gli ultimi giorni di Robert Schumann

L’anno successivo le condizioni di Robert peggiorano ulteriormente. A raccontarlo è Clara nel suo diario:

Non ne potevo più! Il dolore, la brama di vederlo, di cogliere ancora un suo sguardo, di sentire la sua vicinanza – dovevo partire e domenica 27 luglio tornai con Johannes.

Lo vidi, era di sera tra le sei e le sette. Mi sorrise e mi abbracciò con grande sforzo, perché non poteva più dominare i suoi arti; il suo braccio attorno a me – non lo dimenticherò mai.

Non darei via questo abbraccio per tutto l’oro del mondo.

Il mio Robert… così ci siamo dovuti rivedere, con quale difficoltà ho dovuto cercare i tuoi tratti amati; che vista dolorosa!

Diviso da me per due anni e mezzo, senza un addio e ora, inginocchiata ai suoi piedi, osava appena respirare, e solo di quando in quando mi gettava uno sguardo, anche se annebbiato, ma indescrivibilmente mite.

Tutto attorno a lui mi era sacro, l’aria in cui egli, il nobile uomo, respirava. Sembrò parlare molto con gli spiriti, non sopportò la presenza di nessuno a lungo attorno a sé; poi si inquietò e non lo si riuscì quasi più a comprendere. Capii solo «mia», di sicuro voleva dire «Clara», perché poi mi guardò con affetto; poi ancora «conosco» – «ti riconosco», probabilmente.

Lunedì 28 Johannes e io siamo stati tutto il giorno dentro e fuori camera sua, spesso solo a osservarlo dalla finestrella nel muro. Soffriva paurosamente, anche se il dottore non lo voleva dire. I suoi arti tremavano di continuo, il suo parlare era spesso veemente. Ah, ho dovuto pregare Dio di porre fine alle sue sofferenze, perché lo amavo così tanto.

Da settimane non assumeva nient’altro che vino e gelée – oggi glieli ho imboccati, e li ha presi con l’espressione più felice e con avidità, ha bevuto il vino dalle mie dita – ah, sapeva che ero io…

 

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Robert Schumann morirà il 29 luglio 1856. Così Johannes Brahms racconta la sua morte in una lettera del settembre dello stesso anno a Julius Otto Grimm:

Il dolore della signora Clara in quei giorni fu così grande, che sabato sera mi offrii di tornare da lui a vederlo.

Ora e per sempre ringraziamo Dio che sia successo, perché era inevitabile e necessario per la sua tranquillità.

Lei lo vide ancora domenica, lunedì e martedì mattina. Alle quattro di pomeriggio lui morì. Non vivrò mai più una scena così sconvolgente, come l’incontro di Robert e Clara. In un primo momento, lui rimase a lungo fermo a occhi chiusi, poi lei si inginocchiò davanti a lui, con una calma sovrumana. La riconobbe poco dopo e così anche il giorno successivo.

Una volta fece segno inequivocabile di volerla abbracciare, gettando un braccio attorno a lei. Da tempo non riusciva più a parlare normalmente, si potevano comprendere solo singole parole (più spesso un farfugliare).

Già questo, però, fu una fortuna per lei. Rifiutò più di frequente le gocce di vino; bevve qualche volta dal dito di sua moglie, con un indugio e una voluttà, che si poteva certo capire che l’aveva riconosciuto.

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