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Gli spaghetti alla bolognese non esistono. Ce lo racconta Filippo Venturi

Gli spaghetti alla bolognese non esistono. Ce lo racconta Filippo VenturiGli spaghetti alla bolognese non esistono è il titolo della nuova avventura di Emilio Zucchini, il simpatico personaggio di Filippo Venturi. Uscito per la Mondadori, il romanzo è uno spasso, una commedia dell’assurdo, popolata da criminali maldestri, da menti acute, da animi umani e da tantissime chicche su Bologna. A leggere, si ha la sensazione di esserci.

Lo stile è scorrevole e Zucchini appare ancor più maturo e umano della volta precedente (Il tortellino muore del brodo). A ritrovarlo hai l’impressione di rincontrare un vecchio amico.

In occasione dell’uscita del romanzo, Filippo Venturi ci ha svelato qualche dettaglio che si cela dietro la stesura del libro ma anche alcuni pensieri riguardo al modo in cui, nella doppia veste di ristoratore e scrittore, ha affrontato il difficile periodo segnato dalla pandemia.

 

Gli spaghetti alla bolognese non esistono, recita il titolo… Eppure è uno dei piatti più esportati, da Bologna. Come mai la scelta di questo titolo?

Beh, quelli che troviamo all’estero sono degli spaghetti stracotti con un sugo di carne molto improbabile. Non si avvicina nemmeno minimamente al piatto tipico bolognese che Zucchini spiega come si prepara e quanta pazienza richiede.

Come nel precedente romanzo, che ho intitolato Il tortellino muore nel brodo, è un modo di dire tipicamente bolognese. La scelta, però, è duplice. Non si tratta solo di un’espressione tipica bolognese, ma ha anche un secondo significato che si collega alla storia da me raccontata, e cioè che spesso le cose hanno anche un sostrato, un senso più profondo. Le cose non sono mai come appaiono.

 

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Zucchini, rispetto alla precedente avventura, appare sin da subito cambiato, è più cresciuto, più maturo, più profondo. In che modo è cambiato?

Sicuramente Zucchini ha avuto una crescita parallela alla mia consapevolezza di ciò che è lui. Io e Zucchini siamo molto in simbiosi. Per esempio, vengono in trattoria e chiedono di Zucchini. Ecco, credo anche di avergli dato più umanità.

Gli spaghetti alla bolognese non esistono. Ce lo racconta Filippo Venturi

Il Grande Gandhi è uno dei personaggi più appassionanti, per certi versi, e anche più sorprendenti. Un criminale atipico, maldestro, che prepara il suo grande colpo seguendo un piano pensato «di pancia», per così dire, per poi scoprire di non essere stato nemmeno tanto originale. È di fantasia il furto commesso dal Grande Gandhi oppure effettivamente sono più frequenti di quel che si pensi?

Nel romanzo ci sono molti elementi che portano la narrazione verso l’assurdo, anche se non arriva mai a essere surreale. Essendo ambientato nella realtà, mi sono ispirato alla quotidianità, quindi anche le vicende che racconto appartengono al medesimo piano. Sottrazioni di oggetti votivi sono stati registrati, in effetti, anche se proprio non di quello di cui racconto. Se una cosa simile dovesse succedere nella realtà, sarebbe una vera tragedia per i bolognesi.

Ho preso spunto da un film meraviglioso che si chiama La lingua del santo, infatti anche il Grande Gandhi non è una persona cattiva, o meglio non è del tutto cattivo, ma è soprattutto una persona maldestra.

Il Grande Gandhi è un buttafuori che ha perso il lavoro a causa degli attacchi di panico, ne ha fatte di tutti i colori nella sua vita, l’unica persona a cui era legato ha avuto talmente paura di perderla che alla fine l’ha mollata lui per non avere più a che fare con la sofferenza o la paura della sofferenza.

Mi piaceva pensare che questa Madonna avesse degli effetti benefici sui personaggi coinvolti, soprattutto sul Grande Gandhi e su Ada, sua madre affetta da Alzheimer, che grazie alla Madonna riesce ad avere un lampo di lucidità.

 

Per chi non abita a Bologna, la Madonna di San Luca rimane un po’ misteriosa, anche se dopo la lettura si ha la sensazione di conoscerla meglio. Cosa rappresenta per i bolognesi la Madonna di San Luca?

È un punto di riferimento per i bolognesi, non solo da un punto di vista religioso. Si tratta di una tavola di legno che raffigura una Madonna con il bambino. Non è un’immagine diversa da tante altre che sono state raffigurate. Questa ha la particolarità di essere fautrice di miracoli e di custodire misteri.

La sua prima processione, intorno al 1400, ha fermato una serie di piogge che avevano provocato un’importante inondazione. 

Da allora, a Bologna si pensa che la sua processione in città porti certamente la pioggia. Per esempio, a inizio maggio, i bolognesi fanno i conti con questa realtà e se devono decidere di fare una certa cosa, magari evitano di farla, se la pioggia è un impedimento, perché appunto «scende la Madonna».

È anche un punto di rifermento per chi rientra a Bologna in macchina. Posta sulla collina, in alto, vederla significa essere tornati a casa. Ma anche tutti i nostri fioretti sono rivolti a lei, perché è vista come punto di arrivo e di fatica. Diciamo, infatti, se succede quella tal cosa, allora vado a San Luca a piedi, che è una comminata non indifferente e, per noi bolognesi, sta a significare che compiamo l’impossibile.

Nel rapporto con la Madonna di San Luca, però, i bolognesi pongono una condizione: è lei per prima che deve fare qualcosa. È questa cosa mi ha fatto molto riflettere.

Gli spaghetti alla bolognese non esistono. Ce lo racconta Filippo Venturi

La lettura restituisce molti momenti di riflessione, di approfondimento, uno di questi è quello in cui si sofferma sulla questione degli attacchi di panico, di cui il Grande Gandhi soffre, e li definisce come il male del Duemila. Può dirmi qualcosa in più su questo argomento?

L’attacco di panico è legato all’istinto di sopravvivenza. Anche il Grande Gandhi, che cerca di svuotare il suo zaino e non avere più a che fare con la paura di perdere, capisce che invece avere paura di perdere qualcuno può offrire un effetto benefico. Perché l’attacco di panico è la paura della paura, è una paura astratta che non si materializza in nessuna causa precisa.

Volevo, in qualche modo, mettere in luce il lato positivo dell’attacco di panico che è visto sempre in un’accezione negativa, a ragion veduta, naturalmente.

Perché è il male del Duemila? Perché viviamo in una società in cui abbiamo molto tempo per lasciare la nostra mente di andare a vagare. Se ci fai caso, nei paesi dove il confronto con la fame o con altre paure più tangibili è un fatto quotidiano, gli attacchi di panico sono quasi inesistenti.

 

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La situazione attuale, quella segnata dall’emergenza sanitaria, l’ha sorpresa nella doppia veste di ristoratore e scrittore. Volevo chiederle che fotografia ha scattato dal punto di vista del ristoratore, e se la creatività ha subito cambiamenti o è riuscito a coltivarla lo stesso?

All’inizio l’ho vissuto male, molti miei racconti prendono spunto proprio dalla mia attività di ristoratore, dalla città, quindi all’inizio ho vissuto un momento di panico collegato alla paura concreta, considerato che sono stato a contatto diretto con moltissime persone per moltissimo tempo. Passato il primo momento di totale smarrimento, ho cominciato a vedere le cose da un’altra prospettiva. Cioè: il secchio è stato rovesciato, il latte è in terra, ora cerchiamo di capire come riempirlo nuovamente. Siamo in questa fase, al momento.

Il rapporto con la creatività ne ha sofferto: io scrivo per divertimento, per piacere, scrivo storie spesso a lieto fine, scrivo quando sento il bisogno di comunicare qualcosa e, per come sono fatto io, quel periodo non era molto fertile per la scrittura. Ho riflettuto molto, in cambio, mi sono guardato dentro e ho pensato alla mia attività da un’altra prospettiva.

Ho l’idea, però, di fare un caso di Zucchini in periodo di Covid, però quando potrò guardare tutto da lontano.


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Per la prima foto, copyright: Andrey Kirov su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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