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Gli oggetti del destino. “Talib, o la curiosità” di Bruno Tosatti

Gli oggetti del destino. “Talib, o la curiosità” di Bruno TosattiTalib, o la curiosità è il romanzo d’esordio di Bruno Tosatti pubblicato da Tunué nella collana Romanzi, e finalista al Premio Calvino 2018: Talib, come si legge nella prefazione, è la quarta di sette storie narrate durante la settimana prima delle nozze della principessa di Babilonia. Il romanzo è una fiaba che racconta la classica quête, la ricerca di qualcuno o qualcosa, ed è ambientato in un mondo fantastico, di cui l’Autore ci informa nelle note a piè di pagina, attraverso una struttura rizomatica che intreccia i destini dei personaggi in una struttura semplice e lineare. Il finale non è però, per fortuna, il classico lieto fine. E la fiaba si ribalta in un dispositivo narrativo profondamente maturo e desiderante.

 

In questo romanzo il reale viene amplificato e deformato in una cosmologia non euclidea (à la Lobacevskij) e i passaggi tra le sfere ricordano moltissimo dei salti quantici. Non città e luoghi immaginari, ma luoghi e nomi reali, «Arequipa», «Tagaste» (la città di Sant’Agostino), «Andamane», adoperati per quello che sono: convenzioni. Come accade per un brano musicale fatto di testo e musica, qui gli ambienti e le azioni si armonizzano: cosa ci dice della genesi del sistema delle Sfere (in coda al romanzo una «Appendice di Sferonomia»), se, insomma, la costruzione del mondo dell’Autore ha preceduto la nascita dei personaggi o viceversa? E come si è regolato con l’onomastica e la toponomastica?

In effetti la costruzione del mondo è venuta prima di ogni altra cosa. La struttura a sfere concentriche e la fisica che regola i fenomeni astronomici, la cosmogonia e la teogonia (che in questo universo si sovrappongono), la filosofia e la metafisica: sono tutte cose a cui ho lavorato molto prima di scrivere il racconto. La forma di questo mondo è il frutto del tentativo di dare una visione alternativa della nostra realtà, e non di uno sforzo di pura fantasia: ecco dunque, perché ho preferito non città e luoghi immaginari, ma luoghi e nomi reali.

 

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Molti gli animali strani («Gran bestiario delle due sfere») che circolano nel mondo dell’Autore: il drago della palude, il «cosmorospo (bufo mescalinus)» allucinogeno, «la sphairozoa tintinnabula, o medusa dello spazio», l’«axolotl,iltemibilepescechecammina». C’è poi il verme-mostro shamir della tradizione ebraica:«èunvermechesenevaingirostrisciandosottoterra» spiega Basel «ingerisce ogni cosa e la sciogliecon lasuabavacorrosiva,lasciandosidietrountunnelgrandee puzzolentecomeunafogna»: è una scena che mi ricorda quel bel film Dune di David Lynch: che rapporti ha con l’immaginario cinematografico?

Amo guardare molti film, ma direi che mentre si scrive un libro, ogni cosa può essere fonte d’ispirazione: il testo di una canzone, un quadro, una poesia, un bassorilievo su un tempio di Angkor…

Gli oggetti del destino. “Talib, o la curiosità” di Bruno Tosatti

Nel suo romanzo appaiono scienziati, filosofi, poeti, esploratori, realmente esistenti con relative opere adattate al mondo dell’Autore. Interpolazioni ironiche e molto intelligenti che possiedono un andamento jazz… a proposito di musica, Gaspard è il personaggio per me più affascinante: «ha percorso mille leghe in cerca delle note giuste, attratto ogni volta da qualche suono nuovo» e il cameo più suggestivo è quello di Fabrizio De Andrè, qui recita la parte di «un poeta di Zena, noto con il nome di Faber» che in uno dei fantomatici canti tratti da «L’Eden perduto» (libera interpretazione del Paradiso Perduto di Milton, immagino); le note a piè di pagina paiono un sottotesto parodico, lietamente sovversivo, à la Rabelais, quasi una storia parallela delle idee: ci racconta un po’ i criteri di questa interpolazione? E che rapporti ha lei con la musica?

Ho pensato che per rendere più credibile il mondo fosse necessario che dalle note emergessero non soltanto le nozioni di fisica e di filosofia, ma anche il percorso di studi e di scoperta che aveva portato alla loro scoperta. E anche in questo caso, dove ho potuto, ho recuperato idee appartenenti alla nostra realtà, divertendomi ad adattarli al mondo di Talib.

 

Ci sono due personaggi: Nizar che «è convinto che sebbene assieme all’immaginazione e al sentimento, il desiderio sia ciò che rende le persone umane, alla fine forse è meglio vivere senza», e Zadig, che sostiene: «quandolaTerrasmetteràdiruotareperopera sua,luidiventeràimmortale,comeloeranoiprimiuomini». Entrambi optano per un annullamento del desiderio, Nizar in versione melanconica e Zadig nella delirante concezione di un godimento infinito. Che ruolo ha il desiderio nel movimento dei personaggi e cosa lo differenzia dalla curiosità?

Stando a Nizar, il desiderio è praticamente una malattia. Ma non ci sono soltanto il desiderio e la curiosità: Miralem è mosso da uno spiccato senso dell’Ordine, cioè della legge; Gaspard dall’Arte, cioè dalla ricerca dell’armonia delle forme suggerita dagli dei. In ognuno dei personaggi prevale una delle sette inclinazioni dell’animo, che gli dei donarono agli uomini proprio per muovere l’esistenza e far nascere le storie.

Gli oggetti del destino. “Talib, o la curiosità” di Bruno Tosatti

Miralem, «unburocratediTifliszelanteerazzista», mi sta molto antipatico e mi ricorda un nostro noto politico italiano, e però la sua presenza ha un ruolo fondamentale, credo, perché riesce ad agganciare un romanzo-favola alla realtà quotidiana, nella quale, ahimè, si susseguono gli episodi sgradevoli e surreali di pastoie burocratiche e razzismi quotidiani: crede che la letteratura del fantastico possa spiegare meglio la realtà, proprio per via della sua ironica distopia?

Potrebbe essere uno strumento utile, ma io con Talib non avevo questa ambizione.

 

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Il golem «si sporge dal bordo della narice e guarda giù: in fondo a quel cratere buio il frugolo non si vede più»: nella nota a piè di pagina si scrive che delle sorti del frugolo se ne riparlerà nel racconto della settima sera, cioè in «Basel, o la follia». Ogni personaggio è legato a un aspetto dell’animo umano: «Lucifer, o il vizio» (I sera), «Crimilde, o l’ansia» (II sera), «Zadig, o l’orgoglio» (III sera), «Talib, o la curiosità» (IV sera), «Apurimac, o la vergogna» (V sera), «Ayda, o l’ingegno» (VI sera), ecc.: dobbiamo aspettarci dunque ulteriori altri sei romanzi, in questa costellazione favolistica?

Ho scritto Talib, o la curiosità immaginandolo come un libro a sé stante. L’idea che fosse il quarto di sette racconti era utile a far procedere il racconto con un ritmo serrato, soprattutto perché mi ha permesso di far entrare e uscire di scena i personaggi in maniera improvvisa o inaspettata.

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