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Gli italiani d’Africa nella “Grande A” di Giulia Caminito

Gli italiani d’Africa nella “Grande A” di Giulia CaminitoUn romanzo di ampio respiro, una scrittura vivace e brillante per raccontare l’altra Italia, quella dell’Africa.

È un esordio che incanta quello di Giulia Caminito. Il suo primo libro La grande A, edito da Giunti nell’ottobre di quest’anno, lascia sorpreso ogni lettore. La sensazione che stupisce di più è il rapporto fra maturità della scrittura e la giovanissima età dell’autrice.

Giulia Caminito si presenta alla tradizione romanzesca italiana con una storia, che recupera i nostri valori patri e fa riscoprire al lettore odierno vita e costumi di un passato dimenticato dalla letteratura nostrana: la storia degli italiani in Etiopia ed Eritrea, quelle terre d’Africa, conquistate da Mussolini e poi diventate patrie nuove sulle quali fondare colonie libere, nello spirito, vive nei colori desertici ed esotici. Siamo davanti a una nuova Italia di genti volenterose, capaci (a differenza degli italiani fascisti) di integrarsi pienamente con gli abitanti locali, sia che questi fossero abissini o greci o beduini. Un’Italia dove non esisteva la parola razzismo e dove si viveva negli agi e nella tranquillità.

Questa è la grande A. A come Africa oppure Addis Abeba o Asmara. La grande A è il sogno degli italiani, quelli più provati dalla guerra e dalla miseria, un po’ come negli anni Cinquanta lo sarà la Grande America.

Questo romanzo parte proprio dalla devastazione bellica. Giada, una bambina adolescente, vive con la zia e la sorella in una Legnano bombardata e sofferente: ci si ciba di spighe raccolte nei campi, si dorme con il terrore delle bombe addosso, ci si accontenta di patate e riso, si nasconde il pane come bene prezioso di cui godere gradualmente. Un bel giorno, sua madre, la signora Adele o Adi, torna da Assab, dove viveva grazie a un bar da lei gestito, per riprendersi le figlie, sia Giada che Rina. A seguito di un diverbio violento con la sorella per la noncuranza con cui aveva trattato le figlie e il sufficiente mantenimento che le aveva dato, tutto questo riferito soprattutto a Giada, Adele propone a entrambe di andare in Africa con lei. Giada accetta, Rina no. Giada sogna così di passare da una vita da case di ringhiera a quella di una benestante italiana in una villetta africana. Inizia così, ancor minorenne, una nuova vita. La grande A si materializza con le sue parlate molteplici, con la sua aridità, con il suo mare, i suoi colori, con le sue case bianche e decorate senza tetto. Un mondo nuovo, amici nuovi e in primis l’affetto caloroso di sua madre Adele.

Gli italiani d’Africa nella “Grande A” di Giulia Caminito

 

E inizialmente l’Africa è il Paese dei suoi sogni e le regala il principe azzurro a cui aveva tanto sperato. Si chiama Giacomo, è italiano, parla inglese e proviene da una famiglia facoltosa: i Colgada. I sogni da adolescente, gli sguardi dolci dell’amore e la felicità da sposini non durano moltissimo. Presto la grande A, pur donando a Giada un figlio di nome Massimo, il suggello più prezioso del matrimonio fra lei e Giacomo, diventerà terra di fatiche e cambiamenti irreversibili. Lì, accanto a lei, sempre Adele, per gli amici Adi, protagonista eccentrica di un romanzo che camaleonticamente sa cambiare pelle come Giada cambia le città in cui vive e porta davanti al lettore usanze, lingue, flora e fauna, colori ed emozioni di un mondo diverso dalla penisola, ma non per questo meno esacerbato e difficoltoso. In mezzo a una storia d’amore, c’è la storia di una ragazzina emigrata, scontenta della guerra e avida di felicità mai trovata. Ne uscirà, alla fine del romanzo, un’altra Giada, in parte specchio materno e in parte plasmata dalle delusioni della vita: una donna matura, dinamica e amorevole madre.

La grande A di Giulia Caminito ci riporta indietro di ben sessant’anni. Un palcoscenico teatrale, di cui sappiamo poco se non le notizie che ci sono derivate dai libri di storia. Come vivevano i nostri italiani trapiantati lì? Si sono mai integrati con quella popolazione multietnica? Si sono mai sentiti giudicati o in pericolo?

 

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Gli italiani d’Africa nella “Grande A” di Giulia Caminito

A dispetto dei romanzi nostrani, quelli del Neorealismo, La grande A sembra un altro mondo. Un universo che Giulia Caminito riesce a tinteggiare con una tavolozza di colori degna del miglior impressionista. Il deserto, le jeep, le gazzelle, i bambini diavoletti, i costumi candidi e quelli sfavillanti. La modernità è lontana. Mentre in Italia arrivavano le utilitarie e i primi elettrodomestici, qui la domenica ci si riunisce al cinema, il sabato sera nei circoli a ballare il boogie-woogie, si legge della madrepatria tramite riviste e lettere dei parenti. Come se la vicinanza, quella di un viaggio navale relativamente corto, fosse in realtà un abisso. È un pullulare di colori cangianti, profumi esotici e sapori marini che allontana i vetri rotti, le bombe e gli spari. È questo il palcoscenico perfetto, che sceglie la giovane scrittrice, per ammaliare il lettore con una prosa narrativa che, degna dei migliori maestri novecenteschi, incolla l’attenzione dal primo all’ultimo rigo. C’è dentro la capacità di gestire un periodo, fra pause, metafore e accumulazioni, di lungo respiro, senza mai eccedere nell’aggettivazione e nell’ornato retorico. Non c’è mai una frase spezzata o incompiuta. Non mancano l’onomatopea e un’escursione linguistica rilevante. Un lessico che accoglie la tipica parlata milanese sulle orme di un certo Gadda, ma sa anche miscelarsi con l’arabo e l’inglese. Un’originalità fuori dal comune. A volte addirittura il singolo vocabolo si inerpica verso l’arcaismo, ma non appare mai pedante, eccessivo o noioso. Equesta mano che sa controllare il pensiero, la penna, fra virgole, punti e virgola e doppi punti, con l’aggiunta di metafore e metonimie, è il genio palese di Giulia Caminito. Senza dimenticare un ulteriore lavoro di ricostruzione sociologica e storica, accurato e ben impostato. Il suo periodo è paragonabile sia a una melliflua tisana che scende dolcemente lungo lo stomaco del lettore, sia a un cocktail frizzante che regala emozione. Sono un miele e peperoncino che catturano l’attenzione e non stancano mai. Siamo lontani dalla scrittura moderna, esile, monofrastica. Qua la prosa è una prosa d’arte, ma lo scatto e la vividezza la rendono piacevole. Non compare quasi mai il discorso diretto introdotto dalle consuete virgolette.

 

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Il pensiero, il litigio, il dialogo arriva dal nulla, senza verbi dichiarativi o altro. Una tecnica similare a quella giornalistica di oggi, inconsueta per la letteratura, ma efficace. Addirittura, nonostante sia un esordio, tenta una forma di sperimentalismo sintattico, davvero particolare. Nel momento in cui il marito di Giada, Giacomo, irrompe nel circolo, dove si trova la moglie, viene scelta una tecnica di trasmissione diretta del pensiero che ricorda Joyce o se vogliamo vederla poeticamente, certi versi del Gruppo ‘63. Con un andamento anaforico e martellante i pensieri immediati e ossessivi del protagonista vengono iterati più volte. Non una o due volte, bensì almeno una decina. Sembra più un loop musicale o un effetto cinematografico che la costruzione della pagina di un romanzo.

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Certo bisogna un attimo abituarsi, all’inizio la tisana sembra quasi bollente, scotta per il palato del lettore. Una volta che si inizia a soffiarci sopra, a seguire il ricamo stilistico, l’ornato oraziano che involge testa e corpo, allora si rimane stregati.

Giulia Caminito con la sua Grande A strega il lettore odierno. Romanzo adatto a tutte le età. Sia per chi ha vissuto per esperienza indiretta la guerra, sia per chi di quella colonizzazione ha letto soltanto nei libri. Straordinario che a recuperare il nostro passato sia una ragazza giovanissima e non un attempato sessantenne o settantenne.

È così che La grande A sconvolge il lettore odierno. Alla pari di quel personaggio, definito nel libro, dai modi “squillanti e arcobaleno”, che è la madre di Giada, Adi. Donna cresciuta da sola, sicura e navigata, istrionica e appariscente, anticonformista e vivace, sicura e madre adorabile. Una spalla a cui la giovane e incerta Giada non può non appoggiarsi. Un personaggio letterario che trascina da sé la storia, oscurando tutti gli altri. Sarà davvero l’Africa la Grande A o piuttosto Adele?

Gli italiani d’Africa nella “Grande A” di Giulia Caminito

Forse l’autrice senza volerlo ha scelto un titolo che si presta a un’interpretazione allegorica tutta da scovare. Non è dato saperlo, perché resta un mistero legato alla Grande A.

 

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Resta il fatto che di Grande c’è un romanzo che attrae il lettore dall’inizio alla fine, recuperando storie e costumi che non conoscevamo, intersecandovi una storia di amore, che come nelle migliori telenovele crea la perfetta dicotomia marito/moglie, senza mai diventar sciatta o banale.

L’attrazione è forte come arido e pizzicante è il vento del deserto. Questo è La grande A: un romanzo che pizzica, fa riflettere e attrae, pur parlando di un arco temporale che oggi nel 2016 sa già di antiquariatoLa luce, tuttavia, che emerge dalla scrittura della Caminito, ne fa un oggetto da collezione, lucente e brillante. 

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