Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

Come leggere un libro

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Perché è importante leggere

Gli insegnanti: solo 18 ore a settimana?

InsegnantiQualche giorno fa, il nostro direttore, Morgan Palmas, forse con intenti provocatori, forse come reazione allo stress di giornate di lavoro troppo lunghe, ha pubblicato un breve post su Facebook:

«Qualcuno è riuscito a dirmi che 18 ore sono tante come ore di lavoro per gli insegnanti. Tante?! La gran parte dei lavoratori fa fra le 36 e le 40 ore a settimana, per non parlare degli straordinari che spesso sono pagati una miseria, inoltre le ferie annuali pagate non sono 15 giorni a Natale più quasi 3 mesi di estate, ma molto meno. 
Gli insegnanti si difendono e dicono che ci sono i compiti e le lezioni da preparare. Benissimo. Supponiamo un'ora al giorno per correggere i compiti e un'ora per preparare una lezione che nel corso degli anni sono lezioni che si standardizzano, supponiamo da lunedì a venerdì, aggiungiamo così alle 18 ore altre 10 ore, e fa 28 a settimana, e siamo stati generosi. Rimane il fatto che ci sono 15 giorni a Natale di ferie e quasi 3 mesi d'estate. 
E non dimentichiamo che nel pomeriggio sono non pochi gli insegnanti che fanno ripetizioni. 
Ora, con tutta la prudenza del caso e con tutto il rispetto che gli insegnanti meritano, se l'argomento è 18 ore sono troppe, no, allora ci si prende forse per i fondelli. Voi che cosa ne dite?»

Il tenore di quanto scritto rende ingiustificabile la presa di posizione del nostro direttore, indipendentemente dalle ragioni che l’hanno generata, e questo per una serie di motivi. Volendo soffermarci solo sulle tre argomentazioni su cui si fonda il post, proviamo a esaminarle con riferimento agli insegnanti regolarmente assunti con contratto a tempo indeterminato (che rappresentano l’80% del corpo docente italiano, come da Rapporto Commissione europea/EACEA/Eurydice, Cifre chiave sugli insegnanti e i capi di istituto in Europa, Edizione 2013, pag. 53, figura B8), visto che gran parte della discussione s’incentra su di loro, come possibili detentori di diritti (o privilegi) che altri lavoratori non avrebbero (gli esempi usati nel corso dell’articolo si riferiscono alle scuole secondarie superiori, ma, fatti gli opportuni distinguo, possono essere riferiti anche agli altri gradi del sistema scolastico, ad eccezione delle scuole pre-primarie, per le quali sussiste un’organizzazione differente).

15 giorni di vacanze a Natale: queste hanno di solito inizio il 24/12 (incluso) e si concludono il 06/01 (incluso), quindi i giorni di vacanza sono 14, e non 15, anche se, per alcune scuole, il periodo di vacanze, nel 2013, è iniziato il 23/12, ma il giorno in più di sospensione dovrà essere recuperato in seguito. Utilizzo il termine “vacanze”, perché gli insegnanti, in quel periodo, non sono tenuti a nessun’attività extra-didattica. Mi si potrebbe rispondere che molti insegnanti, durante il periodo natalizio, svolgono altre attività, come, ad esempio, correggere compiti o preparare le lezioni, ma questo rientra non in un obbligo imposto dall’esterno, quanto in una loro precedente decisione di non preparare le lezioni prima o di fissare compiti in classe a ridosso delle festività natalizie, dato che, per alcune categorie di insegnanti, sussiste l’obbligo di effettuare due prove scritte per il trimestre e tre per il pentamestre, senza indicazione di una data precisa per ognuna delle prove. Diverso è il caso degli studenti, per i quali si può parlare di sospensione dell’attività didattica e non di vacanza, perché, durante il periodo natalizio, sono tenuti a svolgere compiti che saranno oggetto di valutazione e verifica.

Devo, quindi, affermare che quanto scritto dal nostro direttore è parzialmente errato perché aggiunge un giorno di vacanza a quelli goduti dagli insegnanti.

Non entro nel merito delle festività pasquali, anche se varrebbe lo stesso discorso, in quanto il numero di giorni non festivi (cioè, quelli non indicati in rosso da calendario) sarebbe davvero irrisorio: cioè da 2 a 3 giorni di vacanza.

3 mesi di vacanza nel periodo estivo: qui ci si riferisce al periodo che va dal 10 giugno al 10 settembre (più o meno), ma non si tiene conto degli esami di maturità, che si estendono dalla fine dell’anno scolastico fino a metà luglio circa, e le attività preparatorie (come le varie programmazioni didattiche) che solitamente vengono svolte prima dell’inizio del nuovo anno scolastico. Va detto, però, che il coinvolgimento degli insegnanti nelle commissioni d’esame dà diritto al pagamento di un compenso forfettario di 399,00 € (almeno per gli esami di maturità) per ogni classe coperta (si veda, a tal proposito, la sentenza n. 5153/2013 del Tribunale di Salerno, Sezione Lavoro). Questo significa che agli insegnanti assunti a tempo indeterminato e coinvolti negli esami di maturità viene riconosciuto un compenso extra per questo ulteriore impegno; compenso che si aggiunge a quello regolarmente percepito come mensilità. Quindi, sorge una domanda: considerato che il lavoro extra è compensato a parte in quanto ritenuto un’attività straordinaria, perché non si può dire che l’insegnante è in vacanza già dalla fine dell’anno scolastico (inclusa la settimana degli scrutini finali), quando cioè la sua attività ordinaria cessa, percependo, com’è giusto che sia, lo stipendio ordinario? Perché, qui, siamo in una prospettiva logica: o sei in un regime di attività ordinaria e, quindi, dovresti essere pagato una sola volta, o non lo sei e, quindi, sei in ferie dall’attività ordinaria, che si è conclusa con gli scrutini finali, appunto. L’accettazione di un pagamento aggiuntivo implica che quello che si sta svolgendo è un’attività non ordinaria e, dunque, non conteggiabile ai fini del normale monte ore che concorre alla determinazione del compenso mensile ordinario.

Per quanto riguarda le attività preparatorie, possiamo dire che queste hanno inizio ai primi di settembre e si estendono, quindi, per un periodo quantificabile in 15 giorni, sebbene non a tempo pieno, nel senso che l’insegnante non si reca tutti i giorni a scuola, come avviene nel normale periodo di attività didattica, bensì solo nei giorni di riunioni/incontri.

Quindi, anche in questo caso, il rilievo del nostro direttore è parzialmente errato perché non si tratta di 3 mesi di vacanze nel periodo estivo, ma di 2 mesi e 15 giorni, che, per gli insegnanti assunti a tempo indeterminato (dei quali si sta qui discutendo), sono regolarmente retribuiti (escludo l’impegno sugli esami di maturità per le ragioni esposte sopra).

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Issuu e Pinterest]

Insegnanti18 ore di lavoro a settimana

Questo è il nucleo centrale del discorso, che scatena, a ragione, le polemiche più accese.

La domanda è: sono davvero 18 ore a settimana? Ho provato a fare una ricerca, dal momento che le risposte a quest’affermazione non hanno fornito un dato preciso.

Secondo il Rapporto Eurydice citato, «in generale l’orario di servizio stabilito nella grande maggioranza dei paesi è pari a 35-40 ore settimanali ed è identico per tutti i livelli educativi» (pag. 18), il che sembrerebbe smentire quanto sostenuto dal nostro direttore. Quest’ultimo, però, parlava dell’Italia e non dell’intera UE. Per l’Italia, infatti, a pag. 76 del suddetto report (figura D5a) si legge che il numero di ore di insegnamento nelle scuole secondarie (inferiori e superiori) è, appunto, pari a 18 per l’attività didattica, mentre «le ore trascorse a scuola per altre attività sono solo parzialmente quantificabili, in quanto sono costituite da un numero minimo di ore annue per attività collegiali formali e un numero di ore non quantificabili per altre attività  che il contratto definisce come funzionali all’insegnamento» (pag. 77).

Stando al comma 3 dell’articolo 42 del CCNL 1995, per la parte rimasta in vigore, sono quantificabili alcuni impegni di carattere collegiale:

  1. riunioni del Collegio dei docenti, ivi compresa l’attività di programmazione e verifica di inizio e fine anno e l’informazione alle famiglie sui risultati trimestrali o quadrimestrali e finali per un totale di 40 ore annue;
  2. partecipazione a consigli di  classe o interclasse per un monte orario non superiore alle 40 ore annue;
  3. lo svolgimento di scrutini ed esami e la compilazione de relativi atti concernenti la valutazione.

Volendo considerare, poi, altre 10 ore per gli scrutini e la compilazione degli atti, abbiamo un totale di 90 ore annue (intendendo per “anno” i 9 mesi di attività didattica), cioè 2,5 ore a settimana, anche se va detto che non sono suddivise in modo così rigoroso.

Si arriva, così, a un totale di 20,5 ore settimanali, di cui 18 per attività didattica e 2,5 per le attività extra-didattiche di cui sopra.

Dunque, la stima effettuata nel post su Facebook di 18 ore di lavoro settimanali risulta parzialmente errata perché non considera queste 2,5 ore a settimana in più.

Stando sempre al Rapporto Eurydice di cui sopra, i colleghi tedeschi, a parità di ore per l’attività didattica, hanno un numero totale di ore di disponibilità a scuola pari a 23 a settimana (2,5 in più dell’Italia), e per i colleghi portoghesi questo monte ore varia tra un minimo di 22 e un massimo di 35 (da 2 a 15 ore più dell’Italia). Questo potrebbe essere a parziale giustificazione della differenza di compensi sussistente, anche se stando alla figura D9 del suddetto rapporto (pag. 85) risulta, per la scuola secondaria superiore, che:

  • gli insegnanti tedeschi sono retribuiti circa 38 € lordi a ora;
  • gli insegnanti italiani sono retribuiti circa 26,45 € lordi a ora;
  • gli insegnanti portoghesi sono retribuiti circa 20,83 € lordi a ora.

Effettivamente, nel caso della Germania, si può parlare di un pagamento più elevato rispetto all’Italia, mentre, nel caso del Portogallo, il compenso orario risulta inferiore, perché gli insegnanti portoghesi sono tenuti a restare a scuola per un tempo maggiore.

Tutto questo a fronte di un rapporto alunni/insegnanti pari a 12,0 per l’Italia, 15,9 per la Germania e 7,5 per il Portogallo. In pratica, rispetto al rapporto alunni/insegnanti, l’Italia si colloca a metà tra la Germania e il Portogallo, ma tra i Paesi UE con il rapporto più basso. Questo senza voler entrare nel merito delle differenze sussistenti fra i tre Paesi circa la qualità dell’insegnamento e dell’offerta didattica, perché un discorso di questo tipo è molto difficile per l’Italia, come si vedrà tra poco.

Dal conteggio delle ore sono escluse due attività:

  • preparazione delle lezioni;
  • correzione degli elaborati.

Questo dipende dal fatto che tali attività non sono quantificabili in termini di numero di ore necessarie al loro espletamento. Ed è su questo punto che nasce la confusione più grande, in considerazione del fatto che alcuni insegnanti ritengono addirittura che per preparare il materiale necessario a un’ora di lezione impieghino fino a quattro ore di lavoro, a seconda della complessità della lezione. Il problema è che tale lavoro non risulta documentabile né dimostrabile in alcun modo, per due ragioni: una di carattere logistico, l’altra legata alla mancanza di un sistema di valutazione dei materiali didattici prodotti, che, nei fatti, costituiscono il prodotto finale di tale attività.

Il motivo di carattere logistico è quello che comporta l’impossibilità di una quantificazione anche solo prettamente oraria: gli insegnanti si avvalgono della possibilità di svolgere queste attività fuori dall’edificio scolastico, il che le rende, per ovvie ragioni, difficilmente quantificabili, perché non monitorabili nell’atto del loro espletamento. Basterebbe che gli insegnanti italiani svolgessero queste due attività a scuola, per rendere, dunque, facilmente monitorabile il processo di svolgimento delle stesse, anche in termini di quantificazione oraria, in vista di una retribuzione più equa. Allora, perché non si adotta questo accorgimento? La decisione spetterebbe al Collegio dei Docenti, su proposta del Dirigente scolastico, e al Consiglio d’Istituto, formati il primo dagli insegnanti e il secondo da rappresentanti di insegnanti, personale ATA, studenti e genitori. Dal momento che il Dirigente scolastico può avanzare proposte anche su segnalazione del corpo docente, l’unico problema verrebbe dai rappresentanti di personale ATA, studenti e genitori, che, però, non vedo per quali ragioni dovrebbero opporsi alla proposta di consentire ai docenti di effettuare un rientro pomeridiano a scuola, lasciando aperte anche quelle aule che non sono occupate da corsi di recupero, o altre attività didattiche pomeridiane. Del resto, se un’aula scolastica può ospitare 20-30 alunni che, in quell’aula dovrebbero apprendere, potrebbe senz’altro ospitare 10 docenti che lavorano per preparare le lezioni o correggere gli elaborati. Esistono, sicuramente, delle difficoltà logistiche, come la penuria di materiali e attrezzature, ma tali problemi sussistono anche per gli studenti, per i quali, invece, sono ritenuti superabili, nonostante siano al centro di un processo di apprendimento.

Restano, inoltre, irrisolte altre domande, su cui sarebbe opportuno rispondere, anche per pensare a una riforma del sistema scuola:

  1. esiste qualche altra professione, con tutele da lavoratore dipendente, che possa vantare 14 giorni di vacanze nel periodo natalizio, 2 o 3 giorni di vacanze nel periodo pasquale, 2 mesi e 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, 3 giorni di permesso retribuito, 6 giorni di ferie annue, come da contratto collettivo nazionale, e l’obbligo di restare sul luogo del lavoro per sole 20,5 ore a settimana?
  2. perché gli insegnanti non propongono al Dirigente di svolgere attività di preparazione delle lezioni e correzione degli elaborati all’interno dell’edificio scolastico? Perché preferiscono svolgerle a casa, rendendole di fatto non quantificabili? Perché le difficoltà di cui sopra, nel caso dei docenti, risultano insormontabili, ma per i discenti sono superabili?
  3. c’è una relazione tra la difficoltà del Collegio dei Docenti e del Consiglio d’Istituto di decidere di consentire ai docenti, cioè a loro stessi, di preparare le lezioni e correggere gli elaborati all’interno dell’edificio scolastico e la spesa annua che le famiglie italiane sostengono per le ripetizioni private degli studenti, spesa che, nel 2011, ammontava a 420 milioni di euro?

So bene di andare incontro a un’obiezione, e cioè di non tener conto del fatto che il lavoro dell’insegnante è di alto profilo, in quanto ha il compito di educare e istruire, oltre a quello, forse più importante, di formare coscienze. Su questo piano, però, si pone un problema che è di valutazione e controllo sull’operato dell’insegnante: può un ruolo professionale così centrale e importante non essere sottoposto ad alcuna valutazione? Visto che appena poco più del 20% degli insegnanti crede che nella propria scuola gli insegnanti sarebbero licenziati a causa di scarse prestazioni prolungate (vedi report citato, pagina 56, figura B11), forse sarebbe giunto il momento di arrivare anche a un sistema adeguato di valutazione dell’insegnante in aula, attraverso, magari, l’intervento di pedagogisti esperti che possano valutarli non sulla base dei risultati dei discenti (il che sarebbe ingiustamente limitante verso l’insegnante), ma sulla base del comportamento in aula, dell’approccio didattico adottato, della rilevanza e pertinenza dei materiali didattici utilizzati, ecc., cioè prendendo in esame dei criteri di valutazione incentrati su aspetti che sono centrali per l’attività dell’insegnante. Volutamente non ho fatto riferimento alla sola responsabilità civile e penale, perché va salvaguardata anche la dignità di un ruolo professionale che non può essere ridotto a quello di un mero guardiano d’aula. 

Mi si potrebbe obiettare che nessun altro dipendente pubblico è sottoposto a questo livello di valutazione. Potrebbe anche essere, sebbene dipenda dalle categorie, ma resta il fatto che un’obiezione di questo tipo aprirebbe a un ulteriore interrogativo, sgradevole anche solo a porsi: un insegnante che risponde in questi termini non ha fatto venir meno il suo ruolo di educatore e formatore di coscienze?

Il tuo voto: Nessuno Media: 3.5 (20 voti)
Tag:

Commenti

In Italia l'insegnamento è libero anche nell'accesso. Dati i numerosi vantaggi, le conviene entrare nel sistema.

Il problema della quantificazione delle ore non ci sarebbe se anche gli insegnanti lavorassero 36 ore settimanali testimoniate da un badge. Vada per le ore di lezione frontale che ritengo siano adeguate, ma credo che la preparazione della lezione, la correzione dei compiti e quant'altro dovrebbe avvenire entro le mura della scuola e non fuori di queste. In quelle ore, che segnerebbero la differenza tra la lezione frontale e le 36 ore settimanali alla pari di qualsiasi altro dipendente pubblico, l'insegnante potrebbe essere a disposizione degli studenti e delle famiglie per colloqui e/o per aiutare quegli alunni che necessitano di un maggior supporto; solo così metterebbero in pratica fino in fondo il proprio ruolo di formatore ed educatore e non semplicemente di trasmissione di un sapere nozionistico.

Io l'avevo già scritto in un commento su Facebook. Chi dice che 18 ore sono poche non ha mai insegnato. Mettiamolo allla prova anche per un periodo limitato e poi sentiamo cosa ha da dire. Non si tratta solo del numero di ore. Avete mai pensato a quanto sia intenso stare davanti a una classe per 5 o 6 ore di fila? mica potete andare a farvi la pausa sigaretta.... non si può abbassare la guardia per un momento davanti a un gruppo di studenti ... provateci, e vedrete quanto sia facile, poi tornerete a raccontarci cose ne pensate...

La ringrazio del commento. In realtà, non ho mai scritto di incrementare il monte ore dell’attività didattica degli insegnanti. Ho semplicemente chiesto per quali ragioni gli insegnanti rendono non quantificabili in termini quantitativi e qualitativi attività che, invece, sono di importanza fondamentale e che, pure, dicono di svolgere. Mi riferisco, lo ripeto, a quelle attività che attualmente sono svolte a casa. Le domande precise sono riportate all’interno dell’articolo.

Un piccolo dubbio: un insegnante deve svolgere 18 ore a settimana su 5 giorni, come fa a restare "davanti a una classe per 5 o 6 ore di fila"? 5 ore per 5 giorni a settimana darebbero 25 ore, non 18. Invece, lei ammette esplicitamente che un insegnante svolge 18 ore di attività didattica.

Ma pensate che esista solo la scuola superiore? Scuola dell'infanzia 25 ore settimanali più tutto il resto, scuola primaria 24 ore settimanali più tutto il resto che non sto nemmeno a dire......e sul fatto che non rendiamo quantificabile l'orario di lavoro " a casa" chiedo: ma voi avete mai lavorato in un luogo privo di riscaldamento?? O avete mai lavorato in una scuola dove il collegamento internet funziona un giorno sì e dieci no? E lo sapete che tutta la documentazione è online? Se internet non funziona quasi mai che facciamo? Blocchiamo tutto? Non facciamo i registri? E nemmeno gli scrutini?
Poi preciso sulle ferie: a Natale non sono 15 giorni se togliamo le festività; e noi finiamo di lavorare il 30 giugno e anche oltre non il 10! E abbiamo 36 gg di ferie dei quali NON possiamo usufruire quando ci pare, diversamente da altri lavoratori, E ancora: corsi di aggiornamento a carico nostro più spesa benzina perchè di solito li fanno lontani almeno 30 km da casa ( quando va bene),dimenticavo che altre categorie lavorative quando fanno corsi di aggiornamento sono esonerate dal lavoro mentre noi li facciamo DOPO l'orario di servizio, libri per le attività didattiche a carico nostro, strumenti tecnologici a carico nostro, connessione internet a carico nostro. Ditemi.....vi devo pagare per poter lavorare???? Perchè così sembra...Smettetela con i luoghi comuni e andate a toccare con mano prima di giudicare...A noi va benissimo lavorare 36 ore/ settimana perchè già lo facciamo, non abbiamo paura di essere valutati perchè già lo siamo...ma se pensate che per risolvere tutti i mali del mondo si debba colpire la nostra categoria, accomodatevi....io però vi dico: iniziate a fare il vostro lavoro di genitori, se avete figli
perchè ce li mandate a 6 anni che non sanno nemmeno pulirsi il sedere, non sono capaci di mangiare,non sanno distinguere una carota da un cetriolo ma usano il cellulare!!! Buonanotte!

Il problema della non quantificazione è insussistente, poiché riguarda soltanto l'irrilevante aspetto temporale, che non è il solo né il più saliente.
Ma le attività di preparazione delle verifiche, la loro correzione, e l'autoformazione e/o preparazione di dispense, materiali e lezioni, si computano in modo significativo "ad opera", non "ad ore".
La differenza si può cogliere anche in altre professioni con un minimo di contenuto creativo.
E' poco significativo pagare un muratore ad ore svolte, quel che interessa è che alla fine dei termini di tempo, il muro sia fatto e fatto bene.
Sicché il dove e il per quanto tempo le attività si svolgono solo solo pinzillacchere : l'importante è che i compiti vengano progettati, corretti, e che i materiali vengano prodotti, e che ci si tenga aggiornati.
Sicché credo che il busillis della questione non sia quello di stabilire di quante ore si tratta, ma di capire che tale numero sia irrilevante.
Se uno è un Einstein può fare uno stesso task in breve tempo, se uno è più lento ce ne metterà di più, come gli torna comodo : devono essere squisitamente affari suoi.
C'è già un eccesso di "sincronicità" e di carico intensivo nella parte frontale, ci manca soltanto di voler ingabbiare pretestuosamente e senza alcun vantaggio concreto (che dar sollievo alle invidie diffuse), la parte preparatoria propedeutica a essa. Se tizio lavora bene di sera tardi, deve poterlo fare quando è più lucido. Il cottimismo è qualcosa di pertinente alle catene di montaggio, non ad attività creative, compositive.
Se un avvocato fa una buona arringa, a nessuno deve interessare per quante ore si sia studiato le carte, e se sia andato in questa o quella biblioteca o abbia studiato da casa propria (quei dettagli devono essere a sua discrezione).

Rifacciamo i calcoli in base a queste tabelle e poi ne riparliamo.
http://criticaimpura.wordpress.com/2012/10/24/mobilitazione-della-scuola...

La ringrazio per la segnalazione dell’articolo. In realtà, i dati citati sono uguali a quelli che riporto io, e ripresi dallo studio della Commissione Europea, EACEA, Eurydice, citato all’interno dell’articolo.
L’articolo che lei cita, però, contiene una parzialità oggettiva, un errore altrettanto oggettivo e solleva una questione di carattere etico, a mio avviso molto importante.

Parzialità: la tabella Eurydice 2011 che lei riporta effettua un confronto sulla base delle sole ore di attività didattica, ma non tiene conto di un altro parametro importante, cioè l’effettiva disponibilità del docente a scuola, anche per attività non didattiche, ma comunque connesse all’insegnamento. È senz’altro vero che gli insegnanti italiani svolgono 18 ore di attività didattica, ma è pur vero che trascorrono a scuola solo 20,50 ore a settimana, il che è al di sotto della Germania, ad esempio. La invito a verificare la tabella completa riportata nel Rapporto Eurydice 2013, segnalato anche nel mio articolo.

Errore: molte delle attività elencate come rientranti nel lavoro sommerso (concetto sul quale ritornerò tra poco) in realtà fanno parte integrante del Contratto Collettivo Nazionale e sono quantificate in modo preciso, oppure sono retribuite a parte in modo forfetario con i fondi FIS (si veda, ad esempio, Orizzontescuola.it)

Questione etica: l’articolo parla di “lavoro sommerso”. Riportando l’argomento in termini scientifici, il lavoro sommerso «Viene denominato sommerso, secondo alcuni, perché non appare nei bilanci aziendali né nelle rivelazioni statistiche ufficiali, mentre appare nei bilanci nazionali solo come stima, peraltro di difficile e discussa valutazione metodologica» (fonte: http://www.fedoa.unina.it/7940/1/ALNASER_EMAD_HASSAN_23.pdf, pagg. 12-13). In realtà, mi sembra che le vostre attività siano inserite all’interno del CCNL in modo da essere quantificate con precisione, ad eccezione di quelle svolte al di fuori dell’edificio scolastico.
Mi chiedo, quindi, perché il corpo docente non si adoperi per attuare un processo di emersione del lavoro sommerso. Riporto, dunque, le domande poste nell’articolo:
a. perché gli insegnanti non propongono al Dirigente di svolgere attività di preparazione delle lezioni e correzione degli elaborati all’interno dell’edificio scolastico? Perché preferiscono svolgerle a casa, rendendole di fatto non quantificabili? Perché le difficoltà di cui sopra, nel caso dei docenti, risultano insormontabili, ma per i discenti sono superabili?
b. c’è una relazione tra la difficoltà del Collegio dei Docenti e del Consiglio d’Istituto di decidere di consentire ai docenti, cioè a loro stessi, di preparare le lezioni e correggere gli elaborati all’interno dell’edificio scolastico e la spesa annua che le famiglie italiane sostengono per le ripetizioni private degli studenti, spesa che, nel 2011, ammontava a 420 milioni di euro?

Gentilissimo,
rispondo dopo tempo immemore ricapitando per caso sul sito perché sinceramente di una vexata quaestio peraltro così mal posta avevo fatto tabula rasa abbastanza facilmente.
Lei scrive: "In realtà, mi sembra che le vostre attività siano inserite all’interno del CCNL in modo da essere quantificate con precisione, ad eccezione di quelle svolte al di fuori dell’edificio scolastico." Temo che sia proprio questo il punto. Credo infatti che all'interno dell'articolo da me proposto il termine "lavoro sommerso" volesse significare semplicemente "lavoro scolastico effettivamente svolto dall'insegnante ma che non si vede perché non è svolto fra le mura scolastiche bensì altrove", e non l'equivalente di "lavoro nero" come sembra suggerire lei. Come le possa essere venuto in mente un "lavoro nero di Stato" davvero non lo so; a mio parere è segno di malafede nel porre la famosa "questione etica": il lavoro nero viene retribuito poco e male e senza tutele pensionistiche assicurative sanitarie ecc., il lavoro sommerso di cui si parla in quell'articolo è parte del lavoro dell'insegnante che non è contemplato dal CCNL, quindi lo si svolge senza retribuzione nonostante le tutele ecc. e questa è cosa ben diversa, come tornerò a dire fra poco.
Certo infatti che molti di quei punti elencati nell'articolo sono considerati all'interno del CCNL e non sono "sommersi", il problema sono i ritardi nel rinnovo del CCNL e chi pensa che il "lavoro scolastico effettivamente svolto dall'insegnante ma che non si vede perché non è svolto fra le mura scolastiche bensì altrove", cioè la parte effettivamente "sommersa" del lavoro, non vada conteggiata nelle statistiche.
Io non avrei alcun problema a svolgere orario lavorativo di 8 ore a scuola, sotto autorizzazione dell'USP: ma allora la scuola dovrebbe fornirmi, come accade altrove, l'ufficio, il computer, gli strumenti di cancelleria e quant'altro sia necessariamente di supporto ad un lavoro dignitoso. Sic non est: allora mi porto il lavoro a casa. Sfido i dipendenti delle poste o dei pubblici uffici a portarsi il lavoro a casa senza sclerare e lamentarsi: noi ci lamentiamo solo se tentano furbescamente di aumentare l'effettivo orario di lavoro a parità di stipendio.
Aggiungiamo che il lavoro svolto in casa ha un costo, ed è a spese del lavoratore (fotocopie didattiche, corrente, internet, materiale informatico e cartaceo, libri non di testo, autoaggiornamento ecc.). Si tratta di una discreta spesa mensile ed annuale: per me avere un ufficio a scuola a disposizione fino a tardi sarebbe una liberazione! Ma si domandi: converrebbe economicamente allo Stato e ai Comuni tenere aperte le scuole e i plessi non dotati del tempo prolungato / tempo pieno? Ma se stanno tagliando pure lì! Lei è al corrente del fatto che nei bagni delle scuole c'è personale che si porta la carta igienica e il sapone da casa perché lo Stato non ne fornisce? Lei è al corrente del fatto che nelle scuole non ci sono fondi per nessuna fornitura e che i pochi acquisti fatti col FIS finiscono prima del termine mensile per bisogno? Lei, che parla di FIS, è al corrente del fatto che siccome i fondi d'Istituto sono sempre meno anche i progetti della Scuola dell'Autonomia sono sempre meno e i POF si impoveriscono, semplicemente perché non è più possibile finanziarli? E lei chiede di rimanere in una struttura di tal sorta otto ore in queste condizioni?
Ma torniamo a noi:il punto è che, come lei stesso ammette, per quanto molte di quelle attività di cui parla l'articolo da me segnalato siano contemplate dal CCNL, diverse di esse non lo sono, eppure vengono svolte lo stesso in quanto necessarie, e vengono svolte fuori dalle mura scolastiche: non si vedono nel loro svolgimento, ma se ne vedono gli effetti. Allora, io ci rimango pure a scuola otto ore, ma voglio l'adeguamento di stipendio per le attività non contemplate dal momento in cui diventeranno tracciabili, cioè visibili. E torno a chiedere: ciò converrebbe allo Stato?
Per quanto riguarda le ripetizioni invece non saprei dire, io non ne faccio: dedico il mio poco tempo libero agli hobby, quelli stessi che mi salveranno dal burnout dell'insegnante il più a lungo possibile. Sempre che il magro stipendio per lavorare in questo modo irto di difficoltà (lo stipendio iniziale di un docente di scuola media è di 1258 euro e gli scatti sono stati pure bloccati per diverso tempo!) ed essere anche vessati da chi parla senza cognitio causae non ci indurranno alla neuro lo stesso prima o poi.
Cordialmente
Sonia Caporossi

Gentilissima signora,

una prima precisazione si rende necessaria. Ad utilizzare la dicitura "lavoro sommerso" in maniera impropria rispetto alla letteratura scientifica è l'articolo che lei cita, non io, come ho esplicitamente indicato nel mio precedente commento.

Mi spiace, comunque, che lei consideri la discussione come una vexata quaestio, ma, vede, io stesso sto cercando con tutti gli insegnanti intervenuti di giungere a una conclusione fruttuosa. Vorrei, quindi, provare a farlo anche con lei. Pertanto, la ringrazio del commento molto lungo, che, in alcuni punti, sembra portare argomentazioni a sostegno del mio articolo più che contraddirlo e che riprende argomentazioni su cui si è già discusso (veda ad esempio la questione sul burnout su cui troverà interessanti spunti negli altri commenti in calce all'articolo), ma le rinnoverei la gentile richiesta di voler rispondere alle seguenti domande:

1) esiste qualche altra professione, con tutele da lavoratore dipendente, che possa vantare 14 giorni di vacanze nel periodo natalizio, 2 o 3 giorni di vacanze nel periodo pasquale, 2 mesi e 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, 3 giorni di permesso retribuito, 6 giorni di ferie annue, come da contratto collettivo nazionale, e l’obbligo di restare sul luogo del lavoro per sole 20,5 ore a settimana?
2) perché gli insegnanti non propongono al Dirigente di svolgere attività di preparazione delle lezioni e correzione degli elaborati all’interno dell’edificio scolastico? Perché preferiscono svolgerle a casa, rendendole di fatto non quantificabili? Perché le difficoltà di cui sopra, nel caso dei docenti, risultano insormontabili, ma per i discenti sono superabili?
3) c’è una relazione tra la difficoltà del Collegio dei Docenti e del Consiglio d’Istituto di decidere di consentire ai docenti, cioè a loro stessi, di preparare le lezioni e correggere gli elaborati all’interno dell’edificio scolastico e la spesa annua che le famiglie italiane sostengono per le ripetizioni private degli studenti, spesa che, nel 2011, ammontava a 420 milioni di euro?

Sarebbe preferibile, però, evitare di rispondere con altre domande, a cui potrei senz'altro rispondere, ma solo dopo aver ottenuto risposte precise e circostanziate alle domande poste nell'articolo.

Cordialmente.

Antonello Rimaldini

Ma di cosa stiamo parlando? La maggior parte delle persone lavora 8 ore al giorno a Natale se va bene fa una settimana incluse le festività e in ferie in estate ci va 15 gg...
Ma provate ad andare a lavorare in fabbrica e poi mi dite..
Io trovo intollerabile questa cosa delle 18 ore. Gli insegnanti come tutti dovrebbero lavorare minimo 36 ore alla settimana, in classe quelle che fanno ora e il resto a correggere,pianificare, prepare le lezioni,bene... ma se ne stiano in istituto a fare ciò non a casa, con il badge da passare al termine delle loro 7 ore di lavoro.

Ma: mi pare che quanto ha scritto Morgan Palmas sia, più che lontano dalla realtà, estraneo alla realtà. E ho l'impressione che la risposta di Antonello Rimaldini non riesca a fare il punto.
Premessa: non sono un dipendente del ministero della Pubblica istruzione; non sono un lavoratore dipendente; ho lavorato qualche anno (collaborazioni occasionali) con l'Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa della Provincia Autonoma di Trento; lavoro saltuariamente con scuole, principalmente della secondaria superiore. Non intervengo, insomma, per difendere la mia categoria.
Parlare di "un'ora al giorno per correggere i compiti e un'ora per preparare una lezione che nel corso degli anni sono lezioni che si standardizzano" è banalizzare. Pensare che le lezioni "si standardizzino" è ingenuo: i ragazzi sono sempre diversi, non si insegnano sempre le stesse discipline e non sempre nelle stesse classi. Insegnare italiano in una prima scientifico senza latino è cosa piuttosto diversa da insegnare italiano in una quarta scientifico col latino: e l'attuale gestione del personale nelle scuole sacrifica molto spesso la continuità didattica all'esigenza di coprire tutti i posti necessari (ovvero: gli insegnanti sono continuamente sbalzati tra biennio e triennio; chi può insegnare diverse materie passa ora all'una ora all'altra eccetera: molto più di quanto accadeva quando Morgan - così a occhio - andava a scuola).
"Correggere i compiti" è un'attività pressoché desueta. Molte scuole sono ormai dotate di una piattaforma che permette il contatto continuo tra gli studenti e l'insegnante. Il lavoro casalingo e saltuario di "correzione dei compiti" si sta trasformando, si è in buona misura ormai trasformato, in un lavoro quotidiano: dove la correzione (ottima cosa) diventa sempre più attività didattica (ti insegno correggendo il tuo lavoro) e sempre meno "valutazione" nel senso tradizionale.
Il lavoro "burocratico" affiancato all'insegnamento è sempre più oneroso. Da quando i nostri governi sono diventati liberali e liberisti, da quando gli autonomisti sono entrati nel Parlamento e nei governi, il ministero dell'Istruzione è diventato sempre più dirigista e accentratore. Ciascun insegnante deve documentare il proprio lavoro (preventivamente, con le programmazioni; successivamente, con relazioni) in maniera piuttosto minuziosa. Questo prende molto tempo.
I momenti collegiali (consigli ecc.), i contatti con le famiglie e così via: altro tempo che se ne va. E non solo tempo: anche fatica.
E poi, mannaggia, gli insegnanti studiano. Quando un insegnante elementare guarda in televisione i cartoni della Pimpa, sta studiando: perché la Pimpa sta nel "fondo culturale" dei bambini che poi trova in classe. Quando un insegnante di greco antico rilegge per l'ennesima volta l'Iliade, sta studiando. Quando un insegnante di fisica legge "Le Scienze", sta studiando. E così via. Mi vergogno quasi di dover dire di queste banalità.
Quanto ai tre mesi di vacanze estive, sono una favola (e sarà il caso di ricordare che se un insegnante ha il coniuge che fa un infarto durante l'anno scolastico, praticamente non ha modo di prendersi ferie).

Io sono un insegnante libero professionista. Insegno, a richiesta, la cosa chiamata "scrittura creativa". Lavoro principalmente con adulti. E so questo: che passo in aula 16/18 ore per settimana; e le ore necessarie a preparare quelle 16/18 ore sono innumerevoli (non nel senso che sono tantissime: nel senso che non è possibile contarle; perché ogni istante della mia vita, compreso questo qui nel quale sto scrivendo qui, fa parte in una qualche misura della preparazione di quelle ore d'insegnamento).

La ringrazio per il commento. Capisco che, quando si parla di scuola e insegnanti, sia facile entrare nel demagogico, utilizzando espressioni abusate, ma a me piace proseguire lungo la linea che ho provato a tracciare con il mio articolo, mettendo da parte, dunque, la ricerca di un facile plauso, ma lasciando che siano i dati a parlare.

Standardizzazione delle lezioni: il riferimento del nostro direttore alle lezioni che si standardizzano ha fatto storcere il naso anche a me. Però, ragionando sempre con riferimento agli insegnanti assunti a tempo indeterminato (la maggioranza del corpo docente – a questo proposito, la invito a leggere il mio articolo, dove troverà il dato preciso e la fonte), resta il fatto che uno dei principi della progettazione formativa e didattica è la creazione di materiale didattico che risponda a caratteristiche precise di un target di studente, ad esempio l’allievo della seconda classe del liceo scientifico, che ci si aspetta abbia acquisito determinate conoscenze di base durante il primo anno di studi (non è un caso che si parli di percorso di studi). Va da sé che i materiali didattici creati in questo modo debbano essere adattati alle specifiche esigenze di una classe reale. Ma il processo di adattamento non è una creazione ex novo.
Questo processo, che è alla base della connotazione del corso di studi come un percorso di apprendimento, non accade? E allora bisognerebbe chiederne conto a chi dovrebbe animarlo, anziché usare questa mancanza come strumento per giustificare un sovraccarico dei tempi di lavoro.

Per le altre sue affermazioni, purtroppo, non sono riuscito a trovare dati precisi che le confermino o le smentiscano. Potrebbe essere così cortese da fornirli?

In relazione alla correzione dei compiti, che, a suo dire, sarebbe un’attività pressoché desueta, le chiederei la gentilezza di fornirmi dei dati precisi sul numero delle scuole pubbliche che utilizzano la piattaforma tecnologica da lei descritta e il numero di docenti che adottano questa metodologia. Ho il sospetto, infatti, che, molto spesso, si tenda a generalizzare esempi circoscritti di buone pratiche, che, purtroppo, riguardano una stretta minoranza. Ma vista la sicurezza con cui si è espresso, sono certo che avrà dei dati precisi a disposizione. La ringrazio in anticipo.

Per quanto riguarda i momenti collegiali e il lavoro burocratico, purtroppo, debbo farle notare che si tratta di attività contemplate già nel Contratto Collettivo Nazionale. Nel primo caso, addirittura, il CCNL stabilisce che debbano essere svolte per non più di 80 ore annue. Mi spiace che a lei sembrino troppe, ma il punto è che sono già inserite nel monte ore che contribuisce alla determinazione dello stipendio mensile dell’insegnante. Ho citato sempre nell’articolo i riferimenti precisi all’articolo del CCNL.

Non comprendo, poi, le ragioni per le quali ci si lamenta perché si chiede di documentare il lavoro svolto in modo preciso. Quale sarebbe la controproposta: quella di non fornire alcuna documentazione? E in base a quale principio il lavoro di insegnante non dovrebbe essere documentato? Lei mi dirà: nessun altro dipendente pubblico compila così tante relazioni come un insegnante. Ma esiste qualche altro dipendente pubblico che, una volta entrato in ufficio, si trova a gestire un’attività che non è documentabile né valutabile? Le faccio un esempio: l’addetto all’ufficio protocollo del comune non compila relazioni, ma se questi non lavora l’iter di lavorazione di una pratica s’interrompe e la responsabilità è individuabile. Lo stesso vale per il Dirigente di una struttura complessa all’interno di un’azienda ospedaliera. Semmai il problema con gli insegnanti è un altro: una volta compilate le loro relazioni, che sono dichiarazioni di parte (perché è l’insegnante stesso che dichiara di aver svolto determinate attività), esiste un controllo incrociato? La risposta, come lei sa, è negativa.

Per quanto riguarda i 3 mesi di vacanza, che ho già ri-quantificato in 2 mesi e 15 giorni, mi interesserebbe conoscere perché li ritenga una favola. Io ho evidenziato dei calcoli precisi nel mio articolo (calcoli che nessun insegnante ha contestato, ma anzi aveva già confermato nei commenti di risposta a Morgan Palmas), lei, invece, solo un’affermazione che, però, è smentita dai dati.

Lei scrive: “sarà il caso di ricordare che se un insegnante ha il coniuge che fa un infarto durante l'anno scolastico, praticamente non ha modo di prendersi ferie”. A questo proposito, la rimando al seguente articolo, apparso sul sito Orizzontescuola.it: http://www.orizzontescuola.it/news/permessi-retribuiti-docenti-sufficien..., che, nei fatti, la smentisce.

In tutte le professioni da lavoratore dipendente che abbiano un minimo di specializzazione si studia, ma questo non giustifica il dover restare sul luogo di lavoro per sole 20,50 ore a settimana. Oppure, lei conosce un altro profilo di lavoratore dipendente con contratto a tempo indeterminato e full time che possa restare sul luogo di lavoro per 20,50 ore a settimana? Se sì, potrebbe indicare con precisione di quale profilo si tratta e il relativo CCNL?

Per quanto riguarda il suo esempio finale, mi permetta di fare una differenza fondamentale: lei è un libero professionista e nell’espletamento della sua attività è valutato dal committente, anche nel caso in cui siano i suoi stessi discenti che hanno deciso di frequentare un suo corso di scrittura creativa. Nel caso in cui lei dovesse insegnare male, per qualsiasi motivo, avrebbe un certo numero di abbandoni, mancate iscrizioni e cattiva pubblicità. Cosa succede, invece, a un insegnante dipendente pubblico? In realtà, nulla perché non potremmo nemmeno sapere se lui insegna bene, oppure no, mancando qualsiasi elemento di valutazione. Un’altra piccola differenza: la sua attività si colloca nell’ambito della formazione professionale continua e non dell’istruzione, che è ciò di cui si sta discutendo in questo contesto. Dunque, a rigore di profilo professionale, lei non è un insegnante (volendo restituire alla professione una dignità che vada oltre il participio presente di un verbo), ma un formatore di “scrittura creativa”, disciplina che, infatti, non è inserita nel normale percorso di studi scolastici. Naturalmente, non intendo dire che tra "insegnante" e "formatore" vi sia una scala gerarchica, ma solo stabilire che sono due profili diversi, e che l'insegnante propriamente detto necessita di requisiti d'ingresso per lo svolgimento della professione che un formatore potrebbe anche non possedere.

Le chiedo scusa se mi sono dilungato molto, ma questo degli insegnanti è un argomento che mi sta particolarmente a cuore e, come dicevo sopra, mi piace trattarlo in modo ponderato, senza ricorrere a facili affermazioni apodittiche non documentate.

Sono contento di avere avviato un dibattito interessante che su Facebook ha coinvolto molte persone. Quando Antonello Rimaldini mi ha chiesto se poteva prendere spunto da quanto avevo scritto su Facebook per scrivere un articolo, mi è sembrata una bella occasione per proseguire con il dibattito.
Qui, penso, non è Morgan Palmas l'argomento, che può essere un emerito idiota o un semplice grossolano, anche perché mi sono fatto mezzo con una provocazione che sapevo da subito avrebbe procurato qualche mal di pancia. Almeno se ne parla. Perché a me sembra, ma magari mi sbaglio, che si parli poco di questi temi, sia in rete sia nei quotidiani. Di cosa? Del monte ore degli insegnanti.
Entriamo sul punto: rispondete alle questioni poste da Antonello Rimaldini.
Grazie per i commenti.

Alle domande di Rimaldini si può anche rispondere. Il punto è il tono di sufficienza che lui usa. In ogni caso, per me non c'è problema a rimanere a scuola a correggere e a preparare lezioni. Come non c'è problema a mettere il cartellino e timbrare in ingresso e in uscita. Ma molti (alcuni) colleghi non vogliono perchè considerano l'insegnamento un "parcheggio" lavorativo.
Ciò che MI infastidisce di Rimaldini è che faccia di ogni erba un fascio.
Ecco tutto.

Stefano, le assicuro che non c’è alcuna sufficienza da parte mia, né sono partito dal presupposto che gli insegnanti non lavorino. Ho solo cercato di fare delle ricerche a partire da quanto sostenuto da Morgan Palmas e mi sono imbattuto in dati che lo smentivano parzialmente, ma che smentivano pure molte delle posizioni prese dagli insegnanti nei loro commenti di risposta.
Se non sono stato abbastanza bravo da far arrivare questo anche alla sua sensibilità, me ne dispiaccio e lo prenderò come un invito a fare meglio per il futuro.
Se, però, come mi sembra di capire, questo mio articolo è servito a far emergere almeno una voce dissonante, come la sua, che, invece di fare corpo con il mondo dei docenti nella sua totalità, opta per le opportune differenze, non posso che essere contento. So che nella scuola ci sono insegnanti bravi, e so che questi sono i primi a segnalare alcuni degli aspetti che ho evidenziato, essendo anche disposti, come lei, a porvi rimedio. Il problema è che siete ancora la minoranza, ma di cui, certamente, non sarò io a dire male.

Ora il Direttore crede di essersi documentato ma continuano a sfuggirgli le cose essenziali. Ad ogni modo adesso tutto il democraticismo e i sensi di colpa dei "lavoratori della Scuola" hanno ricevuto il benservito e la prospettiva "proletarista e operaista" è diventata finalmente patrimonio comune nella versione del livore plebeo. La ns società non riconosce agli Insegnanti uno status e un ruolo diversi da quello di altri lavori-mentre ancora lo fa per magistrati, medici, forze dell'ordine e forze armate, etc.. La responnabilità non è solo della debolezza dei docenti ( e dell'esaurimento contrattuale dei loro sindacati) e del lento ma inesorabile pensionamento della vecchia guardia e dalla trasformazione, voluta dall'alto, della ns Scuola in una specie di oratorio che garantisce la promozione quasi a tutti; per giunta anche sotto il ricatto della perdita del lavoro nel caso di diminuzione del numero degli studenti.
E' tutta una società che non capisce e/o fa finta di non capire. La categoria a me pare alla frutta e difficilmente sarà dagli insegnanti quarantenni e cinquantenni (troppo lavorati ai fianchi da Ministero, Sindacati e Pedagositi al potere) e spessissimo di caratura morale e disciplinareimbarazzanti che potrà sortire un cambiamento delle cose.
Ci vorrà, come per tutta la ns Società - ma forse per tutta l'Europa - una radicale ristrutturazione di campo.
Nel mentre caro Direttore, se volete che i vs figli siano in mano (magari anche d'estate) a dei disperati ...

.
2 minuti fa · Modificato · Mi piace

"proletarista e operaista" è diventata finalmente patrimonio comune nella versione del livore plebeo. La ns società non riconosce agli Insegnanti uno status e un ruolo diversi da quello di altri lavori-mentre ancora lo fa per magistrati, medici, forze dell'ordine e forze armate, etc.. La responnabilità non è solo della debolezza dei docenti ( e dell'esaurimento contrattuale dei loro sindacati) e del lento ma inesorabile pensionamento della vecchia guardia e dalla trasformazione, voluta dall'alto, della ns Scuola in una specie di oratorio che garantisce la promozione quasi a tutti; per giunta anche sotto il ricatto della perdita del lavoro nel caso di diminuzione del numero degli studenti.
E' tutta una società che non capisce e/o fa finta di non capire. La categoria a me pare alla frutta e difficilmente sarà dagli insegnanti quarantenni e cinquantenni (troppo lavorati ai fianchi da Ministero, Sindacati e Pedagositi al potere) e spessissimo di caratura morale e disciplinareimbarazzanti che potrà sortire un cambiamento delle cose.
Ci vorrà, come per tutta la ns Società - ma forse per tutta l'Europa - una radicale ristrutturazione di campo.
Nel mentre caro Direttore, se volete che i vs figli siano in mano (magari anche d'estate) a dei disperati ...

La ringrazio per l'intervento, che, però, mi lascia qualche perplessità, e mi scuso in anticipo se uso un approccio per punti, ma è per facilitare la comunicazione. In particolare:

1. livore plebleo: non capisco per quale ragione si pensi che qualsiasi discorso che muova qualche obiezione agli insegnanti, discorso tra l'altro argomentato, dovrebbe essere animato da livore plebeo. Non le sembra un po' l'argomentazione dello studente che, preso 4 al compito di matematica, liquida la valutazione negativa dicendo che l'insegnante ce l'ha con lui, anziché cercare di comprendere le ragioni dell'insufficienza?
2. guardare a magistrati, medici, forze dell'ordine e forze dell'esercito: qui le perplessità sono due. La prima riguarda, ancora una volta, l'approccio, che mi ricorda quello dello studente negligente che, dopo un'insufficienza, si difende affermando che anche il compagno di banca avrebbe meritato quel trattamento e che, quindi, la sua insufficienza è immeritata. La seconda, invece, nasce da un dubbio: lei è davvero sicuro che tutte le categorie professionali che ha citato (medici, magistrati, forze dell'ordine, forze dell'esercito) restino sul luogo di lavoro per sole 20,50 ore a settimana, possano godere di 14 giorni di vacanze a Natale, 2 o 3 a Pasqua,3 giorni di permessi retribuiti, 6 giorni di ferie durante l'anno e 2 mesi e 15 giorni di ferie nel periodo estivo? A me piacerebbe restare sui fatti, altrimenti si corre il rischio di liquidare discorsi importanti con atteggiamenti demagogici non supportati.
3. la bassa caratura morale e disciplinare dei docenti più giovani: se ho capito bene, dunque, parte della responsabilità sarebbe degli insegnanti 40-50enni che non sarebbero, a suo dire, sufficientemente preparati e la cui moralità sarebbe dubbia. Su questo lascerei rispondere i suoi colleghi, anche se mi sembra che nel Consiglio dei Docenti e nel Consiglio d'Istituto non ci siano solo docenti 40-50enni. Ma lascerei la parola agli insegnanti, la cui preparazione e moralità lei ha messo in dubbio.

Vorrei rispondere al punto 2 indicato nel commento e, più esattamente, alla seconda parte dello stesso. E' acclarato (basta svolgere la professione di avvocato per constatarlo...) che le udienze civili nei Tribunali italiani durino ca. 2/3 ore ciascheduna e che, essendo ogni giudice applicato su tre udienze settimanali, il suo operato sul luogo di lavoro si svolge per ca. 8/9 ore a settimana...Ciò vale, naturalmente, per tutti quei magistrati (e ve ne sono diversi) che, terminate le udienze (a volte iniziate anche con molto ritardo dovuto al tardivo arrivo del giudice...), vanno via dalla sede di lavoro. Anche per costoro è plausibile calcolare un'ora/un'ora e mezza di lavoro aggiuntivo svolto a casa? E' lecito concludere che diversi togati lavorino non più di 16/20 ore alla settimana, con una retribuzione pari, mediamente, a oltre quattro volte la retribuzione di un docente di scuola media superiore con pari anzianità di servizio. Mi consta, inoltre, che i magistrati italiani godano di un periodo di ferie estive pari al periodo di "sospensione feriale" delle udienze, della durata di ca. 2 mesi e che i medesimi, come in generale i dipendenti pubblici (ma non i professori...), godano del sabato festivo, non conteggiato, a differenza di quanto avviene per i proff, ai fini delle ferie. Di tal che buona parte (forse la maggior parte) dei dipendenti pubblici gode di un numero di giorni di ferie di ca. dieci gg. in meno rispetto a quelle relative ai proff; non i magistrati, che tengono testa ai proff.... Tengo a precisare che, in tutte le prefate ipotesi, mi riferisco sempre ai docenti delle superiori. Una differenza, di certo non da poco, tuttavia vi è: i docenti sono obbligati a prendere le vacanze nel periodo natalizio (7/8 giorni escludendo Natale, S.Stefano, sabati, domeniche ed Epifania), in quello pasquale (in genere 3 giorni) e in quello che va, all'incirca, dal 5/10 luglio (cioè dalla fine degli esami di stato) al 31 agosto, oltre inutili interruzioni per 1/2 gg. in occasione di ponti quale Immacolata o carnevale, laddove altri dipendenti pubblici riescono a prendere ferie "spezzate" di 5 gg. nominali (ma 9 di fatto, conteggiando sabati e domeniche), 10 gg. nominali (ma di 16 gg. di fatto), o di 15 gg. nominali (ma 23 di fatto) ecc.. Pensate che, quest'anno, in occasione del Natale e del Capodanno, molti hanno goduto di 8 giorni di ferie di fatto (dal 25.12 all'1.1) che, però, erano soli 4 giorni nominali! Personalmente vado da tempo sostenendo il diritto, anzi l'obbligo per i docenti di svolgere qualsiasi attività lavorativa nella struttura scolastica, ciascuno presso una postazione personale dotata di scrivania, lampada da tavolo, p.c., scaffalature, armadietto e quant'altro sia necessario, per lo stesso numero di ore settimanali previsto per gli altri dipendenti statali, con identica retribuzione e pari diritti in ordine al quantum e al quando delle ferie. Ciò significa anche che le obbligazioni dei proff. sarebbero esclusivamente "di mezzo" e non "di risultato", con la conseguenza che essi non avrebbero l'obbligo di garantire, ad es., un numero minimo di prove scritte o di interrogazioni, o altri obblighi di ordine burocratico, essendo obbligati a far ciò che riescono a fare durante l'orario di servizio. Con divieto assoluto di portare materiale didattico di alcun tipo al di fuori dell'edificio scolastico. Ciò garantirebbe, di sicuro, una migliore distribuzione del lavoro tra i vari docenti e una parità di trattamento tra gli stessi e tra i docenti e gli altri funzionari dello stato (magistrati compresi...).

Il livore plebeo è quello che una persona intelligente come lei può misurare in un qualsiasi market dove può capitargli di sentire persone di bassissimo livello culturale (dico culturale perché i plebei anche ai tempi dell'antica Roma potevano essere assai ricchi o benestanti) tranciare giudizi senza alcuna preparazione di fondo e senza cognizione di causa. E spesso si tratta di genitori che hanno abdicato all'educazione dei figli e che hanno tolto il conflitto generazionale dai loro doveri.
Devo ammettere che questo è un humus sul quale crescono atteggiamenti come i suoi. Non le sembra il suo assimilabile a quello dello studente o dell'ex studente che intende sminuire il valore del professore che lo ha preso sistematicamente in castagna e quindi lo vuole umiliare? Ecco l'Italia è anche il paese della psicoanalisi da,diciamo, Novella Tremila. Lasciamo quindi perdere questo genere di "argomentazioni che sono sempre armi a doppio taglio. Il mio era solo un esempio di uso capzioso della dialettica confutatoria. Se ne guardi bene, ne guadagnerà soltanto.

Al suo idraulico che le chiede 70 euro per dieci minuti di lavoro lei non si sognerebbe mai di contestare la parcella (in nero) con le argomentazioni che solleva qui. L'idraulico gli risponderebbe che dietro quei dieci minuti ci sono vent'anni di esperienza e di studio. Mentre il sottoscritto studiava a stipendio zero, chi già lavorava metteva da parte pensione e godeva di stipendio: investimenti diversi. E poi l'idraulico non lavora sulla mente di suo figlio, non è tenuto a non commettere errori, non è responsabile di ogni minima cosa. A parte il fatto che guadagna assai più di un professore e che nessuno si sogna di metterne in discussione i tempi di lavoro. Aggiungiamo poi che lo studio è anche un hobby per me: mi richiede molto tempo ma poi suo figlio in classe ne ha ricadute preziosissime.
Le lezioni tutte uguali, standardizzate poi sono proprie di un cattivo insegnante. Sono sintesi cadaveriche.
Quando un insegnante come si deve entra in classe è un po' come un pugile alle Olimpiade: deve dare tutto in un'ora in termini di presenza significativa, memoria, empatia, ascolto, verifica. Quando torna a casa è sempre stanco e poi si porta a casa il lavoro. E qui non intendo solo i compiti. Le chiedo se lei da buon giornalista è informato sulle statitische del burn out. Uno studioso della materia ha affermato recentemente che in Estate gli insegnanti sono in Convalescenza. Possibile che lei non abbia sentore di tutto questo neanche dalle risposte che sta ricevendo?

Sono perfettamente consapevole delle differenti responsabilità di un docente rispetto a un magistrato etc. e infatti è giusto che queste persone vengano pagate meglio e godano di un alto status di accettazione sociale. Perchè esiste una gerarchia. Il voler proletarizzare gli insegnanti significa invece negare loro lo status che invece dovrebbe convenirgli.

Sulla questione dei tempi ci sono alcune cose che lei sembra ignorare. Gli insegnanti sarebbero anche favorevoli a svolgere a scuola le loro mansioni anche se sanno che questo servirebbe solo a saziare parzialmente la diffusa e spesso malcelata voluttà punitiva nei loro confronti. Ovviamente dovrebbero avere a sufficienza spazi adeguati. Su questo punto lei se la cava dicendo che siccome ne fanno a meno i ragazzi ... di che cosa scusi, di un pc, di una lavagna elettronica o di uno spazio decente e riservato? Sia più chiaro. Se devo lavorare a scuola dovrò avere un tavolino e una sedia e una camera mia, magari da condividere, un armadio, un pc non pagato a mie spese (quello che uso a casa lo pago io, bollette incluse). Ma poi siamo nell'era del decentramento ergonomico del lavoro a casa e i genitori ci vogliono scaricare i figli anche in estate? Insomma ... Il fatto che i libri ce li compriamo noi, il fatto che spendiamo per avere una vita culturale (cinema, teatro, etc. - o volete che i vs figli siano cresciuti da poveracci che non possono manco uscire di casa e nhanno perso il contatto con la vita? e già ci siamo, caro Direttore, e non vi basta ancora!) come lo valutiamo? E tutte le ns forme di volontariato (i genitori vengono quasi sempre ricevuti fuori orario, se serve; le riunioni sforano regolarmente i tempi; con i ragazzi ormai lo scambio via email e cose del genere sono acquisite a costo zero; le gite scolastiche sono ormai praticamente senza retribuzione per il docente e sono dei mortificanti tour de force (se sei severo ti tirano le pietre, se succede qualcosa è sempre colpa tua. "Dov'era l'insegnante? etc.) ??

Le mie critiche alla Categoria permangono. ma grazie a Dio non coinvolgono tutti. Se ho scritto così sia gentile mi riporti la frase e la correggerò. Ecco vede a lei così acuto è sfuggita la "lettera rubata" di Poe: i colleghi giovani sono quelli di 40/50 anni. Riflettiamoci un momento. le sembra normale? Cercherò di chiarire analiticamente un altro punto per spiegarmi meglio. Un insegnante arrivato al ruolo (come si diceva) attraverso concorso -a mio avviso- è quasi sempre preparato assai meglio di uno che è passato attraverso varie forme di sanatoria. Anagraficamente parlando un insegnante anziano ricorda benissimo i bei tempi di quando il Preside non era un Dirigente Scolatico ma un primus inter pares che poteva benissimo essere messo in minoranza dal Collegio. Un insegnante "giovane" che ha passato la vita a fare supplenze e/o lavorare su cattedre divise fra più scuole,arriva alla cattedra piuttosto demotivato e trova nella scuola "da subito" un'atmosfera assai meno gratificante di quella respirata a suo tempo da un insegnante "anziano". Anzi non ne ha mai visto altre.

E siccome moralmente (che non vuol dire solo prendere soldi o meno -ché proprio su questo c'è assai poco da dire per la mia bistrattata categoria) anzi chiariamo meglio: deontologicamente e cioé dal punto di vista dell'etica o morale professionale, non hanno mai visto altro ...ne tragga le dèbite conseguenze. Del resto la Scuola è dentro una società che sta vivendo il suo momento più buio dal 1943. Le chiedo, giusto per intenderci: è normale secondo lei che si lasci copiare o la giudica una prassi immorale? E' normale che si anticipno ai ragazzi le materie oggetto di verifica? E' normale che si sollevino i votacci?
La mia critica si basa essenzialmente su questo: nessun'altra categoria accetterebbe "di fare le carte false in questo modo" (l'espressione non è mia) assumendosi poi tutto il disprezzo sociale e la sostanziale svalutazione che questo comporta.

Per quanto riguarda gli Organi che lei cita forse ne sta sopravvalutando in parte il ruolo o forse ignora all'interno di quale contesto operino. E comunque esiste ed è ormai consolidata una domanda promozionista e debolista che proviene dalla società intera e solo la società intera potrà ribaltare questa situazione. Siccome sono un uomo del Novecento non mi ritengo in grado di fare previsioni affidabili. Diciamo che al momento la vedo piuttosto dura.

Ci sarebbe da fare anche il discorso sui pedagogisti, sui ministeriali e sui Sindacati. Forse anche sulla Legge della Domanda e dell'Offerta ma a questo punto anche i più coraggiosi si stancherebbero di leggere.
Se però il suo spirito giornalistico d'investigazione è sincero e mi tira su quel terreno chiedendomi un'opinione e dei ragguagli, per quanto possono valere, glieli offrirò.

Ecco ragguagli, informazioni, "dritte". Perché dal mio punto di vista di modestissimo teorico, si potrebbe rinforzare e me lo consenta anche emendare proficuamente per tutti la sua posizione smorzando il taglio geometrizzante e inserendo maggiori osservazioni empiriche e un po' di esperienza sul campo.

Niente di personale ovviamente nella mia vis polemica.

Nessun problema per la vis polemica, anche perché il punto è un altro.
Si citano dei dati, mai smentiti da nessun insegnante e nemmeno da lei, ma a questi dati si risponde dandomi del livoroso e accusandomi di aver espresso dei giudizi. In realtà, io ho posto tre domande, alle quali, però, continuo a non ricevere nessuna risposta.

Il tentativo di spostare la discussione dagli "insegnanti" ai magistrati, ai medici, alle forze dell'ordine e alle forze dell'esercito, si è scontrato con una mia domanda: "Le risulta che tutte queste categorie restino sul luogo di lavoro per sole 20,50 ore a settimana"? Non potendo rispondere in modo affermativo, ora si sposta la discussione sugli idraulici. Ma anche in questo caso, le chiedo: l'idraulico è un libero professionista, o un imprenditore, a seconda della sua organizzazione. Le risulta che un imprenditore o un libero professionista godano delle stesse tutele di un lavoratore dipendente, come l'insegnante? Le risulta che un imprenditore o un libero professionista lavori solo 20,50 ore a settimana? O forse un idraulico, in quanto esempio di imprenditore o libero professionista, le 20,50 ore le conclude in appena due giorni e mezzo? Le risulta che l'insegnante, quando è in vacanza a Natale, a Pasqua e in estate non percepisca alcun compenso, o forse viene pagato ugualmente, come tutti i lavoratori dipendenti?

Per quanto riguarda la sindrome di burnout, saprà meglio di me che non colpisce solo gli insegnanti, ma anche altre categorie, tra cui medici, vigili del fuoco, psichiatri, assistenti sociali, ecc. Le risulta che, tra le categorie maggiormente esposte alla sindrome di burnout, ve ne siano altre, oltre gli insegnanti, che possano restare sul luogo di lavoro per sole 20,50 ore a settimana?

Estendere il discorso alla società che richiederebbe di far promuovere tutti gli studenti e agli insegnanti, la cui caratura morale e disciplinare ha messo in discussione nel precedente commento, mi sembra fuori contesto rispetto alla discussione che qui si sta svolgendo, anche perché andrebbe, questo sì, ad alimentare un livore plebeo che non mi interessa.

Anche le riunioni e il ricevimento dei genitori, rientra sempre nelle 90 ore annuali che l'insegnante, da CCNL, è tenuto a svolgere come attività extra-didattiche; non sono aggiuntive rispetto alle 20,50 ore settimanali, ma sono già incluse in queste.

Vede, lei accusa me di non aver abbastanza esperienza del mondo della scuola e del lavoro degli insegnanti, in realtà ho come il sospetto che tra gli insegnanti ci sia la tendenza a parlare tra loro e con loro. C'è un mondo, invece, di lavoratori soggetti ad altrettanto stress e che pure trascorrono sul luogo di lavoro un bel po' di ore in più rispetto agli insegnanti, guadagnando quanto loro e pagando, allo stesso modo, per comprare libri, andare a cinema e a teatro. Cominciamo a guardare quello che succede fuori dalla scuola e, forse, allora sì che anche gli insegnanti potrebbero scoprire che citare qualche dato è un modo per ristabilire un principio di realtà.

La domanda al secondo rigo impone una risposta rigorosa e frutto di oltre venti anni di esperienza dovuta ad una professione da me esercitata: i medici lavorano, spesso facendosi un "mazzo" non indifferente, sovente in condizioni obiettivamente ad alto tasso di stress (vedasi oncologia; anche qui -ahimè- ho maturato una discreta esperienza tale da poter dire la mia...) e non perdendo in umanità e semplicità, su forze dell'ordine e dell'esercito nulla sono in grado di dire, mentre sui magistrati confermo che, di norma, nel settore civile "restano sul luogo di lavoro" non "per sole 20,50 ore a settimana", ma per circa la metà del tempo, cioè per ben 8/9....a volte anche 10 ore a settimana... Ma immagino che questo le sarà certamente noto, sempre che abbia modo di frequentare con una certa costanza le nostre aule di giustizia. Le consiglio vivamente il tribunale di Napoli. Forse avrà le idee un po' più chiare. Ah dimenticavo: è un po' più difficile riscontrare tra i colleghi di Curtò, Ceglie, Fino (fulgidi esempi di esimi giudici) la semplicità e l'umanità di cui è permeato il settore ospedaliero...

Si intendeva richiamare la sua attenzione sugli aspetti qualitativi della professione che lei -ormai è chiaro- non mi pare ritenere essenziali, Sugli aspetti quantitativi dopo 10 di newsgroup posso dirle che i dati possono essere letti in tanti modi e spesso divergono pure. Per es. nel calcolo degli insegnanti italiani si calcolano anche quelli di religione. Su questo aspetto ci sono colleghi assai più bravi di me.

Ma a questo punto la discussione non può andare ovviamente molto avanti. Anche perchè per me chi svolge una professione al servizio dello Stato, se la svoge bene, è sacrosanto che abbia un trattamento migliore, visto che la sua opera è prestata alla collettività. Trattamento migliore che peraltro non c'è, dato che un mio pari laurea con altrettanti anni di servizio (anche nella PA, s'intende, va a prendere più di me). Questo è un valore al quale si dovrà necessariamente tornare, anche perchè questa fase che stiamo vivendo ha già fatto il suo tempo come tutte le fasi arrivate alla stagnazione.

Ho però qualche motivo per supporre che lei sia tetragono anche a questo argomento.

Restando comunque il fatto che questa insistenza su di una Categoria ormai pesantemente vessata e declassata da una quindicina d'anni, non sarà certo il suo caso, sa molto di sviamento d'attenzione.
Un po' come certe trasmissioni televisive che vanno alla caccia del piccolo truffatore tacendo però sulle cose grosse, chissà perché.

Avere persuaso anche i peones del fatto che il problema sia quello di dividere la miseria spartendosela in diverso modo è qualcosa di ben diverso dal volere valorizzare equamente le professioni.

Un'ultima cosa: aumentare il pluslavoro assoluto dell'insegnante (uso questa categoria tecnicamente) non ne migliora il rendimento: dopo un certo numero di ore frontali non si è più produttivi. Non serve neanche tenerlo chiuso a non far niente: è una fantasia punitiva che è piuttosto difficile nascondere. Di scaldasedie ne abbiamo già tanti in Italia, pagati poco meno degli insegnanti. A meno che -e qui casca l'asino- non si pensi a una Scuola denervata, succube di dirigenti d'azienda e manager non laureati e dai rendimenti scarsi (per quanto ultrapagati), il cui compito sia la somministrazione di test corretti da agenzie esterne e la riduzione dell'insegnante alla figura del trasmettitore verticalizzato e dell'intrattenitore. Ma anche del boy sitter estivo. Insomma uno dal basso status. Operazione questa che ha raccolto ampi consensi nelle fasce di non garantiti, ai quali si è ben guardati di allumare l'idea che potessero anch'essi diventarlo. (Il che non significa posto statico).

Secondo me, DX SX o Centro questa è la direzione, sicuramente dettata anche a livello di UE.
I risultati infatti si vedono in quella che non è soltanto una nostra decadenza economica.

E quindi, scuandomi per prolissità e ripetitività, una volta ringraziato questo spazio per la civile ospitalià, per quanto mi riguarda "de hoc satis".

La presenza o meno dell'insegnante di religione nei dati che ho citato risulta ininfluente, perché tutti gli insegnanti espletano la loro attività a scuola per il numero di ore che ho segnalato, indipendentemente dalla materia, a variare è il numero di classi in cui sono tenuti ad insegnare per raggiungere il numero di ore.

Il discorso sulla qualità dell'insegnamento è un discorso molto complesso, perché presuppone che vi sia la possibilità di effettuare una valutazione degli insegnanti, valutazione che, purtroppo, ad oggi non sussiste.

Sul fatto che chi presti la sua opera per lo Stato meriti un'attenzione particolare, potremmo anche essere d'accordo, ma resta il fatto che, all'interno di questa categoria, solo gli insegnanti hanno un orario lavorativo pari a 20,50 ore settimanali.

In realtà, non propongo di aumentare il lavoro degli insegnanti. Dal momento che loro stessi dichiarano di lavorare molto anche a casa, mi sono chiesto e ho chiesto agli stessi insegnanti le ragioni per le quali non possano svolgere questo lavoro all'interno del luogo di lavoro, così da renderlo quantificabile con precisione.

Per il resto, temo sia stato lei a utilizzare una parte degli insegnanti per accusare un'intera categoria di essere di bassa caratura morale e disciplinare. Io ho solo evidenziato dei dati che sono oggettivi e valgono per l'intera categoria, senza entrare nel merito di come poi ogni insegnanti lavori durante le 20,50 ore settimanali.

La ringrazio per l'intervento, che ha offerto ottimi spunti, e la saluto.

Forse mi sono perso qualcosa in questo dibattito, e cioè – dirò la prima banalità – che qui si parla di quantificare l'impegno degli insegnanti e non di misurare la qualità del loro lavoro nei confronti degli studenti. Parlare ancora di cartellini da timbrare e monte-ore mi ricorda il Veneto di impronta post-bellica che misura l'efficacia con la dedizione di minutaggio anziché con la produttività e il raggiungimento di obiettivi. Quei capannoni nei quali il "paròn" passa di sera per gli uffici a controllare il grado di stakanovismo dei suoi dipendenti. È mortificante che una professione intellettuale sia misurata a metro o a chilo, sia per dedurne che è lavativo chi la pratica, sia per conteggiare se i giorni di ferie degli insegnanti siano uno o due in più negli anni bisesti.
In 18 ore un insegnante può cambiare la vita di un gruppo di allievi o passare come brezza fresca, o addirittura creare danni al momento incalcolabili. Un insegnante può necessitare di 100 ore di studio per raggiungere i risultati che un altro – perché dotato di memoria elefantiaca, di coscienza civile, di eccezionali capacità comunicative – ottiene senza apparente sforzo. Anche in passato c'erano dislivelli abissali fra gli insegnanti, e il problema è sempre stato che fossero pagati col medesimo stipendio, o al massimo differenziato per anzianità anziché per merito. E insegnare non era facile neanche allora, prima dei social network, delle lavagne elettroniche, dei presidi che danno ragione ai ragazzi invece che ai loro docenti, dei genitori che hanno tutti figli geni e debitamente incompresi.

La ringrazio per l'intervento.
In realtà, non si può parlare della qualità del lavoro degli insegnanti perché non esiste un sistema di valutazione del loro operato in aula che tenga conto, come scrivo nell'articolo, di alcuni criteri come l'approccio didattico adottato, i materiali didattici utilizzati e prodotti, ecc., cioè elementi che dovrebbero connotare, appunto, la qualità del lavoro dell'insegnante.
Credo che il problema che lei pone, e che mi sembra di poter sintetizzare nella mancanza di meritocrazia all'interno del sistema scuola e del corpo docente, potrebbe essere risolto solo ricorrendo a un concreto sistema di valutazione, e per concreto intendo che ad essere valutate non siano le relazioni compilate dagli insegnanti, ma il concreto agire in aula da parte di ogni insegnante.

Per quanto riguarda le sue obiezioni circa il monte ore, in realtà è un discorso che potrebbe valere per tutte le professioni intellettuali. Provi a pensare, ad esempio, a un ricercatore che lavora sul cancro. Il suo sforzo intellettuale è enorme, eppure trascorre in laboratorio molto più di 20,50 ore a settimana e, in questo caso, si ragiona in termini di risultati, ma non ci si pone i problemi che lei, invece, solleva per i docenti.
Lo stesso vale per i medici, che in 10 minuti possono guarire una persona, oppure ucciderla. Eppure, in questo caso non ci si pone il problema che i turni dei medici sono di molto superiori a 20,50 ore a settimana.

Le sue obiezioni, infine, potrebbero essere fondate laddove si fosse parlato di un incremento del monte ore dedicate alle attività didattiche, mentre invece si è solo chiesto agli insegnanti di svolgere all'interno del luogo di lavoro attività che affermano di svolgere a casa nelle ore pomeridiane. A questo proposito, le riporto le domande poste nell'articolo:

1. esiste qualche altra professione, con tutele da lavoratore dipendente, che possa vantare 14 giorni di vacanze nel periodo natalizio, 2 o 3 giorni di vacanze nel periodo pasquale, 2 mesi e 15 giorni di vacanze nel periodo estivo, 3 giorni di permesso retribuito, 6 giorni di ferie annue, come da contratto collettivo nazionale, e l’obbligo di restare sul luogo del lavoro per sole 20,5 ore a settimana?
2. perché gli insegnanti non propongono al Dirigente di svolgere attività di preparazione delle lezioni e correzione degli elaborati all’interno dell’edificio scolastico? Perché preferiscono svolgerle a casa, rendendole di fatto non quantificabili? Perché le difficoltà di cui sopra, nel caso dei docenti, risultano insormontabili, ma per i discenti sono superabili?
3. c’è una relazione tra la difficoltà del Collegio dei Docenti e del Consiglio d’Istituto di decidere di consentire ai docenti, cioè a loro stessi, di preparare le lezioni e correggere gli elaborati all’interno dell’edificio scolastico e la spesa annua che le famiglie italiane sostengono per le ripetizioni private degli studenti, spesa che, nel 2011, ammontava a 420 milioni di euro?

Acquisire consapevolezza di questi tre punti potrebbe essere l'inizio di un recupero del ruolo dell'insegnante all'interno della società. Perché, in fin dei conti, il sistema scuola non è fatto solo di dirigenti che operano contro gli insegnanti o di genitori che danno sempre ragione ai figli, ma anche di insegnanti. È possibile che come parte in causa questi si sentano sempre in diritto di auto-escludersi da qualunque responsabilità?

Un articolo scritto solo in base a circolari del Ministero e alle poche conoscenze del mondo scolastico. Gli insegnanti non hanno 2 mesi e più di vacanza , bensì 30 gg più il recupero festività che non raggiunge la settimana. Inoltre gli insegnanti della scuola primaria effettuano 22 + 2 ore obbligatorie di servizio settimanale. Va considerato anche che gli insegnanti ora fanno spesso le veci di quelli di sostegno perché il numero di questi ultimi é stato molto ridotto
Chi ha scritto l'articolo dovrebbe entrare in una scuola. Cambierebbe immediatamente idea.

La soluzione è semplicissima! Per ogni 5 anni di insegnamento un anno di lavoro in fabbrica! Avremmo in questo modo meno insegnanti lamentosi, maggiore entusiasmo in aula e soprattutto questa figura cosi' importante avrebbe maggior coscienza sociale, strumento utilissimo per trasmettere alle nuove leve che cos'e' il mondo fuori dai banchi di scuola.

Lei chiede le risposte alle sue tre domande. Bene, rispondiamo:

1. Da contratto, un insegnante NON ha "14 giorni a natale, 2-3 a pasqua e 2 mesi e 15 gg in estate". Da contratto un insegnante ha 36 giorni massimo di ferie, che devono essere usufruite durante i periodi di sospensione dell'attività didattica. QUesti periodi di sospensione NON comprendono le "vacanze" natalizie e pasquali, durante le quali (almeno teoricamente) l'insegnante è TENUTO ad essere reperibile e, se il dirigente scolastico dovesse decidere di richiedere il suo servizio, per qualunque motivo, deve essere presente, secondo un orario di servizio deciso dalla dirigenza stessa e comunicato tramite circolare. Di conseguenza i 36 giorni devono essere usufruiti tutti durante la sospensione didattica estiva (che va dal 30 giugno, e non dal 10, al 1 settembre), e vanno calcolati su una settimana di 6 giorni, il che ci porta a 6 settimane di ferie effettive, ossia circa un mese e 10 giorni. Dopo la sospensione delle LEZIONI (10 giugno) infatti, l'insegnante continua ad essere in servizio, anche se non deve più seguire il suo orario di servizio. Il suo impegno durante questo periodo dipende da: 1) le decisioni del dirigente scolastico (se il dirigente decidesse di tenere un corso di aggiornamento per gli insegnanti durante quel periodo, gli insegnanti dovrebbero parteciparvi; se a scuola si tengono delle iniziative come "porte aperte", dimostrazioni, manifestazioni, ecc. che richiedono il servizio degli insegnanti, gli insegnanti devono prestare quel servizio); 2) gli scrutini, che si svolgono DOPO il termine delle attività didattiche, e che gli insegnanto sono OBBLIGATI a svolgere; 3) gli esami di stato, che ovviamente coinvolgono i docenti delle materie di esame e, per gli scritti, anche i docenti delle materie non di esame, che vengono usati per assistenza e sorveglianza; gli esami in genere si concludono intorno alla metà di luglio per le scuole superiori 4) i corsi e gli esami di recupero, che si devono svolgere entro il 31 luglio. A parte gli scrutini, ovviamente, tutto il resto non riguarda tutti gli insegnanti, ma solo quelli coinvolti negli esami di stato o in quelli di recupero, che però in gener costituiscono l'80% del corpo docente di un istituto. E le attività "extra didattiche" proposte dal dirigente non sono, di norma, obbligatorie. Ma in genere, se il dirigente scolastico propone una cosa, gli insegnanti aderiscono. Certo, il dirigente potrebbe non proporre niente, ma resta il fatto che LEGALMENTE un insegnante NON è in ferie quando le attività didattiche in presenza degli studenti terminano a giugno.
Oltre a ciò, mi piacerebbe che lei, così preciso, sottolineasse il fatto che i "14 giorni a natale" NON sono 14 giorni, perché a questi vanno tolti 4 giorni festivi + 2 domeniche + 2 sabati (in genere), il che ci porta a 6 giorni effettivi di sospensione delle LEZIONI, durante i quali però i docenti vengono comunque considerati in servizio, e quindi possono essere reclutati e richiamati in qualunque momento come già precedentemente spiegato.

2. Gli insegnanti NON "preferiscono" che il loro lavoro resti non quantificabile. NON "preferiscono" svolgere a casa il lavoro di preparazione delle lezioni e di correzione dei compiti. Al contrario, gli insegnanti sarebbero molto contenti di NON doversi portare a casa (e NON tutti hanno l'auto) pacchi di 40-60 compiti in classe (perché ovviamente NON svolge UN solo compito in classe per giorno), più almeno 3 libri, più il computer (per il registro elettronico, perché a scuola non ci sono computer utilizzabili o il wi-fi molto spesso non funziona). E sarebbero molto contenti di avere una scrivania tutta per loro (cosa che a casa non è sempre possibile), e magari uno schedario o un archivio dove tenere la documentazione sugli studenti e i compiti per controllare i loro progressi, più tutto il materiale che vorrebbero usare in una lezione (se faccio una lezione sulle rocce e voglio mostrare loro dei campioni, li devo portare da casa, se a scuola non c'è un laboratorio, e a volte anche se c'è; sa quanto pesano 15 sassi delle dimensioni di un uovo, insieme al pc o al tablet e ai suddetti libri, sempre se non ci sono anche i compiti in classe?). Il problema è che nelle scuole non ci sono le condizioni per lavorare, e sì, questo E' un problema anche per gli studenti, non solo per i docenti. Ma ci dicono che i soldi per metterci in condizione di lavorare (sia docenti che studenti) non ci sono, così ci si arrangia. Il che ci porta al punto 3.

3. I Collegi docenti devono fare molto spesso "le nozze coi fichi secchi", ossia cercare di produrre al meglio con pochissimi mezzi a disposizione. Far restare a scuola i professori per un orario di 8 ore giornaliere significa che anche il personale ATA, anche se forse in numero ridotto, dovrebbe restare 8 ore, perché del mantenimento e della logistica dell'edificio scolastico sono responsabili i tecnici e gli assistenti. Questo significa pagare 8 ore anche al personale ATA, e lo Stato non può permetterselo. Fornire ad ogni professore un mobile archivio e una scrivania, e magari anche un computer (perché il docente potrebbe non avere un portatile, ma solo un tablet o uno smartphone con cui compilare il registro elettronico, e a casa potrebbe lavorare su un un pc desktop) e ovviamente degli spazi appositi dove lavorare (anche condivisi) significa spendere soldi. Significa anche avere almeno una fotocopiatrice SEMPRE in funzione e funzionante, e almeno un paio di stampanti di rete, se non di più. Il che significa manutenzione tecnica regolare e fornitura regolare di tutti i toner e le cartucce necessari. Significa ordini regolari di cancelleria (carta e punti da cucitrice in primis), e un magazzino per conservarla. Ho lavorato come segretaria in un ufficio, prima di diventare insegnante, mi occupavo degli ordini, e so cosa comporta, economicamente e logisticamente, mantenere un ufficio con solo 4 dipendenti, figuriamoci uno con 15 o 20 (o più, dipende dalle dimensioni della scuola)! Davvero pensa che un istituto nella media possa permettersi, economicamente, tutto questo?
Inoltre le ricordo che moltissimi insegnanti non svolgono le loro 18 ore in un'unica scuola, ma su 2 o anche 3 scuole diverse: dovrebbe quindi avere un ufficio in ogni scuola? e spostarsi per fare le sue 8 ore da una scuola all'altra? In base a quale criterio? In proporzione alle ore svolte in ciascuna? O dovrebbe svolgerle solo nell'istituo in cui ha più ore? e i compiti o i materiali degli studenti delle altre scuole, dove starebbero?

E per fare qualche precisazione: davvero pensa che ogni giorno un insegnante dedico SOLO un'ora alla preparazione della lezioni? Innanzitutto consideri che pochissimi insegnanti insegnano solo UNA materia; spesso le classi di concorso prevedono che l'insegnante dotato di quell'abilitazione possa insegnare diverse materie. Io sono abilitata nella Classe A060, il che significa che posso insegnare Chimica, Biologia, Scienze della Terra, Astronomia, Microbiologia e Biochimica. Se insegno in un liceo devo insegnare CONTEMPORANEAMENTE Chimica, Biologia e Scienze della Terra/Astronomia. Quindi ogni giorno devo preparare almeno 2, se non 3 lezioni DIVERSE. ANche volendo considerare un'ora per ciascuna (che è il minimo sindacale, ma se voglio che la mia lezione sia valida, devo magari preparare una presentazione in PowerPoint, che richiede più tempo, oppure fare una ricerca in internet per cercare articoli di approfondimento, o qualche simulazione o qualche video utile, e anche questo chiede molto più tempo di quanto lei immagini), ecco che arrivo a 3 ore. Che significa quindi altre 15 ore settimanali oltre alle 18 di lezione. E 18+15=33 ore. Come vede,una situazione non molto diversa da qualunque altro dipendente pubblico.
A queste si aggiungono non solo la correzione, ma la PREPARAZIONE dei compiti. E lo sa che siamo TENUTI a differenziare i compiti per gli studenti con BES o DSA? E lo sa che a volte ci sono anche 6 studenti con BES e DSA in una classe di 25. Questo significa che per ogni prova di verifica devo preparare dai 3 ai 5 compiti diversi. E poi ovviamente stamparli e fotocopiarli (a mie spese, ovviamente! Se il mio test è fatto di 2 fogli, per una classe di 25 studenti significa 50 copie, e se non ho una copisteria economica vicino casa, questo significa almeno 5 euro di fotocopie. Per ogni classe, e io attualmente ho 9 classi. Per almeno 4-5, ma meglio 6 volte all'anno, Faccia i calcoli, lei che è così bravo). Crede davvero che per questo lavoro basti un'ora? E anche la correzione: forse per la correzione basta un'ora, sì. Per classe. Ma nessun professore ha una sola classe. E di solito le verifiche si fanno a cadenza regolare, per cui ci sono dei periodi nell'anno in cui un professore sta svolgendo verifiche in TUTTE le sue classi. Quindi in quei periodi ogni giorno ha almeno 2 compiti da correggere. che significa quindi altre 2 ore al giorno. Magari non tutto l'anno, ma in certi periodi sì. Che significa che in certi periodi si arriva anche a ben più di 40 ore settimanali.
Più ci sono sempre quelle 80 ore annuali. Distribuite sulle settimane di attività didattica (30) significa altre 2,5 di attività settimanale. Le aggiunga alle 33 che calcolavo precedentemente considerando un'ora di preparazione delle lezioni su TRE materie ogni giorno, e come vede si arriva tranquillamente ad un orario più che corretto per un dipendente pubblico, specialmente per lo stipendio che viene pagato.

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.