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“Gli eredi della terra”, il ritorno in libreria di Ildefonso Falcones

“Gli eredi della terra”, il ritorno in libreria di Ildefonso FalconesA tre anni di distanza da La regina scalza (Longanesi, 2013), Ildefonso Falcones torna nelle librerie con un nuovo romanzo storico, Gli eredi della terra (Longanesi 2016, traduzione di Marco Amerighi, Roberta Bovaia, Daniela Ruggiu e Marcella Uberti-Bona), in cui riprende le fila delle vicende narrate nel suo romanzo d’esordio, La cattedrale del mare (Longanesi, 2007). Torniamo dunque nella Barcellona del 1387, dove Arnau Estanyol, il protagonista di La cattedrale del mare, è diventato uno degli uomini più in vista della città. La situazione politica però è tutt’altro che tranquilla, tra le lotte dinastiche per assumere il controllo del territorio spagnolo e le guerre tra papi e antipapi all’interno della Chiesa cattolica, mentre l’Inquisizione compie la sua ascesa sinistra. Hugo, un ragazzino di umili origini protetto da Arnau e amico del figlio di questi, Bernat, assiste impotente ai continui sconvolgimenti di una città in forte espansione, ma anche penalizzata dall’instabilità politica, di cui sarà di volta in volta vittima o beneficiario, nel corso di un’esistenza segnata da mille avventure.

Un grande romanzo storico, dunque, forse fin troppo denso di personaggi e di vicende nelle sue novecento pagine, con cui Falcones si ripresenta al suo ormai affezionato pubblico di lettori. Lo abbiamo incontrato in occasione della sua permanenza a Milano per il lancio italiano del romanzo.

 

Cosa succede quando si torna a parlare di un mondo che ai lettori è piaciuto così tanto? Si avverte molto la pressione di dover piacere tanto quanto la prima volta?

No, perché non credo sia possibile lavorare sotto una forte pressione, è impossibile. Non si può pretendere sempre di superare i record già raggiunti. Bisogna dedicarsi anima e corpo a ogni nuovo progetto, essere soddisfatti di quello che si è fatto; poi, se il nuovo progetto avrà lo stesso successo del precedente andrà benissimo, altrimenti pazienza. Se poi andrà meglio, sarà meraviglioso. Bisogna assolutamente dimenticarsi della pressione.

Ho lavorato trentacinque anni come avvocato e ho imparato almeno una cosa da questo mestiere: puoi vincere un primo processo, poi un secondo e un terzo, ma prima o poi arriverà una causa che perderai, perché non si può vincere sempre. Devi essere in grado di incassare anche una sconfitta, quando sai di aver dato comunque il meglio di te stesso.

 

A proposito del lavoro di avvocato, quanto incide sulla scrittura?

Quasi per niente. Certo, mi ha fatto conoscere tante persone con i loro diversi problemi, ma la professione d’avvocato è estremamente pragmatica, lui deve far prevalere gli interessi del suo cliente su quelli degli avversari. La professione dello scrittore invece è molto creativa, diritto e letteratura sono due mondi opposti e i linguaggi non coincidono: è impensabile scrivere un romanzo nello stile usato dagli avvocati per rivolgersi ai giudici. La formazione da avvocato forse mi è tornata utile come metodologia, riguardo alla consultazione e alla ricerca.

“Gli eredi della terra”, il ritorno in libreria di Ildefonso Falcones

Perché è difficile oggi trovare dei romanzi basati come i suoi su principi come impegno, volontà, bontà? Pensa prima ai principi su cui costruire la storia o viceversa?

I principi illuminano tutto il romanzo. I miei personaggi non potrebbero funzionare secondo quei principi che contribuiscono a creare una maggiore empatia da parte del lettore. È normale che i personaggi abbiano in sé determinate virtù come essere leali, lavorare per la famiglia e i figli, lottare per le ingiustizie, tutte cose che dobbiamo affrontare anche noi nella nostra quotidianità, ricordandoci però che i mali estremi contro cui si ritrovano a lottare i protagonisti non sono certo gli stessi con cui dobbiamo fare i conti noi oggi. Penso che la maggior parte dei lettori provi una maggiore empatia per i personaggi che agiscono secondo sani principi, soprattutto se sono sfortunati.

 

Perché lei è spesso così cattivo con i suoi personaggi? Fa succedere loro proprio di tutto e di più, fino a rischiare continuamente la vita, e a subire torture di ogni tipo.

Ai personaggi succede come nella vita normale, quando tendiamo a ricordare più gli aspetti negativi dell’esistenza rispetto a quelli positivi. Hugo ottiene una vigna, una figlia, l’amore, perde queste cose ma poi le ritrova e la storia finisce bene. In un romanzo d'avventura non possono mancare colpi di scena e disgrazie. Non voglio fare paragoni troppo forti, ma per me il romanziere d’avventura per eccellenza è Dumas, e nei suoi romanzi accade di tutto e di più.

Non voglio essere cattivo con i miei personaggi, perché alla fine le cose si chiudono sempre positivamente per loro, ma penso che senza rovesci e disgrazie la storia non sarebbe altrettanto avvincente. E non faccio mai morire i personaggi a cui tengo davvero.

 

So che lei preferisce fare di persona le ricerche storiche per i suoi libri. Segue uno schema particolare? Come comincia, e quanto tempo impiega?

Riguardo al tempo, per Gli eredi della terra ho impiegato tre anni, comprensivi anche della parte di ricerca documentaria. Inizio in modo semplice: in primo luogo, se mi prefiggo di raccontare una storia che dal punto di vista logico prende il via più o meno da quando finiva La cattedrale del mare, il 1387, come è stato per questo romanzo, quello che devo fare è vedere cosa succede nella storiografia e attenermi a essa. Non sono io che decido cosa succederà, anche se all’interno degli avvenimenti storici mi posso concedere qualche margine di scelta, concentrandomi ad esempio su alcuni fatti più che su altri. L’importante è far coincidere storiografia e trama fittizia. M’interessa mostrare in che modo gli avvenimenti storici possono influire sulle vite delle persone: ne Gli eredi della terra la distruzione del Ghetto ebraico di Barcellona ha delle conseguenze precise sulla vita di Hugo. D’altra parte, m’interessa anche raccontare gli stessi eventi storici: da questi rapporti di causa ed effetto inizio a scrivere il mio copione, per cui devo sapere già come inizierà e come andrà a finire, e quali saranno i punti fondamentali intermedi. Solo quando tutto questo inizia ad avere un senso posso mettermi a scrivere.

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Ha mai pensato di ambientare un romanzo nell’epoca contemporanea?

Sì, ne ho anche scritti, ma sembra che nessuno li voglia. Nel corso della mia vita ho scritto diversi romanzi contemporanei e ho anche cercato di venderli, ma senza risultato, così ho deciso di provare col romanzo storico. Ci sono voluti comunque tre anni per trovare una casa editrice per La cattedrale del mare. In quel periodo avevo scritto un altro romanzo, che ho proposto poi all’editore, ma non c’è stato nessun interesse da parte sua. Visto che a me piacce il romanzo storico e amo la mia casa editrice, e che piaccio al pubblico, non vedo più motivo per incaponirmi a scrivere romanzi contemporanei che non interesserebbero a nessuno.

“Gli eredi della terra”, il ritorno in libreria di Ildefonso Falcones

E ha mai provato ad ambientare un romanzo in Italia o le piacerebbe? E se sì, in quale periodo storico?

Mi piacerebbe, e credo che questo piacerebbe molto anche al mio editore italiano, ma ho due problemi: il primo è che ci sono già ottimi romanzieri storici italiani, che conoscono il Paese meglio di me, e il secondo è che io lavoro con una grande quantità di documentazione, consultando fino a duecento libri per ogni romanzo, spesso scritti in uno spagnolo ormai desueto, ma non conoscendo l’italiano difficilmente potrei accedere alle informazioni contenute nei vostri libri, soprattutto se scritti in italiano antico. Comunque non escludo niente: magari potrei farmi aiutare da qualcuno nella fase di documentazione.

 

Come mai ha scelto proprio questo preciso momento della Barcellona medievale?

Barcellona è la mia città e quindi per me era più facile studiarla. Volevo parlare di un periodo in cui la città è stata veramente importante, e potesse quindi offrire molto ai lettori in termini di fascino e attrattiva. Allora era una delle maggiori metropoli del mediterraneo, molto ricca, attirava abitanti da altri luoghi e questo comportava l’unione di usi e costumi diversi.

“Gli eredi della terra”, il ritorno in libreria di Ildefonso Falcones

In una recente intervista si è espresso apertamente contro l’indipendentismo catalano. Vorrei sapere se a Barcellona è stato in qualche modo coinvolto nella discussione politica generale.

Sì, certo! L’intervista che ho rilasciato al settimanale «Sette» è stata ampiamente ripresa da un quotidiano catalano, che ha scritto un articolo contro di me. Tutte le opinioni vengono interpretate in modo tendenzioso, a volte ti stritolano quando fai delle dichiarazioni. Ma se viene da me un giornalista, io preferisco raccontargli quello che penso veramente.

 

Negli ultimi anni sono esplosi molti “baby scrittori”, persone che prima dei vent’anni hanno già pubblicato un bestseller e sono diventati famosi. Quanto ha influito su di lei il fatto di pubblicare per la prima volta non più giovanissimo, quindi con un’altra testa, un’altra maturità? Cosa sarebbe stato diverso se avesse ottenuto prima la fama ottenuta all’esordio?

Forse, se avessi avuto successo con La cattedrale del mare a vent’anni non avrei scritto altri romanzi. Più che uno scrittore tardivo, io sono stato uno che ha pubblicato tardi, perché in realtà scrivevo da sempre. Sicuramente la stabilità emotiva che avevo a quarantasette anni, con una famiglia, quattro figli e una carriera da avvocato ben avviata mi ha fatto capire che come scrittore avevo una libertà totale: potevo farlo oppure no, perché il mio futuro non dipendeva da quello. Del resto, vediamo cosa succede a persone che hanno successo molto presto, come i calciatori: a volte perdono un po’ la bussola di fronte al successo. Io mi ritengo soddisfatto per come sono andate le cose, che poi a quarantasette anni non ero poi così vecchio… adesso ne ho cinquantasette e spero che me ne restino un bel po’ ancora da vivere!


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