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Gli ebrei e il restare vittime. “Il sentimento del ferro” di Giaime Alonge

Gli ebrei e il restare vittime. “Il sentimento del ferro” di Giaime AlongePuntata n. 62 della rubrica La bellezza nascosta

«Il capo dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich restò impassibile. Lo Sturmbannführer disponeva di informazioni superate. L’ipotesi della sterilizzazione di massa era stata accantonata, così come l’idea di spedire tutti i giudei d’Europa in Madagascar. I tempi erano maturi per qualcosa di molto più radicale. Non potevano attendere una generazione, né sfidare la flotta britannica per costruire un enorme ghetto africano. La guerra offriva una possibilità unica alla razza ariana. Andava colta al più presto. Ma in ogni caso, la risposta di Lichtblau era stata accorta. Come prima cosa, sempre soddisfare le richieste di Himmler. “E poi?”, lo interrogò ancora Heydrich.»

 

È sempre difficile scrivere qualcosa di nuovo e di valido sulla Seconda guerra mondiale. È sempre complicato provare a raccontare un romanzo dove i protagonisti sono tedeschi e nazisti ed ebrei deportati. Il rischio maggiore che si possa correre è quello di cadere nella banalità. Quello di creare trame e personaggi già visti, già sentiti. Non è questo, però, il caso. Il sentimento del ferro è un libro che con inventiva e originalità sfrutta il contesto storico del nazismo per parlarci di una storia di rivincita e dolore, di giustizia (tardiva) e di orrore. E alcune domande sorgono spontanee: c’è sempre tempo per la vendetta? Quanto deve essere forte un sopruso affinché riesca a far eco, ancora, dopo molti, troppi anni?

 

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Giaime Alonge insegna Storia del cinema all'Università di Torino, ed è un esperto di cinema americano. Il sentimento del ferro è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Fandango.

Gli ebrei e il restare vittime. “Il sentimento del ferro” di Giaime Alonge

Durante il genocidio nazista il maggiore delle SS Hans Lichtblau viene messo al comando di un programma di ricerca che utilizza i detenuti come cavie per esperimenti scientifici o come assistenti negli stessi. Di questo gruppo misto fanno parte anche Shlomo Libowitz, un polacco convertitosi al sionismo, e Anton Epstein, un ebreo. Entrambi sopravvivono alla guerra e agli esperimenti del maggiore Lichtblau e, a distanza di quarant’anni, i due reduci decidono di mettersi alla ricerca di Lichtblau, iniziando così un viaggio di vendetta e una corsa, sfrenata, contro il tempo.

 

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Il sentimento del ferro è un romanzo denso, dove una scrittura pulita e precisa conduce nel cuore di un’avventura immaginifica. Il merito di Giaime Alonge è quello di farci sentire i due protagonisti umanamente vicini, di farceli percepire al di là del foglio, e di rendere la lontananza tra il lettore e la pagina, quasi impercettibile. Il rischio potrebbe essere quello di abusare di un argomento di cui si è già ampiamente discusso, quello del nazismo, degli ebrei, dei campi di concentramento, dei sopravvissuti. Ma Giaime Alonge riesce però a stupirci, raccontando una storia diversa, affrontando dei temi diffusi, in maniera originale.

«Ogni volta che un ufficiale veniva convocato al cospetto di Himmler, se era fumatore, prima di incontrarlo doveva lavarsi con cura. Gli aveva fatto quel breve discorso in tono meccanico, come la guida di un museo che reciti una lezione che ha ripetuto centinaia di volte. In realtà, Lichtblau non ne aveva bisogno. Le idiosincrasie del capo erano note nell’ambiente. Inoltre, anche se forse Brandt non se ne ricordava, perché la cosa era accaduta un anno prima, Lichtblau aveva già incontrato il Reichsführer-SS. E infatti si era astenuto dal fumare sin dalla sera precedente. Però, si era infilato lo stesso nella toilette indicatagli da Brandt, e aveva preso a sfregarsi vigorosamente le mani con la saponetta.»

Gli ebrei e il restare vittime. “Il sentimento del ferro” di Giaime Alonge

A una prima, superficiale, lettura, questo romanzo potrebbe dare l’impressione di trattare semplicemente una storia di caccia, un tentativo di vendetta; e di essere quindi una narrazione esclusivamente intrattenitrice. Se proviamo, poi, ad andare oltre il semplice intrattenimento, possiamo trovare, tra le pagine, il racconto dello scherno che gli ebrei hanno subito dal mondo, del loro tentativo di superare l’essere stati vittime dei campi di concentramento, e la lapalissiana certezza che con il tempo, poi, siano rimasti vittime di sé stessi, come ha spesso detto Philip Roth (ebreo), uno dei più grandi romanzieri americani.

«Lichtblau guardò l’orologio. Erano quasi le sette. Quel contrattempo proprio non ci voleva. La nave che Himmler aveva mandato per portarli via non avrebbe atteso in eterno. Senza contare che i russi potevano circondare Königsberg da un momento all’altro, o addirittura espugnarla. Alle loro spalle, la massa in cotto rosso del castello dei principi-vescovi della Varmia si stagliava contro il cielo azzurro. Oltre quelle mura, echeggiavano le prime cannonate della giornata. Il maggiore andò a esaminare le carte a qualche metro di distanza dal Kübelwagen, insieme a uno dei sui uomini. Parlavano fitto, sottovoce, mentre gli altri tre tenevano d’occhio Lichtblau e i suoi.»

Gli ebrei e il restare vittime. “Il sentimento del ferro” di Giaime Alonge

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Troppo spesso gli uomini rimangono prigionieri di un’etichetta che qualcuno ha provveduto a cucirgli addosso. Subire un’ingiustizia, anche se questa fosse la più grande ingiustizia, dovrebbe permetterci di capire che, con il tempo, il ruolo di vittima andrebbe accantonato, anche per permettere a noi stessi di poterci guardare allo specchio in una maniera differente.


Per la prima foto, copyright: Albert Laurence su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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