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«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio RomanoA meno di un anno dall'assalto alla redazione della rivista satirica «Charlie Hebdo», il 13 novembre 2015 Parigi subisce un nuovo attacco terroristico, questa volta diffuso. Sei volte in 33 minuti, almeno 129 morti e oltre 300 feriti. Questi i numeri della carneficina di venerdì notte.

Perché Parigi? Perché la Francia? Tutto l'Occidente si interroga, chiedendosi se la scelta caduta su la Ville Lumière sia motivata oppure se il commando kamikaze abbia agito all'impazzata, a caso, e questo significa che potrebbero colpire chiunque, dovunque, in qualsiasi momento. Minacce vere o presunte all'Italia e alla sua capitale mettono in allerta anche gli italiani alla soglia del Giubileo.

Il presidente Hollande ha così indicato lo schema d'attacco: «ideato in Siria, pianificato il Belgio, eseguito in Francia. Un modello usato in precedenza su scala minore che ora rischia di essere riprodotto anche in altre parti d'Europa e non solo».

Ne abbiamo parlato con Sergio Romano, già ambasciatore NATO e a Mosca, attualmente editorialista del «Corriere della Sera» e di «Panorama», in occasione della pubblicazione, per Longanesi, nella nuova edizione, aggiornata, de La quarta sponda. Quella compiuta dall'autore è un'attenta analisi volta a capire i conflitti tra Occidente e Islam, gli scontri interni al mondo islamico nonché gli errori strategici dei Paesi europei e degli Stati Uniti.

 

Gli attentati di Parigi confermano il tentativo dell’ISIS di portare la guerra in Occidente, concretizzando un obiettivo ampiamente dichiarato. Come s’inserisce questo all’interno dell’attuale scenario geopolitico internazionale?

Credo che l'attacco di Parigi sia un contrattacco, provocato dalle difficoltà in cui si trova l'Isis nei territori di Iraq e Siria. In queste ultime settimane, l'Isis ha subito una serie di disfatte, alcuni suoi leader sono stati uccisi, sta perdendo una parte del territorio che aveva conquistato... la coalizione che si è formata nel corso degli ultimi mesi sta quindi producendo dei risultati piuttosto positivi. I bombardamenti aerei sembrano funzionare. Ed è questa la ragione per cui io credo che l'Isis, a un certo punto, abbia deciso di cercare di rovesciare la situazione colpendo il fronte interno.

Ha colpito la Francia perché questa è, da un certo punto di vista, il Paese più vulnerabile. Ha la maggiore comunità musulmana in Europa, con l'eccezione della Russia naturalmente, dove i musulmani sono molto più numerosi ma il Paese è più lontano.

Questa comunità musulmana agli occhi dell'Isis è un serbatoio di volontari. Sono le comunità musulmane nei Paesi occidentali che possono maggiormente fornire quelli che sono stati definiti foreign fighters.

Credo che la tattica, o strategia, dell'Isis vada vista sotto questa luce: sta combattendo, o sta cercando di combattere in Francia perché sta perdendo terreno in Iraq e in Siria dove ha il suo territorio. La debolezza dell'Isis in questo momento offre alla coalizione la possibilità di agire con maggiore efficacia, soprattutto se riuscisse a diventare più omogenea e più organica.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

In molti sostengono che quella dell’Isis sia una guerra interna all’Islam. Fino a quale misura possiamo ritenere fondata una tale affermazione?

L'Isis è un movimento sunnita e noi sappiamo che in questi ultimi anni la destabilizzazione del Medio Oriente ha provocato il risveglio di un vecchio conflitto religioso tra le due anime dell'Islam, i sunniti e gli sciiti. Non c'è dubbio che questa vecchia ruggine fra le due maggiori componenti dell'Islam ha in qualche modo contribuito a rendere il conflitto ancora più aspro.

Il principale obiettivo dell'Islam sono i Paesi occidentali ma non escludo effettivamente che questa sorta di guerra civile e religiosa tra sunniti e sciiti esplosa nuovamente sia diventata importante, soprattutto per i grandi Paesi come l'Arabia Saudita e l'Iran, vale a dire i Paesi che sono la maggiore espressione delle due grandi anime dell'Islam.

 

Oggi, in molti rimpiangono il regime di Gheddafi, quasi fosse l’unica soluzione possibile ad arginare l’avanzata dell’Isis. Lei stesso sottolinea i danni generati dall’interventismo francese. Quali sono le conseguenze più significative?

Anzitutto la spedizione anglo-francese fu sbagliata perché non avevano preso in considerazione quale sarebbe stato l'assetto politico-costituzionale della Libia dopo la scomparsa di Gheddafi. Quando si vuole eliminare un regime, bisognerebbe sempre avere delle idee abbastanza chiare su ciò che dovrà accadere il giorno dopo, e questo non è accaduto. In quel momento, nel 2011, l'Isis non rappresentava un problema. Non avevano preso in considerazione il fatto che la struttura della società libica è tribale, con conflitti interni che sarebbero, come è accaduto, riesplosi.

Poi l'Isis ha approfittato di questa situazione caotica in Libia dopo il fallimento dell'operazione anglo-francese per intervenire. È così che in genere il radicalismo, l'integralismo islamico appare sulla scena. È già accaduto nel caso di Al-Qaeda.

Non c'era Al-Qaeda in Iraq nel 2003 quando gli Stati Uniti invasero e occuparono il Paese, apparve nel momento in cui, avendo disintegrato il regime di Saddam Hussein, trovarono spazio per le loro ambizioni, per i loro piani strategici.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Ne La quarta sponda, inquadra la questione libica anche all’interno del contesto delle rivolte di Tunisia ed Egitto del 2010. Queste rivolte rappresentano la “primavera araba” come indicato dalla stampa internazionale? E come s’inseriscono nel processo di diffusione dell’Isis?

Credo che non dovremmo più parlare di “primavera araba”, piuttosto constatare che quei movimenti, quelle piazze piene di gente che protestava contro il regime di Ben Ali in Tunisia e contro quello di Mubarak in Egitto erano il segno di una protesta reale, non c'è dubbio che c'era una grande insoddisfazione, soprattutto generazionale. Nuove generazioni che avevano in qualche modo ambizioni suscitate anche dal fatto che potevano, a differenza dei loro padri e dei loro nonni, vedere meglio grazie alle nuove tecnologie quello che stava accadendo altrove, quello che la modernità rappresentava in altri Paesi.

Però in quelle piazze non c'erano movimenti o partiti politici quindi sono certamente riusciti a cacciare Ben Ali e far dimettere Mubarak ma non sono stati in grado poi di istituire un regime nuovo, creare nuove stabilità basate su progetti organici e quindi i paesi sono in modo diverso precipitati nel caos.

Le rivolte arabe, se vogliamo continuare a chiamarle così, non furono vere rivoluzioni, bensì manifestazioni di disagio economico e sociale. Riuscirono a distruggere il regime esistente ma quel regime venne poi sostituito da altri e, nel caso dell'Egitto, abbiamo un regime di carattere militare.

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Lei sottolinea il filo diretto che lega «lo sbarco a Tripoli e il colpo di pistola sparato a Sarajevo il 28 giugno 1914» ma precisa che questo legame si «intreccia con altri più antichi che imprigionano l'Europa in una fitta trama». A cosa si riferisce in particolare?

La tesi secondo cui la guerra libica ebbe l'effetto di provocare le guerre balcaniche e una serie di avvenimenti che si conclusero sì con quel colpo di pistola sparato a Sarajevo, ma le cause furono altre e numerose. Anzitutto vi era il declino di tutti gli imperi, che già da molto tempo davano segni di grande malessere.

Il primo, l'impero ottomano, che stava declinando ormai da molto tempo. L'altro, l'impero austro-ungarico, che proprio per salvare se stesso volle trasformare l'attentato all'arciduca nell'occasione per regolare i conti con la Serbia e ricostituire la propria influenza nei Balcani.

Quindi la Libia giocò la sua parte, come tanti altri eventi, ma non possiamo stabilire un rapporto diretto di causa-effetto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Lei paragona quanto sta accadendo in Libia ora a quanto accaduto in Iraq nel 2003. Alcuni ritengono che l'idea di Stato islamico sia sorta proprio dai deposti membri dello sconfitto esercito di Saddam. Dobbiamo aspettarci qualcosa di simile anche in Libia?

La Libia è molto più frammentata, è un Paese tribale. In Iraq la situazione non è così. Esistono dei grandi gruppi etnico-religiosi che sono per l'appunto la maggioranza sciita e la minoranza sunnita, i curdi nel Nord, ma non credo che sia facile e giusto stabilire un confronto troppo stretto tra gli avvenimenti libici e quelli iracheni. In Iraq le strutture statali preesistenti non sono mai state completamente distrutte. Ancora oggi rimane traccia di strutture statali importanti: le università, i tribunali, la gestione politico-amministrativa delle varie province. In Libia non c'è nulla. Quel poco che c'era è praticamente scomparso. Il Paese è in preda a una sorta di caos, di anarchia.

Nel caso dell'Iraq è certamente vero che il corpo degli ufficiali e dei sotto-ufficiali dell'esercito iracheno, l'esercito di Saddam Hussein per intenderci, quando è stato licenziato, congedato dalla primissima amministrazione americana, dopo la fine del conflitto, ha in qualche modo cercato di ricollocarsi, sia per ragioni di disoccupazione professionale sia anche per ragioni politiche, all'interno di un'altra organizzazione.

L'estremismo religioso di Al-Qaeda prima e dell'Isis dopo si è servito di queste competenze professionali, erano ufficiali e sotto-ufficiali che conoscevano il loro mestiere. Per otto anni avevano combattuto contro l'Iran quindi erano eserciti, non all'altezza di quelli europei, ma avevano una loro struttura che poteva tornare utile a qualcun altro, come poi effettivamente è accaduto.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Rispetto alla crisi siriana, lei individua nell’atteggiamento dei Paesi europei e degli Stati Uniti un elemento di debolezza, dovuto al loro essere «tormentati e paralizzati da opposti sentimenti». In che modo, secondo lei, si sarebbe potuta affrontare la questione siriana?

Nel regime di Bashar al-Assadvi erano componenti di opposizione di grande importanza.Era un regime clientelare però basato sulla fedeltà di un grande gruppo, l'alauita, e quindi già dagli anni del padre di Bashar al-Assad esisteva un'opposizione sunnita, che era stata repressa sanguinosamente da Hafiz al-Assad. Il regime aveva una sua intrinseca instabilità ma era anche in grado di difendersi e lo ha dimostrato e lo sta dimostrando con una guerra che si è protratta per molto tempo.

Non farei confronti troppo stretti tra Siria e Libia. Dopotutto Bashar al-Assad sta sempre lì e può sempre contare su sostegni internazionali importanti, che sono quelli dell'Iran e della Russia.

Il regime di Bashar al-Assad, come quello di Saddam Hussein, era un regime laico; entrambi avevano cercato di fondare la loro esistenza su principi desunti dall'Occidente. Il partito al potere, sia in Iraq che in Siria, era il partito Ba'th, nazionalista e socialista, con una forte componente laica. Saddam Hussein non ha mai avuto rapporti con Al-Qaeda, anche se questa era l'accusa da parte degli Stati Uniti, l'argomento o il pretesto per cui hanno deciso di fargli la guerra.

Paradossalmente era più simile a uno stato europeo quello di Bashar al-Assad, ma anche quello di Saddam Hussein insieme all'Egitto, di quasi tutti i Paesi arabo-musulmani.

«Gli attentati di Parigi sono il contrattacco dell’ISIS», intervista a Sergio Romano

Alcuni schieramenti politici italiani richiedono a gran voce l’adozione di due soluzioni: il bombardamento della Siria e la chiusura delle frontiere bloccando il flusso migratorio in entrata. Questa può essere una soluzione per difenderci dagli attacchi dell’Isis in Europa, oppure presenta pericoli ancora peggiori?

Chi ha questi obiettivi? C'è di sicuro un desiderio turco di creare delle zone di interdizione aerea che se decise su scala internazionale, nell'area occidentale, avrebbero significato naturalmente aiutare, sostenere Erdogan e la Turchia a meglio colpire il regime di Bashar al-Assad.

I turchi continuano a proporre questa soluzione ma mi sembra con minore insistenza, anche perché si sono resi conto che il nemico non è più veramente Bashar al-Assad, il nemico adesso è l'Isis.


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