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Giovannino Guareschi, oltre Peppone e Don Camillo

Giovannino Guareschi, oltre Peppone e Don CamilloSe è vero, come ebbe a dire il romanziere statunitense Ray Bradbury, che «i buoni scrittori toccano spesso la vita, mentre i mediocri la sfiorano con mano sfuggevole», la parabola umana di Giovannino Guareschi, l’autore italiano più tradotto in assoluto (i suoi libri hanno venduto all’estero oltre 20 milioni di copie), è lì ad attestare plasticamente quanto lui la vita non si limitò a lambirla. Ci affondò le unghie, forte di un’indole scomoda e amante della verità.

E in effetti l’esistenza del novelliere originario della bassa parmense, di cui ricorre il centodecimo anniversario della nascita e il cinquantesimo della morte (01 maggio 1908 - 22 luglio 1968), fu innervata da un tourbillon di vicissitudini, degne di quel realismo fantastico, figlio del surrealismo e intimamente interconnesso con l’irrazionalismo novecentesco, che caratterizzò le sue opere. Il fatto che la creatura narrativa che più riscosse il favore del pubblico, ovverosia Don Camillo, il battagliero parroco cui si contrappone il sindaco Peppone, quasi abbia fagocitato gli svariati grumi artistici costituenti la sua caratura letteraria, non può esimerci dal riconoscere la poliedricità insita tanto nel suo vissuto quanto nella sua vis creativa. Se appare doveroso quindi omaggiarlo per i due personaggi, che divennero immortali grazie alla coppia Fernandel – Gino Cervi, protagonista di fortunate trasposizioni cinematografiche (tra tutte Don Camillo del 1952, Il ritorno di Don Camillo dell’anno seguente, entrambe per la regia di Julien Duvivier, e Il compagno Don Camillo del 1965 diretta da Luigi Comencini), è però altresì necessario (provare a) dissolvere quel cono d’ombra che ancora offusca la sua versatilità.

 

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Fu infatti non solo uno scrittore visionario e capace di cristallizzare il tempo (fornendoci, con la saga del Mondo piccolo – tratteggiato in una raccolta di racconti la cui prima pubblicazione risale al marzo 1948– un vivido affresco dell’Italia post-bellica). Ma anche un giornalista di razza in grado di maneggiare con abilità la goliardia (basti rileggere i pezzi di costume pubblicati dal 1936 al 1943 nel settimanale satirico Bertoldo«in cui – scrive Alessandro Baricco nella prefazione della raccolta di scritti datata 1948 di Guareschi Lo zibaldino ripubblicata da Rizzoli nel 1997 – veniva a galla, limpido, lo statuto comicamente assurdo del reale». E un disegnatore raffinato che, alla produzione di caricature, vignette e lavori pubblicitari affiancò la creazione di xilografie e stampe da linoleum («in cui si riscontra la capacità di muoversi e adattarsi a diversi modelli e linguaggi» come si legge nel Catalogo d’arte Il segno satirico di Giovannino Guareschi 1927 – 1942 redatto nel 2004 da Giorgio Casamatti per MUP Editore).

Giovannino Guareschi, oltre Peppone e Don Camillo

Un intellettuale a tutto tondo insomma, che, incastonando Don Camillo e Peppone in un mondo campestre, puro e incontaminato, prefigurò profeticamente l’estinzione della ruralità. Delineando i prodromi di un futuro disincantato, rischiarato solo dalla fede in Dio. Ma anche un fervido idealista che, immerso nell’immanenza del secondo conflitto mondiale, mai rinunciò a fronteggiare i suoi avversari. Dapprima osteggiando Mussolini, poi rifiutandosi di combattere per la Repubblica Sociale, quindi pagando a caro prezzo la sua scelta: dal 1943 al 1945 visse in Germania e Polonia l’esperienza dei campi di concentramento. Infine un sagace commentatore del costume politico, mai asservito al potere costituito: nel 1954 scontò a Parma oltre un anno di carcere (rifiutandosi di chiedere la grazia) a causa di quello che passò agli annali come “l’affaire De Gasperi”. La diffamazione a mezzo stampa (anche in questo Guareschi si distinse, essendo stato, nella storia della Repubblica, l’unico giornalista a scontare interamente una pena detentiva in carcere a causa di questa fattispecie di reato) consistette nell’aver pubblicato nel gennaio di quello stesso anno sul settimanale Candido – da lui fondato nel dicembre 1945 – due lettere, da lui ritenute autentiche, in cui Alcide De Gasperi nel gennaio 1944 avrebbe chiesto agli Stati Uniti di bombardare obiettivi civili italiani per incitare la rivolta contro l’occupazione tedesca.

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Pur essendo stato epurato dalle istituzioni culturali, la sua vena feconda, a 50 anni dalla morte, appassiona ancora milioni di persone in tutto il mondo, a dimostrazione che, come scrive lo scrittore Fabio Trevisan nella recensione del libro di Corrado Gnerre Ridateci Don Camillo! in libreria dal mese di aprile(Edizioni Mimep-Docete), è necessario «cogliere la grandezza di Giovannino Guareschi, del suo realismo cristiano, della semplicità di quel Mondo piccolo che incanta e sopravvive alle lusinghe delle mode di un mondo sempre più secolarizzato».

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