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Giornalismo culturale – Intervista ad Annarita Briganti

Giornalismo culturale – Intervista ad Annarita BrigantiGiunge alla terza puntata la nostra incursione nel giornalismo culturale. E dopo Luigi Mascheroni e Luca Ricci, quest’oggi intervistiamo Annarita Briganti.

Giornalista culturale su «La Repubblica» e «Donna Moderna» e scrittrice (Non chiedetemi come sei nata, Premio Comoinrosa 2014 e L’amore è una favola; entrambi editi da Cairo), con Annarita Briganti abbiamo dialogato del rapporto tra web e carta stampata, delle relazioni tra giornalisti culturali e uffici stampa, fino a toccare un punto nevralgico: qual è la funzione del giornalismo culturale oggi?

 

Esiste davvero una crisi del giornalismo culturale, come molti sostengono? Oppure, si tratta solo di una trasformazione in atto? E quali potrebbero essere i contorni di entrambe?

Esistono molte crisi: da quella dell’editoria a quella del libro come strumento di formazione e/o passatempo, da quella della critica letteraria, quindi di una branchia del giornalismo culturale, a quella della comunicazione tradizionale.

Freelance da più di vent’anni, non penso che prima si stesse meglio, a parte forse una maggiore facilità di assunzione nei giornali. Come ogni cosa, nella vita, ci vorrebbe una via di mezzo. Si è passati dagli scrittori chiusi nella torre d’avorio a quelli che, pur di vendere una copia in più, si sputt. sui social.

Il giornalismo culturale dovrebbe avere sempre la stessa funzione, che rende nobile il mestiere di scrivere: raccontare la verità in un mondo che prospera nelle bugie, nel cinismo, nella competizione estrema. Mi sarebbe piaciuto che nel tempo avesse mantenuto maggiore purezza ma lo schema tipico è critico adulto maschio che incensa i suoi amici e ignora scrittrice donna magari di qualche generazione meno della sua. Si può fare meglio, contaminando i mezzi d’espressione, parlando ai lettori e non agli addetti lavori. Quando mando qualcuno a una manifestazione o lo convinco a riempire il suo comodino di volumi mi sento felice.

 

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Com’è cambiata la percezione che nel settore editoriale si ha del ruolo e della funzione del giornalismo culturale? Penso, ad esempio, a uffici stampa e scrittori…

In questo momento domina quella che chiamo “l’editoria dei click” con, mi permetto di dire, una scarsa lungimiranza in termini di catalogo. Ferito a morte, con il quale La Capria vinse il Premio Strega, era un romanzo complesso, con la linea del tempo destrutturata. Oggi su una bacheca Facebook sarebbe stato ignorato ma io me lo ricordo ancora, ci penso, quando immagino un modello di scrittura più sofisticato.

Gestendo da sola i miei social, compresa la pagina del mio nuovo romanzo – L’amore è una favola (Cairo) –, so che un video mi porta xxx contatti in pochi minuti, che poi diventano a quattro cifre, mentre un testo che dice qualcosa di più profondo probabilmente sarà apprezzato prevalentemente dai lettori forti. Va bene il cazzeggio ma la vita è una e non vorrei sprecarla a leggere quelli che gli editori ritengono essere “fenomeni”.

Lo scrittore è diventato l’ufficio stampa di sé stesso, anche se ci sono ottimi professionisti che fanno questo lavoro, sempre più esternalizzato rispetto alla casa editrice, come accade per i giornalisti. Dall’altro lato, da giornalista devo tutto alle preziose informazioni degli uffici stampa, ma mi piacerebbe una comunicazione più sintetica e centrata sui contenuti. Non m’interessano le fascette che dicono che è un capolavoro, i diecimila paesi in cui è tradotto eccetera, ma tu, l’hai letto? Cosa ne pensi? Chi è realmente l’autore? Difficile che mi propongano un romanzo dicendo che li ha tenuti svegli di notte ma a me succede spesso ed è la prima cosa che racconterei ai lettori.

 

E, secondo lei, quale dovrebbe essere, invece, il ruolo del giornalista culturale in generale e rispetto alla promozione della lettura?

Promuovere la lettura dovrebbe essere la missione di chiunque avesse un minimo di cervello. L’ho fatto e lo faccio sempre spontaneamente. Se m’innamoro di un libro lo consiglio a tutti, lo porto ai festival, ne scrivo, lo regalo agli amici. Il problema poi è capire quanto la fiducia in chi l’ha scritto sia ben riposta, ma sono i rischi di quando ci apriamo agli altri.

Far venire voglia di prendere un libro in mano significa, come dicevo prima, non parlare al proprio circoletto ma a tutti. Scrivere in modo chiaro, emozionante, preparato. E, requisito a volte sottovalutato, leggere i libri di cui ci si occupa. Non si è giornalisti culturali fotografando un libro dopo l’altro a favore di social. Raccontare l’editoria significa conoscerla in ogni anfratto, tra luci e qualche ombra, seguire il percorso degli autori, dialogare con loro nella loro lingua, studiare la rassegna stampa straniera, essere indipendenti di giudizio, andare a sentirli in giro per il mondo, non avere paura.

Il maggior complimento che mi fanno è quando dicono che sono una donna che non ha paura di niente, nel lavoro e nella vita che, nel mio caso, spesso si sovrappongono.

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Lei lavora sia sulla carta stampata sia sul web. Quali differenze ha potuto riscontrare tra questi due mondi che sembrano così distanti?

Carta e web per me, da un certo punto di vista, sono la stessa cosa. In questo periodo sto rileggendo Delitto e castigo, di carta, ma la maggior parte dei libri di cui mi occupo me li porto dietro su cellulare e computer e li leggo in digitale, a volte anche di fila. Mi piace molto leggere sullo smartphone. Lo stesso vale per i giornali: amo alternare, sovrapporre il mezzo, con un passaggio continuo dalla cellulosa ai file e viceversa.

Da giornalista e scrittrice sono affascinata dalle trasformazioni del linguaggio. L’offerta più è ricca e diversificata meglio è. Nella Brexit, notizia arrivata a giornali già andati in stampa, ha “vinto” la rete. La maggior parte degli scandali italiani sono stati scoperti dal giornalismo tradizionale, spesso sulle pagine del mio quotidiano, «La Repubblica». «Donna Moderna», l’altra mia testata, fa dialogare le pagine cartacee con il nostro sito in una maniera esemplare. La convivenza dà frutti molto migliori della “guerra” tra supporti.

Giornalismo culturale – Intervista ad Annarita Briganti

Restando in ambito web, come giudica l’attuale offerta culturale tra blog e portali vari?

La critica letteraria è morta nei canali tradizionali e potrebbe rinascere in rete. Uso il condizionale perché, pur in un’offerta di blog e portali in grande ascesa, non vorrei che tutto si riducesse, come dicevo, alla foto della copertina del libro.

Le nuove leve, ma anche tutti gli altri, dovrebbero smetterla di cercare i click, i follower, il “consenso”. Di Oriana Fallaci dicevano che fosse una “rompicoglioni”. A cinquant’anni la Fallaci scriveva del Libano, dal fronte, e tutto quello che ha realizzato fa ancora discutere e/o ispira. Non scegliamo mai la via più semplice. Leggiamo i libri di cui ci occupiamo e poi magari li postiamo mettendoci in posa. Più contenuti, meno specchietti delle allodole.

 

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Come immagina il futuro del giornalismo di settore nei prossimi anni?

Il mondo non esisterebbe senza qualcuno che lo raccontasse. Noi che siamo malati di scrittura, ossessionati dal mestiere di scrivere, dovremo ancora stringere i denti, ma è una funzione sociale che ci rende intellettuali e esseri umani migliori. I libri fanno crescere, sopravvivere, sperare, sognare. Quanto abbiamo bisogno di sogni?

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