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Giorgio Bassani, il poeta dell’immutabilità

Giorgio Bassani, il poeta dell’immutabilitàUn approccio alla figura e all’opera di Giorgio Bassani che non sia specialistico o approfondito – quand’anche si tratti di una lettura critica –, inteso all’analisi delle varianti di riscrittura dei suoi libri, corre il rischio di delineare il ritratto equivoco di un autore puntiglioso e perfezionista, che travalica in qualche momento la soglia di un considerevole narcisismo. L’attenzione estenuata alla revisione dei suoi scritti, il suo “eterno lavoro” di sistemazione e limatura hanno impegnato e impegnano gli studiosi sul refrain della ricerca del testo ultimo, di una filologia definitiva, apprezzata dal pubblico e insieme convincente agli occhi dei critici. Quel che scrive, in proposito, Emilio Cecchi nel suo «Prosatori e narratori», in Storia della letteratura italiana. Il Novecento, ha un valore quasi lapidario su uno scrittore che trova una salda collocazione nella scrittura creativa della seconda metà del XX secolo, non solo italiana ma di più ampio respiro europeo: «Al centro dell’opera di Giorgio Bassani stanno le Cinque storie ferraresi, attorno alle quali si è venuta organizzando quasi tutta la sua narrativa, e la cui storia editoriale è lunghissima. La prima edizione è del 1956; l’ultima, frutto di molte revisioni e ritocchi via via apportati (e da ritenersi definitiva), reca il titolo Il romanzo di Ferrara e la data del 1980. […] La prosa di Bassani dal ’56 in poi non muterà più registro pur nell’approfondimento delle scelte tematiche; e continuerà a muovere da una profonda vibrazione affettiva e morale e a trasferire in essa le sue diverse e anche contraddittorie motivazioni. […]».

Poco più in là, nel corso dello stesso intervento, Cecchi accenna a una dimensione di «tepore autobiografico», di «una lunga convivenza con la propria materia narrativa». Ampliando il campo della nostra indagine a partire da questo identikit psicologico di Giorgio Bassani che andiamo abbozzando e che, siamo sinceri, non gli rende giustizia, potremmo senz’altro aggiungere ulteriori tasselli al mosaico. Guardando alla sua ampia produzione narrativa, poetica e saggistica, quel che più risalta è l’intenzione di pervenire alla scoperta di una propria verità, di una personale recherche incentrata sul volgersi indietro, sul ripescare dal vortice del tempo e della memoria i ricordi – non solo i suoi ma anche della collettività – e ancora suggestioni, dettagli minuziosi, e il rimando a significati e accezioni metafisiche. Se il suo esordio, come poeta prima che prosatore, risentiva in parte del clima dell’ermetismo, la sua narrativa fu ricerca del vero ma ebbe pochi addentellati con la stagione culturale del neorealismo. Pure il genere del romanzo storico, i cui caratteri potrebbero facilmente attagliarsi a molti dei suoi libri più importanti e riusciti, gli veste comunque stretto. Era Giorgio Bassani, insomma, e aveva le peculiarità che toccheremo in questa pur breve ricognizione.

 

Una serena adolescenza

Era nato a Bologna il 4 marzo del 1916, da una benestante famiglia di credo israelita. A Ferrara aveva trascorso l’infanzia e la giovinezza, fino agli studi di maturità classica. Era molto bravo a scuola; rivelò, in prima istanza, interessi musicali: ascoltava per ore Bach, Beethoven e Mozart. Poi, a 17 anni, rinunciò di colpo alla musica e iniziò a scrivere. Nella società ferrarese, ben integrata nella borghesia da sempre, la famiglia Bassani condusse fino al 1938 una vita normale. Il padre Enrico era un medico che non esercitava; si poteva permettere di mantenere la famiglia con la rendita di alcune proprietà terriere. Con Dora Minerbi, sua moglie, oltre a Giorgio avevano avuto altri due figli: Paolo e Jenny. Nel 1935 avvenne un fatto essenziale nella formazione umanistico-letteraria del nostro autore; si trasferirono a Ferrara alcuni normalisti sardi laureati da poco: Giuseppe Dessí, Franco Dessí Fulgheri, Claudio Varese e Mario Pinna. Saranno gli “adolescenti” di Una città di pianura, 1940, professori di prima nomina che influenzarono il più giovane Bassani, pronto ad assorbire il loro messaggio antifascista ma pure i fermenti culturali più moderni, non da ultimo una formazione storicistica e idealistica, crociana e gentiliana. Bassani aveva avuto un’adolescenza resa facile dalla posizione sociale e dal censo, tra i lieti studi universitari a Bologna, le partite di tennis, i divertimenti e molti amici. Come accadde, purtroppo per altri ebrei, non venne colpito duramente dalle leggi razziali del 1938 e l’anno successivo riuscì comunque a laurearsi con una tesi su Niccolò Tommaseo. Negli anni dei suoi studi fu anche a Firenze, dove frequentò l’ambiente delle «Giubbe Rosse», amico di Attilio Bertolucci, di Giorgio Morandi e frequentatore delle lezioni del critico d’arte Roberto Longhi.

Giorgio Bassani, il poeta dell’immutabilità

La passione politica e la militanza antifascista

La convinta adesione all’opzione antifascista fu comunque per Bassani la consapevolezza che sulla ribalta della Storia si era affacciato qualcosa di irrevocabilmente tragico: i rapporti con la miglior borghesia ferrarese, le sue relazioni si erano improvvisamente arrestate. L’esperienza del razzismo avrebbe lasciato un marchio indelebile nel suo spirito e nella sua arte. Da qui originò anche quel sentimento ambivalente per Ferrara: un miscuglio di amore e odio, di rimpianto e insieme di rivalsa, pure se stemperato in un superiore sentimento di umana pietas. Nel 1940 pubblica il suo primo libro, con lo pseudonimo di Giacomo Marchi per sfuggire alle leggi razziali, Una città di pianura, raccolta di prose e versi. Seguiranno, nel 1945, le raccolte di versi Storie di poveri amanti e Te lucis ante (del 1947), scritto in parte in carcere, a seguito di una detenzione di qualche mese, a causa della sua militanza politica. «[…] non avrei mai potuto scrivere niente se non avessi, prima, scritto Te lucis ante. In un certo senso è dunque questo il mio libro più importante». Ci sono in nuce, nelle poesie di Bassani, tutte le figure e i temi che popoleranno i suoi racconti: da Ferrara all’ambiente ebraico, dalla passione per la politica al recupero della memoria. L’io lirico viene sempre prima della prosa, pare una legge assodata nella letteratura di ogni tempo e paese, e qui non fa eccezione: è una “materia prima” da forgiare e plasmare a piacimento, il prototipo di quel motore dove attingere gli esiti più felici che saranno dei racconti e del romanzo.

 

Dentro le mura di Ferrara

L’edizione Sansoni di La passeggiata prima di cena (1953) comprende i racconti Storia d’amore, La passeggiata prima di cena e Una lapide in via Mazzini. Le tematiche sono varie: in Storia d’amore, ch’era molto piaciuto a Carlo Bo, si parla di una povera ragazza, Lida, di religione cattolica, che cede alla corte di un giovane di buona famiglia borghese israelita che la abbandonerà, in seguito, con un figlio da mantenere. C’è nella prosa di Bassani una delicatezza nel tratteggiare gli interni, e l’apertura al mondo più ampio del microcosmo ferrarese, e più oltre della politica e della religione. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta viene narrata l’unione fra due persone di ceti diversi, la contadina Gemma Brondi e il marito, il medico fallito Elia Corcos. A margine viene esaminata la complessità dei rapporti che intercorrono tra le due categorie sociali. Pier Paolo Pasolini scrive, a proposito dei racconti (in «Paragone», 1953): «in Bassani ciò che più interessa è la lucidità con cui si pone a descrivere il mondo secondo un suo interno modo di giudicarlo: modo assolutamente laico, appunto razionale». Aggiunge a questa chiosa Massimo Grillandi, nel suo Invito alla lettura di Bassani (Mursia, 1972 e segg.): «Laico sì, ma per questa inesausta dedizione anche partecipe di una quasi calvinistica carica di religiosità».

Giorgio Bassani, il poeta dell’immutabilità

Del 1953 è anche Gli ultimi anni di Clelia Trotti, poi dato alle stampe nel 1955, tra i suoi racconti più importanti non solo per lo stile ma per la felicità dell’invenzione e la caratterizzazione dei personaggi. Bruno Lattes torna in Italia nel 1946, dopo che negli Stati Uniti si è rifatto un’esistenza, acquisendo una cattedra universitaria. Proverà a uscire dal suo isolamento cercando di riallacciare i legami con gli antifascisti, ma i soli che avvicinerà sono un vecchio ciabattino, il Rovigatti, e un’anziana dirigente socialista, Clelia Trotti. Ciascun personaggio è prigioniero del proprio sogno o ideale, e nel sogno rimane impigliato come in una tela, incapace di ricostruire rapporti autentici in un mondo radicalmente cambiato. Siamo al culmine dell’impegno ideologico di Bassani, dove si indagano la radice del male, il fascismo e il suo malcostume sociale, la sua arroganza e insieme crassa ignoranza. Questi temi, se vogliamo, vengono maggiormente centrati in Una notte del '43, pubblicato prima in «Botteghe Oscure», nel 1955, poi raccolto nel volume Cinque storie ferraresi (1956) e in seguito in Le storie ferraresi (Einaudi, 1960). Il racconto è permeato da un’atmosfera di trepida attesa e ha solide radici nella cronaca. Il fatto vero utilizzato a pretesto è che i fascisti, per vendicare la morte di uno di loro, il console Bolognesi, hanno fucilato undici inermi cittadini, alcuni già in carcere e altri prelevati nottetempo nelle loro case. Testimone del fatto è Pino Barilari, il farmacista, costretto all’immobilità da una grave malattia contratta da giovane. Dalla sua finestra, col binocolo, Pino vede e in seguito non denuncia, durante il processo contro gli uccisori, per paura di rappresaglie o perché quella sera scorse anche la sua bella moglie che tornava da un convegno col suo amante. Ma vi è anche una predisposizione indulgente dei cittadini rispetto ai colpevoli di quell’orrenda strage, e tutto ciò genera nel lettore un sentimento di disgusto che forse era nelle intenzioni del suo autore. Il racconto, per il delinearsi di un preciso contesto socio-storico, fece intuire alla critica il percorso che Bassani avrebbe di lì a poco intrapreso, quello del romanzo storico di stampo manzoniano. Purtroppo il limite della prova si avverte nello sviluppo di una vicenda dove marcata è l’indignazione personale e diverse le intrusioni narrative dell’autore.

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Ebraismo ed esclusione sociale: Gli occhiali d’oro

Gli occhiali d’oro, pubblicato nel 1958, più che un racconto è un vero e proprio romanzo breve. La costruzione del testo articola due vicende parallele. La prima è quella del dottor Fadigati, professionista ben introdotto nella borghesia cittadina, persona di successo che, pur simpatico ai più, viene per gradi allontanato dal suo contesto sociale, per la scoperta di un suo vizio segreto che, dapprima solo sospettato e in seguito apertamente svelato, lo vede legato a frequentazioni sconvenienti: studenti universitari, un usciere, una guardia, un uomo dalla dubbia reputazione. La sua discesa agli inferi del consenso cittadino lo porterà a un quasi prevedibile epilogo, il suicidio. L’evento coincide con la presa di coscienza dell’io narrante, un giovane israelita, nel pieno delle discriminazioni razziali. Mentre tutti si allontanano dal medico col marchio dell’infamia sociale, il giovane lo avverte sempre più vicino: l’isolamento di Fadigati diviene il suo isolamento, stagliandosi sul fondale della Storia, approfondendosi sempre più nel problema ebraico. Bassani conduce il racconto con mano lieve, senza calcare i toni, con grande equilibrio nella tessitura della pagina.

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L’aurea “immobilità” dei Finzi-Contini

È una prima persona anche la voce narrante del suo libro più celebre, Il giardino dei Finzi-Contini (apparso nel 1962, per i tipi di Einaudi, ma in gestazione fin dagli anni Quaranta), elaborazione della memoria che prova una volta di più, se già non bastasse, come la tenuta di un libro sia in relazione col tempo agevole alla sua sedimentazione e maturazione. I Finzi-Contini sono una famiglia israelita, veri e propri principi borghesi, con un culto delle radici e un linguaggio peculiare, con elementi gergali dell’epoca e raffinatezze letterarie. La famiglia vive nella sua dimora senza tempo, in fondo alla via più antica e più frequentata di Ferrara, nel suo isolamento dorato e nelle sue contraddizioni, ignara dell’incombente tragedia della persecuzione che di lì a poco li annienterà. Il professor Ermanno, studioso di agraria e letteratura, orgoglioso della sua razza, aprirà comunque la biblioteca e metterà a disposizione la sua esperienza per il giovane ebreo che racconta la storia, laureando in lettere. I due giovani Finzi-Contini sono Alberto e Micòl: il maschio sembra aperto alle nuove ideologie e al progresso, ma appare molto esclusivo negli affetti; Micòl, di cui l’io narrante si innamora, si può dire che sia il perno attorno al quale ruota il romanzo. Capelli biondi, occhi chiari, un corpo flessuoso, una carnagione color miele, viva e intelligente, sembra uscita da un libro di Marcel Proust.

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Una revisione continua delle opere: Il romanzo di Ferrara

Negli anni seguenti Giorgio Bassani sarà sempre più impegnato, come un pittore che ha intuito la coesione e i collegamenti tra le tele dei suoi dipinti, a congegnare un grande affresco cui darà il titolo de Il romanzo di Ferrara, un vero e proprio compendio/monumento della sua arte, comprendente le Cinque storie ferraresi, Gli occhiali d’oro, Il giardino dei Finzi-Contini, Dietro la porta (Einaudi, 1964), L’airone (Mondadori, 1968) e L’odore del fieno (Mondadori, 1972). Dietro la porta racconta l’età dell’oro della vita, sullo sfondo degli anni Trenta a Ferrara, dove uno studente di liceo intrattiene relazioni capitali e rituali di passaggio dall’adolescenza all’età adulta con alcune figure di riferimento tra i suoi coetanei, con sentimenti ambivalenti di attrazione e repulsione, indagando nella fucina di una memoria ammantata di poesia, simile a quel che già fece Joyce nel suo Ritratto dell’artista da giovane. L’airone costituisce di per sé un rinnovamento tematico piuttosto coraggioso: vi si racconta la giornata di Edgardo Limentani, mite possidente, che nell’inverno del 1947 fa insieme un inventario della sua vita privata e di quella pubblica. Una partita di caccia nelle paludi sortisce l’effetto di intorbidare il suo giudizio, sulle prime così limpido. La sua vita gli scorre sotto gli occhi: l’airone, un uccello ferito a morte, elemento scatenante della sua condizione psicologica, diviene l’emblema di un’esistenza che assume significato solo se verificata dalla morte. L’odore del fieno è considerato dalla critica un’opera minore, una sorta di sinopia per opere più vaste, ma comunque una preziosa summa di tutta la tensione di Bassani e il brodo primordiale dal quale sono emersi i personaggi della saga di Ferrara.

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Nel lavorio “eterno” di sistemazione e di limatura del suo materiale sembra non esserci più posto, come scrive Giusi Oddo De Stefanis nel suo Bassani entro il cerchio delle sue mura (1981), per nuovi personaggi o racconti che verrebbero a scompaginare «il perfetto equilibrio di un mondo poetico chiuso in una sua autonoma struttura». L’opera su Ferrara sembra giunta a un naturale esaurimento ma è pure l’unico strumento che permette al suo autore il contatto col passato. I soli cambiamenti possibili paiono essere le innovazioni dello stile, volte ad attualizzare e raffinare l’espressione. L’io lirico delle prime opere e di quelle più importanti trasmigra in una dimensione quasi epica; l’impressione che si riceve dalla lettura complessiva de Il romanzo di Ferrara è che Bassani, nel trascorrere del tempo lineare della sua esistenza terrena, abbia inteso allontanarsi dalla scena di un dramma che non considera più strettamente individuale per consegnare i fatti al patrimonio della collettività.

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La poesia di una vita “più vera” e immutabile

Il passato si allontana e nel fondo di quel passato risiede la vita; il presente è perciò la massima distanza da quel punto, dagli anni perduti che non torneranno. Emblematica, in questo senso, è la dimensione di immobilità dei Finzi-Contini, consapevoli di stare vivendo i loro giorni più alti e memorabili, in quel «desiderio di immutabilità», di cui scrive Franco Fortini, «che finisce col credere che valore e immutabilità coincidano». Lo sguardo continuamente volto all’indietro, nella rinuncia all’agire nel presente e l’inseguire la memoria, è la certificazione della mancanza di tutto nell’oggi. Bassani è perciò un autore che non ha l’ambizione di scoprire e svelare, ma di notificare la poesia e la qualità degli eventi. Nella sua più intima catalogazione, spaziale più che temporale, Bassani rifiuta la vita per creare una vita più vera e immutabile in quanto forgiata sui propri ideali, col talento di una grande libertà di movimento, con la capacità di penetrare limpidamente i propri ricordi, il sentimento del dolore e dell’isolamento, dove anche l’abbraccio della morte appare più tenero e indulgente, per affermare con la sua Micòl, nel romanzo più fortunato: «[…] per me, non meno che per lei, più del possesso delle cose contava la memoria di esse, la memoria di fronte alla quale ogni possesso, in sé, non può apparire che delusivo, banale, insufficiente».

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