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“Getsemani” di Charles Péguy, nella notte più profonda di Cristo

“Getsemani” di Charles Péguy, nella notte più profonda di CristoDio ha toccato con Cristo il nostro mondo e lì lo ha lasciato ai suoi patimenti, alle sue paure abissali. Charles Péguy lo sapeva e ha scritto pagine intelligentissime e di grande naturalezza. Castelvecchi, a cui va fatto evidentemente un plauso, le ha riproposte in Getsemani (con la traduzione di Mario Bertin). Anche Péguy ha visto il vuoto profondo della morte: al fallimento, alla frustrazione, alla nevrastenia che lo consumava fino al meditato suicidio nel 1908 ha opposto la speranza della fede e del Vangelo. Ha ripreso in mano le pagine di Matteo, l'elaborazione di un lutto che si compie lentamente, ma che per la sua portata è già la nascita di una nuova vita. Un lutto pieno di sofferenze e timori.

Per poter morire, nel Getsemani Gesù decise di non salvarsi, con coscienza chiara e limpida, eppure fu combattuto: tra gli ulivi anche il figlio di Dio, che da Adamo è vita, ha temuto la morte. La notte nel Getsemani è stata l'esperienza definitiva della natura umana, di un Dio che si è fatto carne (ha scritto benissimo nella Presentazione al libro Jean Bastaire: «“Voi sarete come dei”, aveva sibilato il tentatore. In Gesù Dio risponde che egli sarà un uomo come noi, che si annienterà fino a soffrire e a morire come noi. Ridiventiamo così suoi figli nel suo Figlio»).

Nell'Orto degli ulivi si consumò l'estrema esaltazione dell'amicizia, che è empatia del divino con l'uomo. Per far sì che la notte fosse più chiara, Gesù ritirandosi dalla folla, chiamò a sé tre discepoli, Pietro, Giovanni e Giacomo. La vicinanza più stretta nella preghiera e nei giorni ultimi della vita. L'invito a vegliare viene disatteso e i discepoli sono vinti dal sonno, ma Gesù continua la preghiera, quella più intima e misteriosa con il Padre. É il non detto per eccellenza della nostra cultura cristiana occidentale, l'invocazione alla Provvidenza più angosciosa e stupenda, perché turbata dalla paura, ma confidente e fiduciosa.

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“Getsemani” di Charles Péguy, nella notte più profonda di CristoAnche nel momento della morte, sul Golgota, il silenzio di Dio non rassicura Gesù, persuaso però come San Paolo che «né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio»[1]. L'invito è a fare altrettanto, anche se spesso vinti dalla limitatezza della condizione umana, come dal sonno dei tre discepoli. Combattere la potenza del negativo, che in estremo è poi la morte.

Quanto sia diversa la notte nel Getsemani da tutti gli altri testi biblici, lo ha colto benissimo Péguy, che capisce molte cose, quasi sempre con preziosa originalità:

«Tutti i testi si muovono nello stesso senso, i profeti, i santi, e lui profeta e santo. Tutti i testi vanno nello stesso senso che è il senso del compimento della salvezza. Un solo testo si muove in senso opposto. Un solo testo va controcorrente. Ed è precisamente il testo del presentimento della morte»[2].

 

La condizione tragicamente combattuta di Gesù Cristo nel Getsemani è la conseguenza di due volontà, umana e divina, che in lui convivono. E l'una deve rispettare il volere dell'altra, lo deve assecondare.

 

«Poiché nell'onnipotente persona di Cristo la divinità era strettamente congiunta all'umanità non meno di quanto la sua anima immortale lo era al corpo mortale, egli parla tanto di ciò che fece come Dio, quanto di ciò che fece come uomo, non come se fosse diviso in due ma, giustamente, essendo uno, come fosse uno»[3].

 

La sua umana obbedienza è divina e carnale, al medesimo tempo:

«Egli aveva un corpo e il suo corpo si era difeso. Il suo corpo si era ribellato, il suo corpo si era sollevato davanti alla morte, davanti alla morte del corpo. Egli era stato un uomo fino alla fine, aveva avuto un corpo d'uomo»[4].

 

Con la sofferenza del Getsemani e della Crocifissione si compie il dramma umano di Gesù. «Con Gesù non bisogna scordarsi di pagare il suo scotto allo sportello della sofferenza e della morte. Non bisogna scordarsi di passare per la porta stretta del nulla. Soltanto allora, per Gesù e in Gesù, si accede alla gloria».


[1]    Rm, 8, 38-39.

[2]    C. Péguy, Getsemani, Roma, Castelvecchi, 2016, p. 40.

[3]    T. Moro, Gesù al Getsemani. De tristitia Christi, Milano, Paoline, 2001, pp. 100-101.

[4]    C. Péguy, Getsemani, Roma, Castelvecchi, 2016, p. 50.

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