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“George Harrison. Living in the material world” di Olivia Harrison

George Harrison. Living in the material worldQuesto sontuoso volume commemorativo, edito da Rizzoli nel 2011 con una prefazione di Martin Scorsese e l’introduzione di Paul Theroux, ha accompagnato l’uscita sul mercato italiano del documentario su George Harrison siglato dallo stesso Scorsese e, pur essendo un acquisto impegnativo (io l’ho preso in promozione in libreria, per dire, e lo si trova a metà del prezzo indicato spulciando il web), non può mancare nella biblioteca di un appassionato dei Beatles e di un estimatore di George Harrison, in particolare.

Il testo ripercorre i momenti salienti del documentario sulla vita del “terzo beatle”, nato nel 1943 in una famiglia di umili origini (il padre era un autista di autobus): dall’infanzia a Liverpool, sotto le bombe, alla rapida escalation con i Beatles (nel corso della prima tournée del gruppo fuori dei confini nazionali, ad Amburgo, non era ancora maggiorenne), allo stordimento conseguente al successo planetario e lo scioglimento del quartetto, nel 1970. In seguito, Harrison intraprenderà una proficua carriera solista, si avvicinerà sempre più alla cultura indiana, avrà legami affettivi più o meno complicati, amici celebri e non che gli staranno accanto fino alla prematura scomparsa, a causa di un male incurabile. Ci sono delle fotografie e reperti davvero impagabili in questo libro. Accanto a quelle già note che hanno fatto il giro del mondo possiamo visionare molte delle foto scattate dallo stesso Harrison – era solito girare con una macchina fotografica, per immortalare i momenti più importanti e salienti dei suoi viaggi, i suoi incontri, le sue piccole-grandi ossessioni e predilezioni –, provenienti dall’archivio di famiglia. I reportage dei viaggi in India, la collezione di chitarre, le pagine dei suoi quaderni, con gli studi degli accordi, i testi delle canzoni più famose, i memorabilia e le lettere che scriveva ai suoi cari durante i tour; momenti di svago privati, in compagnia, magari, della famiglia di Bob Dylan, o con Terry Gilliam e i Monty Python, Eric Clapton eccetera. Istantanee in cui cura l’immenso parco della sua tenuta di Friar Park, o nei box delle corse di Formula 1, altra sua grande passione.

Come fan dei Beatles e come lettore più o meno onnivoro mi sono sempre chiesto cosa rendesse George Harrison un “personaggio” a tutto tondo, ovvero qualcuno capace di bucare la pagina, degno di essere impresso a fuoco nella memoria collettiva, di divenire esempio riconoscibile e modello di riferimento; qualcuno che è imprescindibile raccontare, qualcosa di più della pop-star inarrivabile e stravagante, qualcosa di diverso dall’uomo Harrison, gentiluomo bohémien, e dalle sue ombre, dalle sue crisi esistenziali, dalla profonda vocazione all’introspezione e alla ricerca spirituale. Mi sono dato una risposta: le sue contraddizioni. A corroborare questa mia tesi ci sono molte testimonianze dello stesso George Harrison. Permettiamogli di definirsi: «Ebbi una strana esperienza quando mi trovavo a Rishikesh. Andai a un corso di meditazione, che aveva come scopo di meditare per lunghi periodi in profondità, sempre più a fondo, e lo scopo era di collegarti realmente all’energia divina ed elevare il tuo stato di consapevolezza e metterti in sintonia con gli stati più fini della consapevolezza. Non so dire quale fosse la direzione e non era né su né giù né a sinistra né a destra ma non c’era corpo in quel viaggio, e nello stesso tempo non avevi la sensazione che ti mancasse qualcosa. Una consapevolezza completa. Io ho questa strana cosa, la spiego col fatto che sono dei Pesci. Io la vedo come se un pesce andasse dove l’altro è appena stato. Vivevo in Occidente ed ero calato nel mondo del rock’n roll, e facevo follie, stavo su tutta la notte e facevo le cose che ti insegnano essere sbagliate. Tutto ciò era in contrasto con le cose giuste che avevo imparato in India – tipo alzarsi presto, andare a letto presto, prendersi cura di sé e avere nella propria vita una sorta di qualità spirituale. Ho sempre vissuto questo conflitto».

La vita di Harrison è stata improntata alla ricerca e al cambiamento. La definizione affibbiatagli di “beatle tranquillo” era un cliché che non gli si attagliava. Harrison era persona gentile, introversa e garbata, ma capace di improvvisi scatti di collera. Aveva benedetto il suo successo ma ne era pure tiranneggiato; desiderava una privacy che difficilmente poteva ottenere, nel periodo con i Fab Four. Tutto il clamore che il gruppo suscitava gli creava più disagio che piacere. In più, era compresso tra due grandi personalità creative che si prendevano tutto lo spazio disponibile: John Lennon e Paul Mc Cartney, che firmarono gran parte del repertorio dei Beatles. Eppure George era un grande innovatore e sperimentatore della chitarra, il più virtuoso del gruppo col suo strumento anche se, per lo più, vincolato alla chitarra d’accompagnamento. Il suo carattere schivo lo relegò un po’ nell’ombra; soffrì di questa consapevolezza, ma gli fu anche di sprone a competere, a perfezionarsi. I suoi riff sono memorabili e senza di loro alcuni brani dei Beatles non avrebbero lo spessore e la freschezza che continuano ad avere. Harrison, timidamente, si era scoperto autore, e aveva siglato poche ma sostanziali canzoni: While My Guitar Gently Weeps, Taxman, Savoy Truffle, Here Comes The Sun, la splendida Something (indicata da Frank Sinatra come una delle canzoni d’amore più belle che siano mai state scritte).

Dalla metà degli anni Sessanta, George Harrison iniziò ad avvicinarsi alla musica e alla cultura indiana. Il viaggio in India dei Beatles e l’influenza determinante della musica di matrice indiana che informò alcuni dei loro brani più sperimentali, aprendo, per certi versi, pure la stagione “psichedelica” del gruppo, si devono a Harrison e alla sua collaborazione, al legame spirituale e di amicizia col sitarista Ravi Shankar. Anche l’utilizzo di droghe come l’LSD fu una sorta di ricerca, di apertura a forme trasversali quanto insidiose di auto-coscienza: «L’LSD fu come aprire la porta – e prima nemmeno sapevi che ci fosse una porta. Apriva tutta una dimensione nuova di consapevolezza, anche se per usare le parole di Huxley, erano solo le meravigliose pieghe dei suoi bellissimi pantaloni di flanella; sino al fatto che ogni filo d’erba e ogni granello di sabbia palpita, ha una sua vibrazione».

La sua ricerca spirituale e il successivo abbraccio della fede induista lo allontanarono dalla moglie, la modella Pattie Boyd, conosciuta nel 1964 sul set di A Hard Day’s Night. Di lei si innamorò Eric Clapton, che le dedicò Layla; i due andarono a vivere assieme e Harrison glielo permise, comprendendo che tra lui e Pattie il rapporto si stava esaurendo. Rimasero comunque buoni amici; e Clapton ricambiò in vari modi la sua amicizia, collaborando a svariati progetti musicali dell’ex-beatle. Con Ravi Shankar, George Harrison contribuì a sdoganare la musica indiana presso il pubblico occidentale: il progetto più ambizioso che concretizzarono assieme fu lo storico Concert for Bangladesh, tenuto nell’estate del 1971, primo evento del genere di spettacoli di beneficienza di risonanza mondiale che diede la stura a future, analoghe iniziative (es. il Live Aid del 1985). Per il triplo vinile, registrazione del concerto e il film che ne seguì, Harrison e Shankar ricevettero dall’UNICEF il premio Child Is The Father Of The Man (5 milioni di copie vendute in tutto il mondo; 40.000 spettatori in due eventi al Madison Square Garden di New York).

George HarrisonNella prolifica carriera di Harrison il triplo vinile All Things Must Pass (1970) è considerato il vertice e capolavoro della sua maturità artistica. Il lavoro, prodotto con Phil Spector e il suo “wall of sound” (che conferì alle tracce un arrangiamento pesantemente orchestrale e di ispirazione orientale), Eric Clapton e Dave Mason, vede Harrison in copertina sullo sfondo della sua tenuta di Friar Park, vestito come uno gnomo. La sua passione per la Natura, la cura instancabile del suo immenso giardino, il ritiro dalla mondanità nell’ultimo scorcio della sua vita lo cambiarono ulteriormente e ancor più in profondità. La sua fu una vera e propria evoluzione spirituale. Il figlio Dhani racconta che da piccolo, ignaro dei suoi trascorsi celebri, era convinto che il padre fosse un giardiniere di professione. Harrison non ostentava; si era ritirato con i suoi amici e i suoi affetti, in particolare con la moglie Olivia Trinidad Arias, di origine messicana, che aveva conosciuto negli uffici della A&M Records in California e con la quale condivideva la passione per la meditazione.

Tra il 1988 e il 1990 si dedicò ai Traveling Wilburys, supergruppo formato con Bob Dylan, Tom Petty, Jeff Lynne e Roy Orbison. George fu il collante e il fulcro del gruppo e seppe trarre il meglio dagli amici musicisti. Il prodotto fu premiato sia dalle vendite che dalla critica, generalmente poco benevola nei confronti dell’ex-beatle e delle sue idiosincrasie e manie religiose.

Quando scoprì di avere una metastasi al cervello, a partire da un cancro sviluppatosi in gola e inoperabile, si preparò con cura e pazienza ad accogliere la fine. C’erano i suoi Fondi da gestire, la Material World Charitable Foundation e il George Harrison Fund per l’UNICEF, le cui consegne sarebbero passate a Olivia; doveva preparare suo figlio e sua moglie ad aiutarlo a lasciare questo piano di esistenza. «Niente che possa dire di George è più eloquente della sua musica», scrive Olivia Harrison. «Per lui la vita era la ricerca di un significato più profondo: per lui tutto era importante, ma niente aveva davvero importanza. Il suo modo peculiare di accogliere e accantonare le gioie e le catastrofi della vita era assolutamente disarmante. (…) “Be here now”: lo ripeteva così spesso che cominciammo davvero a vivere il momento presente».

Le sue ceneri, per sua volontà, furono raccolte in una scatola di cartone e disperse nel sacro fiume indiano, il Gange, come da tradizione induista. «Ho sempre avuto la sensazione», scrisse l’amico e nume tutelare Ravi Shankar, «che, nonostante tutta la fama e la gran baraonda di quel periodo e di tutti gli anni successivi, George avesse qualcosa che noi nel nostro linguaggio chiamiamo tyagi, una parola che indica uno stato di non dipendenza. (…) Sembrava quasi che avesse dei retaggi indiani in lui. Altrimenti è difficile dare una spiegazione: uno di Liverpool, con i suoi trascorsi, che diventa tanto famoso, per quale ragione era così attratto da un particolare stile di vita e filosofia, perfino di religione? Sembra davvero strano. A meno che non si creda nella reincarnazione».

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