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“Fuori si gela” di Debora Omassi, il ghiaccio bollente di vite al margine

“Fuori si gela” di Debora Omassi, il ghiaccio bollente di vite al margineC’è un film uscito di recente, Il cittadino illustre, che parla di uno scrittore, premio Nobel per la letteratura, che per sfuggire a una crisi artistica ritorna nel proprio Paese d’origine in Argentina. Lo scrittore tiene delle lezioni ai propri vecchi concittadini. A un certo punto, al momento delle domande, una signora gli chiede: «Perché non scrive di cose belle?». Lo scrittore la guarda quasi sbalordito, poi esclama: «No, mi arrendo… Tutto quello che ho appena detto non vale più nulla».

Debora Omassi, giovanissima autrice di ventitré anni, è una quasi esordiente (un suo racconto è stato pubblicato l’anno scorso sulla rivista «Nuovi Argomenti») e per fortuna non scrive di cose belle. La casa editrice Fernandel ha da poco mandato in libreria la sua raccolta di racconti: Fuori si gela. Già dal titolo del libro si capisce che non sono racconti per “tenere al caldo”, per scaldare le nostre sicurezze. I paesaggi descritti, molto spesso la periferia milanese («Milano la squallida, la sedicente europea»), sono quasi puntualmente caratterizzati da freddo, vento e neve. Sono racconti in cui le vite dei protagonisti finiscono col costruire una specie di romanzo polifonico sulla solitudine ed il senso di fallimento. È proprio questa la parola che mi sento di privilegiare pensando ai personaggi descritti dalla Omassi.

Il sentirsi, di continuo, inadeguati («Penso che per una cosa o per l’altra mi sento sempre uno schifo»), inascoltati, estranei al mondo circostante (Fabio Spinelli, l’uomo “trasparente” del racconto che dà il titolo alla raccolta e che percorre trasportato dallo stesso autobus, da mattina a sera, i luoghi inospitali dell’hinterland milanese colpiti da una tempesta di neve): soprattutto quando nella vita accadono avvenimenti improvvisi che fanno crollare quel fragile castello di carte su cui avevano fondato le loro deboli certezze, facendoli precipitare in una caotica “indeterminatezza” (come indica la citazione di un libro di Richard Ford all’inizio della raccolta).

“Fuori si gela” di Debora Omassi, il ghiaccio bollente di vite al margine

È l’invisibilità poi quella che fa più male, che si incide a sangue dentro l’anima di questi esseri che vorrebbero soltanto venir compresi e amati per la loro fragilità, le loro piccolezze, i loro difetti. Sono persone che hanno smarrito la rotta; che vivono alla giornata alla ricerca di una luce, di un appiglio per poter risvegliarsi l’indomani e avere ancora una ragione di vita. Il corpo diventa così la mappa più visibile del disagio, il campo di battaglia più tremendo della “malattia” fisica/spirituale: il corpo della donna-vampiro, completamente deragliato nel proprio “viaggio frontespaziotemporale” (il titolo del racconto), la quale oramai sputa parolacce e si nutre di televisione e merendine, mentre il marito si ritrova a combattere la malattia della moglie tra la sporcizia di casa e l’Eden del giardino dei suoi vicini, sessantenni ancora in buona salute che si stupiscono che su alcune loro piante sia così forte, così intensa la puzza di piscio (i gatti della zona?). La testa rasata, simbolo estremo di solitudine, di “Nora” («una roccia primordiale, una nuova isola aspra e sterile… Nora si specchia, confusa, mentre le forbici fanno a pezzi la sua femminilità residua… è rapata come una malata di cancro»), che dopo esser stata lasciata dal marito deve dibattersi tra una casa dove vive con l’insopportabile figlia adolescente e il lavoro editoriale con i manoscritti da smazzare per il suo capo.

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Sono vite dove all’improvviso appare un contorno bianco, un vuoto (le foto di famiglia, proprio del racconto “Nora”, dalle quali la protagonista ha tagliato via con le forbici l’immagine dell’ex marito) e quel vuoto stordisce, terrorizza, fa compiere atti irrevocabili.

“Fuori si gela” di Debora Omassi, il ghiaccio bollente di vite al margine

I protagonisti dei racconti della Omassi si preparano a combattere nella vita con le poche armi a disposizione (in fondo Nora, con quella testa rasata, potrebbe anche essere scambiata per un Marine, mentre Dana/Denny nell’ultimo racconto, “Burn! Burn! Burn!”, sta proprio per arruolarsi nell’esercito): per Fabio Spinelli è il cellulare con cui tempesta di chiamate la sua ex, soltanto per il gusto di farla partecipe della sua sconfitta esistenziale, del suo fallimento, perché intorno a lui, dentro l’autobus che fa il giro di Milano, cresce a dismisura l’indifferenza («… se ne stanno tutti appollaiati sui loro sedili con le cuffie alle orecchie e i cellulari in mano, e i pochi che non si possono permettere né l’uno né l’altro fissano il vuoto»).

 

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“Fuori si gela” di Debora Omassi, il ghiaccio bollente di vite al margine

Non tutti i racconti convincono a pieno: qua e là si sente magari una lieve sensazione di déjà-vu; c’è ancora forte un sentimento della vita fatto di “bianco o nero” che magari la maturità potrà smussare. Com’è forte però la voglia di non distogliere lo sguardo dal dolore degli esseri umani, dall’incomunicabilità, dall’esser in qualche modo estranei al mondo (lo si vede, ad esempio, in “Tutto quello che ho”, uno dei racconti più belli della raccolta).

La voglia di non prendere la strada più sicura, più confortevole, ma di esplorare il cuore gelido della vita. È questo il fuoco vitale della scrittura di Debora Omassi; starà a lei, negli anni, fare in modo che mandi bagliori sempre più vividi, sempre più intensi.

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