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“Fuga verso l’alto” di Annemarie Schwarzenbach, cercare la grazia lontano dalle macerie di Weimar

“Fuga verso l’alto” di Annemarie Schwarzenbach, cercare la grazia lontano dalle macerie di WeimarÈ il 1933 quando Annemarie Schwarzenbach, inquieta scrittrice, fotografa e giornalista, termina Fuga verso l'alto (Il Saggiatore 2016, traduzione e postfazione di Tina D'Agostini); lo ha scritto in pochi mesi, quelli che vanno dall’incendio del Reichstag fino alla sera del più grande rogo di libri organizzato dal Partito nazionalsocialista ormai al potere, nell'Opernplatz berlinese: l’ultima pagina del manoscritto reca la data del 10 maggio 1933.

L’alto del titolo del romanzo è quello delle montagne innevate dell’Austria, a centinaia di chilometri da Berlino, simili a quelle della Svizzera tedesca dove la stessa Annemarie si era rifugiata per scrivere, sciare e dimenticare. Così fa il suo protagonista, Francis von Ruthern – chiaramente un alter ego dell’autrice, come già accade in altri suoi scritti (questo è il quarto romanzo). Nel paesaggio ovattato delle Alpi, Francis, di ritorno da molti anni in Sudamerica, può dimenticare tutto, sia gli anni della fuga oltreoceano che la Berlino del presente, dove «si ammassavano valanghe di eventi, che potevano staccarsi in qualsiasi momento per precipitare nel baratro». Il suo passaporto è scaduto, ma lui non vuole tornare a valle, rifiuta di «farsi mettere in agitazione dal mondo di laggiù. E non voleva avere nulla a che fare con le autorità». La Repubblica di Weimar è distrutta, Hitler è cancelliere deL Reich e il suo partito sta prendendo forme oscuramente dittatoriali: sembra che solo lì, in alto, sia possibile trovare la grazia dell’oblio.

 

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A guardare bene, quello della montagna è un microcosmo di classi sociali non così diverso dal mondo “di sotto”. Uomini e donne sono presi da pulsioni, ripicche, mancanze. Lo sci è sport elitario (ci sono, ad esempio, la giovane e sola Esther che ha sposato un vecchio miliardario per i suoi soldi; Arianne e il figlio Klaus, che vengono dalla piccola nobiltà terriera decaduta; lo stesso Francis viene da una classe sociale agiata che ha perso le proprie sicurezze economiche), ma siamo in un mondo flagellato dalla crisi economica e nel romanzo compaiono anche gli spiantati che hanno bisogno di lavorare o di trovare una propria dimensione (è il caso dell’ambiguo e sgradevole Wirz, del povero Matthisel, capro espiatorio dell’intera vicenda, che stratificandosi su diversi piani narrativi, si snoda in più sottotrame drammatiche).

“Fuga verso l’alto” di Annemarie Schwarzenbach, cercare la grazia lontano dalle macerie di Weimar

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Queste esistenze che provano a sfiorarsi e influenzarsi, talvolta con effetti tragici, sono governate da un sentimento che ricorda l’infelicità, ma è piuttosto un sentimento di perdita e di attesa. In Fuga verso l’alto, tutto ciò si traduce in esperienze a tratti nichiliste e ottundenti («I pensieri seguivano il proprio corso, incontrollabili, come ebbri»), ma spesso dolcemente consolatorie: «Qui si era in un’altra sfera, l’essere umano veniva accolto, viveva tranquillo, dormiva, si risvegliava e talvolta diceva a se stesso: credo nel potere della grazia».

A quest’atmosfera felpata si alternano le esperienze del corpo, le fatiche sportive che mettono alla prova le membra, fluidificano il sangue; e che si sostituiscono alla lucidità. Lì, in alto, gli impianti ancora non sono stati costruiti, si scia su neve fresca, si risale a piedi. La montagna, il rigore e la neve sono almeno forze tangibili con cui fare i conti, certo meno spaventose delle rovine della Repubblica di Weimar.

“Fuga verso l’alto” di Annemarie Schwarzenbach, cercare la grazia lontano dalle macerie di Weimar

Per molte settimane, i ricchi vivono in una lussuosa routine tra i ghiacci: frequentano corsi privati di giorno e cenano al ristorante, la sera. Solo con calma torneranno in città, una discesa agli inferi, verso il luogo dove «regnavano il rumore, la frenesia, le potenze umane scatenate le une contro le altre». L’unico che vuole risparmiarsi questo passaggio è Francis, che sarà comunque costretto a recarsi a Innsbruck dal fratello, ma non resisterà a lungo all’impulso della fuga, benché, come gli dice il giovane Klaus, con crudele schiettezza: «Non potrà continuare per sempre a sciare». Allo stesso modo, Annemarie Schwarzenbach lasciò le montagne solo quando seppe che i suoi cari amici Klaus ed Erika Mann (quest’ultima probabilmente molto amata da Annemarie) avevano deciso di fuggire dalla Germania nazista.

 

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La scrittura di Annemarie Schwarzenbach fu febbrile nel caso di Fuga verso l’alto, così come lo furono i ritmi di una vitalità mai paga, impaziente, sempre in viaggio da una parte all’altra del mondo. Le descrizioni di ambiente che procedono in terza o prima persona scivolano in stream of consciousness, o in descrizioni di stati interiori, i dialoghi puntellano le pagine sempre mosse, stratificate.

“Fuga verso l’alto” di Annemarie Schwarzenbach, cercare la grazia lontano dalle macerie di Weimar

Nella puntuale postfazione, la traduttrice e curatrice Tina d’Agostini (che si è occupata di tutte le pubblicazioni intorno ad Annemarie Schwarzenbach per Il Saggiatore, mentre per una biografia esauriente occorre rivolgersi al progetto della casa editrice Tufani) tratteggia la storia del libro, inedito fino al 1997, quando venne rinvenuto nel fondo Oprecht della Biblioteca Nazionale di Zurigo. Un libro che per temi e vicende può essere accostato a La montagna incantata di Thomas Mann. Con Fuga verso l’alto Annemarie Schwarzenbach riesce a dare voce alle profonde inquietudini di quell’Europa di mezzo così vicina alla guerra, senza saperlo, così prossima all’esperienza dell’insensato e, certamente, lontanissima dalla grazia: «I fiumi sono inarrestabili, cose orribili accadono da qualche parte, in deserti lontani, cavalli assetati cercano un’oasi, un miraggio appare all’orizzonte, ma di fronte a un miraggio si muore comunque di sete. Esausto, ripeteva a se stesso, i fiumi sono inarrestabili».

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