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Follia, andata e ritorno. Esce “L’inverno di Giona”, vincitore del Premio Calvino

Follia, andata e ritorno. Esce “L’inverno di Giona”, vincitore del Premio CalvinoEsce oggi per Mondadori L’inverno di Giona, di Filippo Tapparelli, romanzo vincitore della XXXI edizione del Premio Calvino. La Giuria ha deciso di premiare il libro dello scrittore veronese per «la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento.»

Narrato in prima persona per quasi tutta la sua lunghezza, il romanzo è un inesorabile viaggio del lettore nell’universo chiuso di Giona: un paese di montagna in cui «il tempo è bloccato in un oggi senza ieri, che non diventerà mai domani.» Non esiste un prima e un dopo, ma soltanto un qui e ora dominato dalla nebbia e dalla figura del nonno Alvise, un uomo crudele che sembra punire il nipote per ogni minima azione che ai suoi occhi appare come una disubbidienza.

Altre figure popolano la scena, una scena che occupa una manciata di ore, coerentemente con l’idea che il tempo, nel mondo di Giona, è a tal punto rallentato da essere congelato, un tempo che ruota su se stesso. Ma sono personaggi quasi larvali, che si muovono in uno spazio lattiginoso, dal quale spesso emerge una misteriosa voce con cui il protagonista-narratore parla e si confronta, e dalla quale cerca conforto.

 

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La scrittura è visionaria e densa, dura e spigolosa come la montagna che domina il paese e le azioni di Giona e degli altri abitanti, che sembrano glassati in comportamenti prestabiliti e costanti, che non cambiano e non cambieranno mai: di nuovo, perché il tempo ha smesso di scorrere.

Nonostante questo, nell’Inverno di Giona, di Filippo Tapparelli, esiste un passato, che ogni tanto si riaffaccia in maniera confusa alla mente del protagonista: un passato in cui fanno la loro comparsa un padre e una madre e un luogo diverso dall’antico mondo di roccia e foglie umide che sembra non aver avuto alcun inizio, che è lì da sempre.

Follia, andata e ritorno. Esce “L’inverno di Giona”, vincitore del Premio Calvino

Fino al capitolo dodicesimo, che segna la fine della tirannia di nonno Alvise sull’esistenza di Giona, le azioni sono poche e rallentate, narrate in modo che il tempo della storia sia più lento del tempo del racconto, conferendo così alla storia l’incedere d’un romanzo al rallentatore. Poi, con la morte di Alvise, tutto cambia.

«La terra spalanca la sua bocca nel momento in cui la vita lascia il corpo di Alvise e lo inghiotte, strappandomi dalle mani l’impugnatura del coltello. […] Scorgo i suoi occhi spalancarsi per un istante e poi chiudersi di nuovo mentre, con le braccia alzate al cielo, affonda nella terra che adesso pare fatta d’acqua. Con un ultimo guizzo le sue mani si chiudono attorno alle mie, trascinandomi nel corpo della montagna. […] Cado con lentezza indescrivibile nel crepaccio che si allarga un poco di più per accogliermi. L’ultima immagine che i miei occhi vedono prima di immergersi in un buio che odora di muschio e riposo è il paese crollare e diventare polvere. Poi la terra si chiude sopra di me e io, Giona, muoio.»

Follia, andata e ritorno. Esce “L’inverno di Giona”, vincitore del Premio Calvino

Da questo momento, dal capitolo tredicesimo, il romanzo cambia radicalmente: si passa dalla prima alla terza persona, il luogo non è più il paese di montagna che ha accompagnato il lettore per quasi centocinquanta pagine ma un’altra claustrofobia: nella quale anche Giona modifica nome e identità. Tutto ciò che era torbido e allucinato diventa ora più chiaro e limpido, nonostante sulle pagine continui ad aleggiare un’impronta d’insania e di malattia e un alone di mistero. Rimangono delle frange d’enigma impigliate fra le righe, nonostante tutto o quasi si chiarisca e nonostante il tempo riprenda a scorrere:

«Arriva davanti alla porta della stanza dove dorme ed esita. Sa che non deve entrare nella camera. Le regole dicono che bisogna stare fuori fino a dopo cena, ma oggi è l’ultimo dei suoi giorni, qui. O uno degli ultimi, e le regole non valgono più.»

 

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Perché, come il personaggio biblico da cui prende il nome e che dopo tre giorni esce dal ventre della balena, anche il protagonista dell’Inverno di Giona, di Filippo Tapparelli, rinasce a vita nuova dopo un’esistenza circolare, d’acqua morta. Verso un mondo diverso che, nonostante tutto, potrebbe non essere migliore da quello dal quale è appena uscito.


Per la prima foto, copyright: Anthony DELANOIX su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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